“Generazione Prodigy”, ci lascia la voce della band Keith Flint

Sgomento, rabbia e un grande lascito. Ci lascia il frontman della band "The Prodigy"

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“Siamo arrabbiati, siamo increduli, nostro fratello Keith si è tolto la vita e abbiamo il cuore a pezzi”

Queste parole sono apparse qualche ora fa sull’account Instagram della band ad annunciare la morte, controversa, del leader e voce dei Prodigy  Keith Flint.

L’artista, 49 anni, è stato trovato dai paramedici nel suo appartamento, nell’Essex in mattinata, che non hanno potuto fare altre che constare il decesso in attesa di ulteriori indagini e dell’autopsia.

Celebrare Keith Flint in un semplice necrologio sembra un paradosso minimale e ingiusto per colui che con i suoi Prodigy ha rappresentato per ampi tratti la ribellione di una generazione, 25 anni di carriera dove la capacità di scomporre un segmento metrico musicale di 4/4 e rendere un bmp ballabile che diventa un grido punk di protesta esce da certi scantinati, club per rendersi hit nelle classifiche globali, come “Breathe” o “Firestarster“.

Liam Howlett, Keith Flint, Maxim Reality, Leeroy Thornhill, Sharky. questo era il primo nucleo del gruppo, che muove i primi passi con l’albeggiare degli anni novanta, partendo dalla subclultura dei rave party e dal difficile contesto delle restringenti politiche inglesi per rivoluzionare la scena attraverso il suono elettronico, guizzi poliedrici, melting pot tra l’acid house e il combustibile rabbioso fornito dall’hardcore rock.

Album come  “The Fat of the Land” e “Invaders Must Die” sono diventati iconici, così come l’immagine irruenta di quel leader tra tatuaggi e capelli a punta, hanno calcato i palchi di tutto il mondo tra lunghissimi tour e i maggiori festival, dato alla loro ensemble di gruppo anche la connotazione di movimento feroce nei loro show adrenalinici.

Sono stati antesignani di una scena fortemente influenzata dagli stessi che ha portato alla nascita di gruppi come Skunk Anensie, The Chemical Brothers o a generi come la dubstep combattendo lo stereotipata connotazione di una musica ballabile, l’electronic body music allegra e gioiosa.

I Prodigy hanno rotto le barriere di una celata comunità e sottocultura che invocava nuove bandiere travalicando i confini, riuscendo a dare origine a una miscela estremamente ricca di groove ed esplosiva  che forse nessuno, almeno in quegli anni  è riuscito a eguagliare alla stessa maniera.

Sono riusciti rimanendo, per oltre vent’anni,  su quella sottile linea tra una generazione di metal kids, ravers e successi globali, sono arrivati infatti riconoscimenti di tutto rispetto (due Brit Awards, due Kerrang! Awards, cinque MTV Awards e due nomination ai Grammy) , oltre ad aver venduto 30 milioni di copie.

Proprio lo scorso novembre erano tornati in scena con l’ultimo album “No Tourists” e avevano in programma per i mesi di aprile e maggio un tour promozionale negli Stati Uniti. Ricordiamo inoltre gli ultimi due, infuocati, concerti tenuti lo scorso inverno in Italia rispettivamente a Livorno e Rimini, salutati degnamente dalla fedelissima fan base italiana.

 

Claudio Palumbo

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