Dieci domande sull’elezione del Presidente della Repubblica

Le elezioni del Presidente della Repubblica sono, tra gli eventi che scandiscono la nostra vita istituzionale, uno dei momenti più affascinanti, perché raccolgono prassi e protocolli interessanti, spesso noti solamente ai cosiddetti “quirinalisti”, vale a dire i giornalisti e gli esperti che, appunto, svelano i retroscena dietro alle elezioni. Anche senza essere quirinalisti, qui a Ultima Voce abbiamo preparato una serie di domande e risposte base necessarie per seguire le prossime elezioni del Capo dello Stato.




1. Quando si vota per il presidente della Repubblica?

Per ora non c’è ancora una data certa, ma si presuppone che la prima votazione possa cadere tra il 18 e il 22 gennaio. Tutto, infatti, dipenderà da quel che deciderà il Parlamento il 3 di gennaio. Secondo quanto recita l’articolo 85 della Costituzione, infatti, “trenta giorni prima che scada il termine del mandato del Capo dello Stato, ill Presidente della Camera dei deputati convoca in seduta comune il Parlamento e i delegati regionali, per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica”. Il mandato di Sergio Mattarella scadrà infatti il 3 di febbraio.

Alcuni esperti sostengono che la prima votazione potrebbe realisticamente avvenire il 22 gennaio, un sabato. In questo modo, infatti, arrivando al primo scrutinio senza un nome che riscuota consensi allargati (ma ci arriviamo poi), le forze parlamentari avrebbero un giorno di “decantazione”, per discutere più ampiamente prima del secondo scrutinio.

2. Chi elegge il presidente della Repubblica?

Il Parlamento in seduta comune, riunito nella sede della Camera dei Deputati, a Palazzo Montecitorio. Lì sono dunque attesi i 630 deputati, i 315 senatori e i delegati delle Regioni, che ammontano a una cinquantina. Ogni consiglio regionale, infatti, elegge tre rappresentanti da mandare a Roma, con l’eccezione delle regioni più piccole che ne mandano sono uno.

3. Quale maggioranza occorre?

Per fare in modo che venga eletto un Presidente della Repubblica, nei primi tre scrutini è necessaria la maggioranza assoluta dei due terzi di coloro che siederanno a Montecitorio. A partire dalla quarta votazione, invece, il quorum si abbassa: basterà la metà più uno degli aventi diritto allineati su un solo nome. È quello solitamente il momento in cui i partiti iniziano a fare sul serio e a giocare, davvero, a carte scoperte. O quasi: il voto, infatti, è sempre e comunque a scrutinio segreto. Gli unici presidenti eletti al primo scrutinio nella nostra storia repubblicana sono stati Carlo Azeglio Ciampi e Francesco Cossiga.

4. Come si vota? 

Deputati, senatori e rappresentanti delle regioni entrano nelle cabine elettorali, chiamate “catafalchi”: sono installate tra il banco della presidenza e i seggi del governo nell’aula di Montecitorio. Alla vista sono simili ai confessionali delle chiese. Sono solitamente quattro allineati e prevedono che gli elettori, chiamati per nome, si rechino a votare sfiliando sotto le tendine di velluto viola, per poi introdurre in un vaso, chiamato “insalatiera”, la loro scheda elettorale. Hanno fatto il loro ingresso nel 1992, per garantire la segretezza del voto.

5. Come avviene lo spoglio?

Al termine di ogni votazione, avviene lo spoglio: il presidente della Camera legge le schede a una a una. In genere, si tratta di una cerimonia abbastanza silenziosa, perché ogni gruppo parlamentare ha bisogno di attenzione e concentrazione per seguire la conta e valutare le eventuali mosse successive. L’applauso si leva solamente quando c’è la sicurezza dell’elezione: per prassi si blocca lo spoglio delle schede solo per qualche secondo, per poi proseguire fino all’ultima scheda.

6. Chi può diventare presidente della Repubblica?

L’articolo 84 della Costituzione prevede che possa essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici. Specifica poi che questa carica è incompatibile con qualsiasi altra. Dunque, può diventare Capo dello Stato chiunque rispetti semplicemente il requisito anagrafico: non serve che abbia fatto politica, che abbia titoli di studio specifici o carriere particolari.

