Preghiera da Covid-19: dunque il culto domestico non ha valore?

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Non ho mai condiviso questa decisione e non credo ci assolva riferirci alla rigidità del parere del comitato tecnico scientifico. Sta alla politica tutelare il benessere integrale del Paese e la libertà religiosa è tra le nostre libertà fondamentali

Così la ministra per le pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti replica alle restrizioni sulle attività di culto in chiesa, una delle prerogative vigenti nella fase 2.
La CEI, dal canto suo, non si è risparmiata; i vescovi italiani sono in totale disaccordo, ribadendo il concetto di “libertà di culto” e sottolineando l’attuale importanza della vita sacramentale. Il premier Giuseppe Conte è costretto a correre ai ripari: in una nota, promette un’attenta analisi sul caso delle celebrazioni liturgiche.

Ora, mi piacerebbe proporre al lettore una delle mie solite riflessioni, soprattutto se quest’ultimo è religioso o si reputa tale.
Parlo da “ex credente”, se così si può dire; l’espressione non gode solitamente di particolare stima, ma non credo possa esserci definizione più azzeccata, in grado di porre l’accento sul personale background che ha contraddistinto la mia infanzia.

Sono cresciuto, tra asilo e scuola elementare, tra le braccia delle suore, definite, se non erro, “spose del Signore”. L’osservanza dei loro principi educativi, uniti al catechismo, mi hanno garantito una cultura religiosa forte e rigorosa. Tuttavia, in cuor mio, sviluppai una forma di rispetto piuttosto che di culto; imboccato il sentiero universitario e lo studio storico, tale rispetto si tramutò in consapevolezza.




Non me ne voglia il lettore, nel caso stesse fraintendendo ciò che voglio assumere: la scelta è stata strettamente priva di pregiudizio.
Mi allontanai dalla Chiesa come forma istituzionale e mi concentrai sul senso più generico di culto; nella mia mente, mi resi conto delle ragioni storico-antropologiche che hanno smosso interi sistemi, tra battaglie religiose e contrasti politici, all’insegna di un Dio ritenuto unico e sacrosanto.
Un viaggio fascinoso; alle volte terrificante, alle volte educativo.

Oggi, nutro ancora un profondo rispetto per la figura storica di Gesù, profeta tra i più rivoluzionari; al contempo, non pratico: ho preferito la visione storica a quella contemplativa.
La premessa sovrascritta è utile per un motivo: so esattamente di cosa parlo e quale riflessione proporrò al lettore competente.
Per anni, ciò che mi hanno insegnato è il valore della preghiera: in seno ad essa, ho trovato spesso conforto, ho ripiegato al sentore di solitudine che spesso mi attanagliava. Il sentirsi incompresi o soli è una delle prime circostanze psicologiche in cui s’incombe, quando si decide di alzare gli occhi al cielo.

Conosco quella sensazione: so cosa vuol dire scaldarsi il cuore, guardando il alto, con le mani giunte; conosco la sensazione che accompagna quelle parole di rito, dalla preghiera alla semplice confidenza. Non è importante che qualcuno ci creda o meno, è importante aver trovato una figura su cui contare, alla quale affideresti la tua stessa vita.
L’insegnamento concessami ha delineato l’importanza della preghiera nel suo più banale pragmatismo; un’importanza che, tuttora, ricordo e concepisco, benché la mia sia solo una consapevolezza culturale.

Che io creda o meno, non ha importanza; allo stesso modo, varrà per tanti altri: chi crede non deve dare spiegazioni. Non solo: chi crede, sa che ogni luogo, ogni ora è idonea a parlare con Dio.
Se alcuni ritengono che la Chiesa sia il solo luogo atto al proprio raccoglimento, forse è il caso che rivedano le proprie convinzioni; se davvero Dio è onnipresente e mai mancherà di prestare orecchio ai propri figli, allora qual è il senso di tutto questo gioco politico? Di questa propaganda becera, inerente la riapertura delle chiese? Di questi capi politici che pregano, inneggiano all’osservanza del culto, tradendosi puntualmente, in ogni circostanza e smentendo la parola di Gesù Cristo?

Io ricordo bene il Nuovo Testamento. Non prego, non intono canti evangelici né divulgo il verbo, ma ricordo tutto. Da quando pregare in casa è diventato meno importante o errato? Quando vi è stata “tolta la libertà” di pregare, di aderire al culto?
Da quando Dio farebbe una cernita, durante simili periodi emergenziali, in cui, al contrario, vi impegnate a salvare delle vite restando tra le mura domestiche?
Dov’è finito il senso della parola di Dio, del semplice inginocchiarsi e pregare, mantenendo forte e rigogliosa la propria fede?

Devo essere sincero, caro lettore: quando ero io a credere, a recitare una preghiera, dovunque fossi non era importante.

Eugenio Bianco

 

 

 

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