Proteste in Turchia: l’arresto del sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Le piazze turche, inondate di manifestanti da più di una settimana, vedono in questo arresto l’ennesimo abuso di potere di un presidente/dittatore sul trono da più di vent’anni.
Il contesto
Ekrem İmamoğlu, sindaco di Istanbul e tra i pochi veri oppositori di Erdoğan nella corsa alle elezioni del 2028, è stato arrestato il 19 marzo con l’accusa di corruzione, estorsione, frode e terrorismo. L’arresto è considerato da İmamoğlu e dai suoi sostenitori come un pretestuoso attacco politico che pare non essere l’unico. Il giorno prima del fermo, infatti, l’Università di Istanbul ha annullato la validità della sua laurea, sostenendo che ci fossero delle irregolarità. Anche questo evento ha l’aria di essere pretestuoso, in quanto per la legge turca è possibile candidarsi alle presidenziali solo se laureati.
Nel tentativo di repressione di uno dei suoi più temuti oppositori, l’autoritarismo di Erdoğan ha fatto il passo più lungo della gamba, finendo con l’essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso della sopportazione dei suoi cittadini.
La reazione del popolo turco non si è fatta attendere, innescando proteste a effetto domino in tutto il paese: in moltissimi sono scesi in piazza in 55 delle 81 province della Turchia. Gli animi non sembrano placarsi nemmeno nonostante gli oltre 1.400 arresti, i violenti interventi della polizia, e i numerosi divieti emanati dal governo in cui viene dichiarato illegale ogni tipo di manifestazione politica.
Dal Chp, ovvero il partito progressista di İmamoğlu, rivale del partito islamista Akp del presidente, si rinnova la richiesta di scendere in piazza contro l’autoritarismo di Erdoğan .
La risposta di Erdoğan con mezzi spudoratamente dittatoriali
Mentre la gente scende in piazza per chiedere di praticare la democrazia, il presidente risponde con mezzi spudoratamente dittatoriali.
La repressione della libertà di espressione prima tra tutti, che sta cercando di impedire a oppositori politici, giornalisti e manifestanti il dissenso in forma di protesta. Le manifestazioni politiche sono infatti state ufficialmente vietate da una serie di restrizioni in varie città, tra cui Istanbul e Smirne, pena l’arresto.
Dall’Europa sono arrivate durissime critiche: il ministro degli Esteri francese l’ha definito come “un serio attacco alla democrazia”. L’Unione europea ha ordinato “la Turchia rispetti la democrazia”, mentre dalla Germania, dove nella capitale si è tenuta una manifestazione a sostegno di İmamoğlu da parte della comunità turca, hanno tuonato contro l’arresto del sindaco definendolo “completamente inaccettabile”.
Nel frattempo Erdoğan si è scagliato contro il Chp: “Lo spettacolo dell’opposizione prima o poi finirà e si vergogneranno del danno provocato al Paese […] Questo movimento si è trasformato in violenza allo stato puro“.
Ha poi tentato di “girare la frittata” sostenendo in un discorso al suo partito (Akp) trasmesso dalla televisione di Stato che le accuse a İmamoğlu sarebbero state depositate al giudice dagli stessi membri del partito di opposizione: “Coloro che hanno portato i documenti alla base di questo processo per corruzione sono membri del Chp“, ha affermato il presidente lasciando intendere che ci sia una guerra civile in corso all’interno del partito. Ma ormai forse è troppo tardi per la vecchia strategia del “dividi et impera”.
L’ultima trovata tutta autoritaria da parte del governo è stata quella di chiedere a X di bloccare una lista di 120 profili di oppositori politici. Il social network di Elon Musk ha però contestato la richiesta con tanto di contro-denuncia: “Ieri abbiamo presentato un ricorso individuale alla Corte Costituzionale turca per contestare un ordine dell’Autorità turca per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione di bloccare 126 account“, ha dichiarato il team delle comunicazioni, che ha aggiunto “X si impegna a proteggere il diritto alla libertà di parola dei propri utenti a livello globale e continuerà a ricorrere a tutte le vie legali disponibili per difendere la libertà di parola dei propri utenti”.
La strategia attuale di Erdoğan sembra quella del pugno di ferro, anche se incarcerare i dissidenti e bloccare i mezzi di comunicazione degli oppositori politici non sembra il modo migliore per rispondere alle accuse di autoritarismo e violenza.
Alessia Cancian
