Per questo motivo, quando gli elettori si divertono a buttare in caciara i primi tre scrutini per via del quorum, si sentono spesso nomi più o meno improbabili: Rocco Siffredi e Vasco Rossi, ad esempio, sono stati votati ancora da qualche parlamentare in vena di ilarità. Sono, in tutto e per tutto, nomi validi. Anche Valentino Rossi, in passato, è un nome emerso dall’urna di Montecitorio: il presidente della Camera, però, in questo caso, ha fatto seguire un “non ha i requisiti” alla lettura del nome, proprio per via del requisito anagrafico.

7. Come ci si candida alla presidenza della Repubblica?

Citofonare Berlusconi, in questo caso. No, a parte gli scherzi: alla presidenza della Repubblica non ci si candida, proprio perché non esiste nessuna lista preventiva da cui scegliere. Certo è che i partiti sono sempre alla ricerca di soggetti che diano, più o meno informalmente, la loro disponibilità. Si tratta di personalità che devono necessariamente raccogliere un grande consenso: proprio per questo motivo, anche se il candidato è fortemente connotato politicamente, si opta per soggetti che, al di là dei colori e delle appartenenze, raccolgono stima e ammirazione per la loro saggezza e il loro percorso. Berlusconi, dunque, oltre che per la matematica parlamentare, non sembra essere il candidato ideale, anche se sarà interessante vedere come la destra più perplessa riuscirà a uscire da questo vicolo cieco.

8. Cosa vuol dire bruciarsi i nomi?

Era accaduto con Romano Prodi, ma non solo. Una parte politica composta magari da più forze si accorda attorno a un nome e facendo i conti sembra che ci sia la possibilità realistica di arrivare all’elezione. Poi però il voto è segreto e gli elettori più scettici sfilano nel catafalco e si trasformano in franchi tiratori, tradendo le indicazioni di partito. Quel nome, dunque, non raggiungendo la maggioranza, sgonfia improvvisamente la candidatura e sfumano le possibilità di elezione: facendo la conta si vedono quanti voti mancano e, solitamente, si tende a non riproporre quella personalità, per risparmiare a quest’ultimo e al partito che lo sostiene un’ulteriore umiliazione.

9. Cosa succede dopo l’elezione?

Il protocollo del Quirinale qui sciorina tutto il suo fascino. Si inizia con la campana di Montecitorio, che suona per tutto il tragitto che il nuovo Presidente compie dalla sua residenza romana fino alla Camera dei deputati. Qui arriva e pronuncia il giuramento, mentre il cannone del Gianicolo spara 21 colpi a salve.

Riceve poi gli onori militari dai Carabinieri in alta uniforme, mentre l’Aula viene ornata con 21 bandiere e drappi rossi: da qui il nuovo Capo dello Stato rivolge un discorso alla Nazione e, all’uscita, gli vengono tributati gli onori dai Corazzieri, le guardie del Presidente della Repubblica. Risuona poi l’inno di Mameli in piazza Montecitorio e il nuovo Presidente sale sulla Lancia Flaminia decappottabile, in compagnia del presidente del Consiglio e del segretario del Quirinale. Insieme si recano all’Altare della Patria e raggiungono poi il Colle per un colloquio riservato con il presidente uscente.

10. E il vecchio Presidente? 

Dal 1998 esiste il titolo di “Presidente emerito della Repubblica Italiana”, che si sovrappone alla carica di senatore a vita, salvo rinuncia, per chi è stato Capo dello Stato. Gli ex Presidenti hanno diritto a un loro ufficio a Palazzo Giustiniani, ex sede della Presidenza della Repubblica e, di fatto, possono ricoprire un ruolo nelle consultazioni per le formazioni dei nuovi governi. Nessuno dei precedenti Capi di Stato ha mai rinunciato alla carica di senatore a vita. L’unico in vita è l’ex presidente Giorgio Napolitano. Naturalmente, l’ex presidente è destinato ad abbandonare non solamente l’ufficio ma anche l’abitazione del Quirinale: Mattarella, secondo indiscrezioni, ha già preso in locazione un appartamento nel quartiere romano dei Parioli, dopo aver vissuto, tra le altre cose, nella foresteria della Corte costituzionale, in quanto giudice della Consulta.

Elisa Ghidini

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