Luci e ombre del lavoro nero in Italia

Gli escamotage adottati dai datori di lavoro per sfruttare i propri dipendenti

Mentre cresce sempre più la percentuale dei lavoratori irregolari, variano le modalità adottate dai datori di lavoro per sfuggire agli obblighi di legge e per conseguire il massimo profitto, a scapito dei lavoratori.

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L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Nero.
Andrebbe così riformulato l’Art. 1 della nostra Costituzione, alla luce dei dati forniti da uno studio presentato a gennaio 2018 da Censis e Confcooperative. Tale studio mette in evidenza come, nel periodo tra il 2012 e il 2015, a fronte dell’eliminazione di 462.000 posti di lavoro regolari, si sia registrato un aumento di 200.000 lavoratori irregolari, per un totale di 3,3 milioni. Una tale portata del lavoro nero si ripercuote in modo massiccio non solo sulla vita dei lavoratori sfruttati e privati dei loro diritti, ma anche sull’intera economia del Paese.

Le conseguenze generali

Anzitutto, a questi numeri corrisponde un’evasione contributiva e tributaria di oltre 100 miliardi annui (10,7 contributiva e 97 tributaria). Soldi che vengono a mancare per le necessità assistenziali e previdenziali di tutta la collettività. Inoltre, le imprese che si avvalgono del lavoro nero attuano una concorrenza scorretta nei confronti di quelle che non lo fanno. Se il salario medio orario (lordo) di un lavoratore dipendente regolare è, infatti, di 16 euro, quello di un lavoratore irregolare è di 8,1 euro, la metà. Ne consegue che le aziende che non mettono in regola i propri lavoratori abbattono del 50% il costo del lavoro, risultando nettamente più competitive rispetto alle altre. Da non dimenticare, infine, che un lavoratore non in regola è escluso da tutte quelle garanzie previdenziali e sociali che il nostro sistema assicura a tutti i lavoratori dipendenti, nonché penalizzato dal punto di vista delle possibilità di accesso al credito.

Qualche dato

Sempre secondo lo studio citato, il 60% degli impieghi domestici (colf, baby sitter e badanti) è irregolare. È questo l’ambito in cui il lavoro nero la fa da padrone assoluto. Seguono i lavori agricoli, al 23,4%; il settore artistico, con il 22,7%; la ristorazione, al 17,7%; e l’edilizia, con il 16,1%. Sul piano geografico, la maglia nera spetta al sud: Calabria e Campania in testa (con il 9,9% e l’8,8%). Volendo analizzare questa situazione, non si può non tenere conto del fatto che il periodo preso in considerazione è lo stesso interessato dalla crisi economica. Tuttavia questo ha soltanto inasprito una situazione già esistente, in cui il numero di lavoratori occupati illegalmente sfiorava comunque i tre milioni. Questo perché in Italia manca quasi completamente una cultura della legalità, sia dalla parte dei datori di lavoro, che da quella dei lavoratori. Mentre da un lato vige indisturbata l’egemonia del profitto, dall’altro si tende a pensare che “bisogna ringraziarli che ci fanno lavorare” e quindi qualsiasi condizione è buona.

Varie forme di irregolarità

Il lavoro nero vero e proprio, inteso come la quota di forza lavoro del tutto sconosciuta agli istituti previdenziali e al fisco, è tuttavia solo una parte del problema. Negli ultimi anni, infatti, sono state ideate tutta una serie di fantasiose fattispecie lavorative che si muovono nell’ambito del cono d’ombra del lavoro sommerso, avendo però degli aspetti di legalità. Ci sono i sempre attuali trucchetti dei contratti a tempo determinato rinnovati a oltranza, aggirando saggiamente le limitazioni normative e tenendo così in scacco i lavoratori per quanto riguarda ferie, permessi e gravidanze. Anche i professionisti costretti ad aprire Partita Iva, ma trattati poi in tutto e per tutto da lavoratori subordinati sono un ever green.



Il finto part-time

C’è poi la pratica del contratto part time, che nasconde in realtà un impiego a tempo pieno. Molto diffusa in tutta Italia, si tratta semplicemente di stipulare un contratto per un certo numero di ore, chiedendo poi al lavoratore un impegno (molto) più grande. Si arriva anche a mettere in regola il dipendente per un paio di ore a settimana, facendolo poi lavorare anche venti o venticinque. Il risultato è una busta paga regolare da cinquanta o sessanta euro al mese, cui corrispondono contributi irrisori. Ne consegue che questi lavoratori non maturano ferie, permessi, tredicesima mensilità, TFR e contributi pensionistici adeguati alle ore lavorate. Inoltre, in caso di licenziamento o di crisi dell’azienda, non potranno neppure accedere alle forme di tutela previste (cassa integrazione, mobilità, indennità di disoccupazione). Non da ultimo, le donne non avranno diritto all’eventuale maternità, o meglio, ce l’avranno ma in proporzione ai salari percepiti. Dunque l’80% di sessanta euro per la parte obbligatoria e il 30% di sessanta euro per il congedo parentale facoltativo. Al mese, ovviamente.

I finti disoccupati

Altra abitudine non sconosciuta è obbligare il lavoratore a recarsi al lavoro dopo averlo licenziato, integrando l’indennità di disoccupazione per raggiungere lo stipendio percepito prima del licenziamento. In questo modo il datore di lavoro si ritrova con manodopera quasi gratuita, senza obbligo di versare imposte e contributi. Dal canto suo il lavoratore forse non lo sa, ma va incontro a possibili conseguenze davvero gravi. Sanzioni amministrative e limitazioni per eventuali future indennità, tanto per cominciare, ma anche veri e propri reati: dalla falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, fino alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, passando per l’indebita percezione di erogazioni ai danni dello stato.

I finti salari

Impossibile , infine, non citare l’incredibile realtà del salario in parte restituito. Si viene assunti regolarmente con un contratto in linea con la normativa vigente, ogni mese si percepisce a mezzo bonifico o assegno il salario corrispondente e se ne restituisce una cospicua parte (fino alla metà) in contanti. Ciò configura un vero e proprio reato di estorsione, che andrebbe denunciato senza esitazione. E invece per molti lavoratori è la regola a cui credono di dover sottostare per poter lavorare. In questo modo il lavoratore subisce un danno doppio: da un lato percepisce di fatto un salario inferiore a quello che gli spetterebbe, dall’altro sulla base di quel salario versa imposte e contributi. Inoltre, sempre il salario dichiarato, non percepito, è il riferimento per il riconoscimento di agevolazioni e assegni familiari e per il calcolo dell’ISEE, che serve per calcolare il prezzo di alcuni servizi, come l’asilo nido. Quindi, come si dice, cornuti e mazziati.

La soluzione deve arrivare dalla politica

Situazioni ai limiti dell’assurdo, che si basano su un concetto molto semplice: le persone che hanno bisogno di lavorare sono disposte ad accettare qualsiasi condizione, o quasi. In questo senso, non ci si può certo aspettare che la soluzione al problema arrivi da loro, dalla loro denuncia. Deve essere la politica a occuparsene, a prendere atto di una situazione inaccettabile e a mettere in campo le forze necessarie a contrastarla. Tuttavia non sembra che questo sia un problema in agenda.

Michela Alfano

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