La prigione del linguaggio: un vano tentativo di dare ordine al caos dell’universo

Come le parole riflettono il vano tentativo di dare un senso alla realtà

Il linguaggio (font)
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Il linguaggio è una gabbia

Il linguaggio è il tentativo di dare ordine al mondo, scomponendolo. Perché ci dà una falsa, ma rassicurante sensazione di poterlo tenere sotto controllo. Il mistero della realtà ci sfugge e così le diamo un nome.

A cominciare da quando siamo bambini ed il mondo ci appare come un insieme astratto di cose che non conosciamo. Allora mentre vacilliamo tra angoscia ed immaginazione, per non perdere l’equilibrio, decidiamo di dare un nome a tutto ciò che ci circonda. Così l’angoscia diventa paura, la realtà assume una fisionomia sempre più concreta e l’immaginazione svanisce.

Isocrate, maestro di retorica nell’antica Grecia diceva:

La parola è ciò che distingue l’uomo dalla bestia

Per i greci, infatti, il termine λόγος aveva due accezioni: poteva significare sia “parola” che “pensiero”. O per meglio dire, “la manifestazione del pensiero attraverso la parola”. 

Come affermava anche George Orwell in 1984, il Grande Fratello conia la neolingua, perché il pensiero non può prescindere dal linguaggio. Per pensare servono le parole. Non si può pensare ciò che non esiste.

Il linguaggio, quindi, conferisce identità alle cose. Esattamente come i nomi fanno con le persone.

E’ solo grazie alle parole che l’uomo è riuscito a trasformare il caos in cosmo. D’altronde il linguaggio è l’avanguardia della conoscenza. Quando si scopre qualcosa, innanzitutto le si attribuisce un nome.

Proprio come fece Freud con l’inconscio nel tentativo di razionalizzare il lato oscuro della psiche. O ancora come stanno facendo, oggi, medici e virologi con il covid-19, nel tentativo di identificare e arginare la minaccia incombente.

Nel tempo abbiamo sempre più catalogato, categorizzato, etichettato.

E ciò che sfuggiva a queste classificazioni, veniva automaticamente isolato, escluso, emarginato, perché fuori dalla nostra comprensione e quindi fonte di timore.

Ma l’uomo non è fatto per essere messo in una scatola, ama la libertà. Se ingabbiato per troppo tempo, infatti, rischia di finire come i protagonisti delle novelle di Pirandello, che guardano alla pazzia come unica via d’uscita.

Questo perché, nonostante il nostro cieco tentativo di ridurre la realtà alla logica, di trasformare gli uomini in macchine, la vita continua a scorrere in tutta la sua complessità, che non può essere catturata dalla semplicità del calcolo.

 

Giulia Di Carlo

 

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