Proteste in Cile, 10 morti. Il presidente Piñera: “Siamo in guerra”

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Da diversi giorni imperversano proteste in Cile. Le manifestazioni sono scaturite dopo l’annuncio dell’aumento per i biglietti del trasporto pubblico metropolitano.

Inizialmente le proteste hanno coinvolto soprattutto la capitale Santiago, città che ospita circa il 40% della popolazione del paese. Nei giorni successivi però queste si sono diffuse anche in altre città e la protesta è andata avanti nonostante il ritiro del contestato aumento delle tariffe.

L’aumento di pochi centesimi del prezzo del biglietto della metro può sembrare esagerato per giustificare le manifestazioni e le violenze. La situazione appare più chiara se si inserisce questo aumento nel quadro complessivo degli ultimi anni. Il Cile è infatti il secondo paese del continente dopo gli Usa per diseguaglianza economica. Dopo il golpe del 1973 e l’instaurazione della dittatura militare di Pinochet, il Cile ha visto l’attuazione di politiche liberiste.

Le ragioni della protesta

Negli anni della dittatura furono chiamati a collaborare con il governo i “Chicago Boys”, economisti legati a Milton Friedman, uno dei massimi teorizzatori del liberismo economico. Uno degli uomini fondamentali di quella fase fu José Piñera, fratello dell’attuale presidente Sebastián e ministro durante il regime militare.

Quell’impostazione economica complessiva è rimasta tale anche dopo il ritorno alla democrazia e anche i governi di centro-sinistra della Bachelet (con partecipazione anche dei comunisti) non hanno mai veramente scalfito quell’impalcatura economica. Ecco quindi che il nuovo aumento delle tariffe si inserisce all’interno di un quadro complessivo che rende il Cile un paese estremamente diseguale. I servizi pubblici sono stati lentamente erosi nel corso degli anni e liberalizzazioni e privatizzazioni hanno espulso sempre più persone dall’accesso ai servizi. L’aumento della tariffa quindi, per quanto contenuto, è il dodicesimo negli ultimi 10 anni e questo ha scatenato la rabbia dei cileni.

Oltre al tema dei rincari, Piñera viene anche accusato di portare avanti una politica di concessioni alle elites economiche del paese. Nel paese sud-americano infatti nel corso dei decenni si è andata consolidando una forte oligarchia che detiene il controllo sui più importanti settori industriali. La famiglia Piñera è accusata di essersi arricchita durante il regime di Pinochet, a cui la famiglia stessa era molto legata. Inoltre sta facendo discutere la foto che ritrae il presidente a cena in una pizzeria mentre nelle piazze imperversavano gli scontri tra polizia e manifestanti.

Proteste in Cile – Stato d’emergenza e coprifuoco

Una delle accuse dei manifestanti a Piñera è quella di aver “militarizzato” la piazza. Infatti dopo le proteste e gli scontri dei primi giorni, l’esecutivo ha deciso per una stretta che in Cile non si vedeva dai tempi di Pinochet. È stato deciso lo “stato d’emergenza” e addirittura imposto il coprifuoco totale dalle ore 21 alle 7. L’obiettivo è quello di fermare i saccheggi che si sono verificati in alcune aree della capitale. Eppure la scelta sembra aver dato risultati opposti ed esacerbato ancor di più gli animi.

Il presidente del paese, Sebastián Pinera, si è espresso in questi termini in relazione alla situazione del paese:

Siamo in guerra contro un nemico potente, un nemico implacabile che non rispetta niente e nessuno e che è pronto a usare violenza e delinquenza senza alcun limite.

Le manifestazioni che nei primi giorni erano animate soprattutto dai giovani e dai pendolari ora hanno coinvolto anche studenti universitari, pensionati e lavoratori. Nata come protesta contro il caro biglietti ora i cileni chiedono un’inversione di rotta al governo attraverso il rafforzamento dei servizi pubblici. Infatti in Cile sia le pensioni che il sistema sanitario e scolastico sono largamente privati e il loro costo non fa che aumentare nonostante il salario minimo resti basso.

Non solo Cile

Le proteste in Cile sono solo le ultime in ordine di tempo. Nelle scorse settimane ci sono state manifestazioni violente anche in Ecuador, con gli indigeni che hanno marciato sulla capitale e costretto il presidente Moreno a rifugiarsi nella città di Guayaquil. In precedenza le piazze hanno fatto sentire la loro voce anche in Perù in seguito alla crisi istituzionale sfociata nello scioglimento delle camere.

Mentre i tre paesi della costa atantica sono scossi da proteste e crisi politiche, il centro-sud si prepara a tre elezioni in pochi giorni in Bolivia, Argentina e Uruguay.

Ieri si sono tenute le elezioni in Bolivia e il presidente uscente Morales, in cerca del quarto mandato, sembra avanti nei primi conteggi ma avrà bisogno del secondo turno. Bisognerà comunque attendere il 3 novembre per i risultati definitivi.

In Argentina si voterà domenica prossima. Lo scontro principale è tra l’uscente Macri e il peronista Fernandez. Sullo sfondo il rischio default in un altro paese sud-americano che ha visto crescere il malcontento popolare.

L’Uruguay appare invece come il paese più stabile della regione. Domenica il Frente Amplio (coalizione di sinistra) cerca una difficile riconferma dopo un ininterrotto governo dal 2004.

Davide Di Legge

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