Protesta dei migranti a Torino: il grido per un vivere civile

A Torino la protesta di circa cinquanta migranti contro i ritardi nel rinnovo e rilascio dei permessi di soggiorno. Una condizione che nega loro un diritto e uno strumento indispensabile per la vita quotidiana.

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“Tu non le vedi, ma ho le catene”. Sono tra le parole riferite a Torino Today da un ragazzo in protesta davanti l’ufficio immigrazione della Questura di Torino. Il 12 aprile, circa cinquanta persone si sono riunite guidate dal sindacato SI COBAS e altre associazioni. La richiesta è stata di tempi più umani nel rinnovo e rilascio del permesso di soggiorno.

Alcuni da giorni, alcuni da mesi, alcuni addirittura dal primo lockdown. Queste persone aspettano e fanno file interminabili per poi essere respinti.

La scusa  usata più di frequente è quella della pandemia, ma Mahmoud Aboutabikh del SI COBAS precisa come questi ritardi non siano nuovi per i lavoratori migranti. Il sindacalista ha poi sottolineato come “I termini di 20/30 giorni non sono mai rispettati dalla Questura; alcuni devono aspettare mesi per avere il permesso di soggiorno” .

Daniele Mallamaci del SI COBAS ha fatto richiesta di incontrare il prefetto e il responsabile dell’Ufficio Immigrazione per chiedere spiegazioni sui ritardi.

Di vitale importanza

Il Permesso di Soggiorno è un documento indispensabile per richiedere cure sanitarie alla ASL, che spesso non riconosce i fogli di proroga rilasciati dalla questura.  Anche richiedere un affitto o gestire un semplice conto corrente, senza permesso di soggiorno diventa molto complicato.

In piazza, i migranti senza permesso o in attesa di rinnovo, hanno sottolineato la difficoltà di svolgere qualsiasi azione che nel quotidiano implichi interfacciarsi con lo stato, molti di loro addirittura da anni.

La protesta dei migranti a Torino apre gli occhi anche su una sorta di ostruzionismo da parte delle istituzioni, di un sapore più politico che burocratico. Il motivo dei ritardi non è mai in alcun modo chiaro e trasparente, e questo costituisce la parte più imbarazzante della vicenda. 

Il ricatto

L’altro elemento da sottolineare è quello del ricatto. I lavoratori che vogliono un permesso regolare sono infatti costretti frequentemente ad accettare contratti disumani al fine di avere i requisiti per il permesso. Molto spesso è lo stesso datore di lavoro a ricattarli e a trattenere loro parte dello stipendio, avendo dalla sua il fatto di averli assunti. Una situazione che costringe queste persone ad una vita in bilico, lontana da un minimo disegno di futuro, senza possibilità di ribellarsi“.

 

Tra le loro storie, La Stampa riporta le storie di Jeved Mohsin e Moussa Ali Bishara. Il primo si è visto sottrarre 5.000 euro dal proprio datore di lavoro per portare avanti le pratiche del permesso. Il secondo aspetta dal 4 marzo del 2020 il rinnovo che gli spetta di diritto.

Ricattati, sottopagati e infine umiliati con ore interminabili di fila e spiegazioni inesistenti. Una storia che non riguarda solo Torino, e che non può essere in alcun modo accettata in un paese civile.

Emanuele Di Casola

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