Psicanalisi del rapporto tra Stato e cittadino ai tempi del coronavirus

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Dopo una quarantena durata ben più dei soliti quaranta giorni, le persone tornano a riversarsi sulle strade, sui marciapiedi, agli angoli dei bar e a potarsi la chioma di capelli cresciuti come foglie verdi in primavera. La fase della clausura di massa è terminata. Ora, è il turno del distanziamento sociale di massa. In questa fase 2 – si potrà mai uscire dal ciclo delle fasi?! – possiamo tornare a vedere gli amici, i fidanzati e a mangiarci una pizza al ristorante in compagnia. A patto però che si rispettino una serie di norme precauzionali per ridurre le probabilità di un contagio. Norme imposte, sicuramente, dall’alto, ma che necessitano, per essere veramente rispettate, di un’interiorizzazione di massa. In altre parole, ora è il turno della responsabilità di massa.
Montesquieu scriveva che lo spirito delle leggi non deve sovvertire il sentimento e il naturale sentire del popolo – il popolare buonsenso sbandierato da destra a sinistra – pena la loro stessa efficacia. Su questa legge si fonda la propaganda, anche quella al tempo del coronavirus. Affinché un popolo, abituato fino a ieri ad aperitivi, apericena, strette di mano elargite come caramelle a Halloween, baci sulle guance come forma standard di saluto, a parlare toccando l’altro con ritmi esorbitanti, occorre che il cittadino interiorizzi il distanziamento sociale. In maniera provvisoria e solo per questa fase, aggiungerei. E in modo tale che il distanziamento non sia solo un’altra norma legiferata e abbandonata in un cassettone in soffitta, come un qualcosa senza voce e senza bracci.
L’emergenza pandemica non è ancora terminata. Questo ritorno all’attività non equivale ad uno scampato pericolo ormai terminato, ma è dettato da logiche economiche e di sostentamento a lungo termine della stessa nostra società. In questo Conte nel suo ultimo discorso è stato chiaro: se non si torna a lavorare, a consumare direbbero alcuni, non si pagano più le tasse che mantengono in piedi il sistema statale, dalla scuola alla sanità ai trasporti fino alle pensioni, e le casse statali del fisco rimangono anfore vuote riempite da scarti d’elemosina. Il ritorno ad una normalità di copertina si deve quindi leggere attraverso le lenti dell’economia, e non invece confuso per un via libera generalizzato. Non è un caso che la task-force, formata dal governo per la gestione dell’emergenza, sia presieduta da Vittorio Colao, ex amministratore delegato di Vodafone, e composta in prevalenza da giuristi ed economisti, nella completa assenza di immunologi e virologi.





Se quindi questa riapertura è necessaria per la stabilità socioeconomica del Paese, e meno per motivi di contagio, occorre a maggior ragione che i cittadini si muovano nel rispetto delle norme di prevenzione. Ma come può farlo un cittadino, avvezzo fino all’altro ieri alla flessibilità normativa e fiscale, alle scorciatoie del commercialista, ai giri di ruota per restituire una parvenza entro la legge, ad uno Stato che c’è quando si tratta di chiedere e diventa farraginoso e burocratico quando si tratta di dare? Qual è insomma la natura dell’attuale rapporto tra Stato e cittadino?

Il cittadino, a cui ora viene chiesto di rispettare leggi anti-contagio, di anteporre cioè il benessere pubblico al benessere individuale, è lo stesso che in tempi pre-covid cercava strade per aggirare le normesoprattutto di carattere fiscalesenza darlo a vedere. Lo stesso che sui social sfogava tutto il suo risentimento nei confronti della casta politica e di uno Stato ladrone e assenteista.

Non bisogna però confondere il risentimento con l’odio. Il risentimento non nasce mai da solo, ma è accompagnato e quasi giustificato da una relazione dinamica insoddisfacente, ai cui poli, in questo caso, stanno il cittadino e lo Stato.

Psicoanalisi del rapporto tra Stato e cittadino

Se paragoniamo, in termini psicanalitici, il cittadino al bambino e lo Stato alla madre, ci rendiamo conto che lo Stato svolge su dimensioni macrosociali il compito ordinatore e trasformatore della madre. Bion direbbe: lo Stato, al pari della madre, funge da contenitore per il cittadino che chiede di essere contenuto a sua volta dentro il ventre statale/materno. Il compito quindi dello Stato è quello di contenere le richieste e le angosce del cittadino per restituirgliele assimilabili, digerite e private della carica angosciante che possedevano prima.

Per declinare questo rapporto tra Stato e cittadino nella maniera con cui Segal descrive il rapporto madre-bambino, possiamo dire che quando un cittadino vive al fianco di un’angoscia intollerabile – che può assumere le forme più diverse – cerca di affrontarla proiettando quella stessa angoscia dentro lo Stato-madre, che, se è capace, risponde alle richieste e bisogni del cittadino accettando tale angoscia e prodigandosi il necessario per attenuare la sofferenza del cittadino. In questo modo, il cittadino non solo percepisce di aver estromesso e gettato la sua angoscia nel ventre dello Stato, disintegrando il suo senso di onnipotenza e rendendosi quindi conto della sua impotenza, ma comprende anche che lo Stato si è reso capace di contenere le sue paure, abbracciarlo, confortarlo per permettergli di crescere ed apprendere da quella angoscia iniziale.

Uno Stato sufficientemente buono, in grado di contenere il cittadino

Questa dinamico rapporto tra Stato e cittadino è anche uno dei motivi per cui la disciplina, intesa come capacità di stabilire e fare rispettare delle regole, è fondamentale per educare il cittadino tanto quanto lo è per il bambino. Senza di essa, il cittadino crede di essere onnipotente e che la sua angoscia sia incontenibile, irrisolvibile, con il solo effetto di aumentarne la distruttività in un circolo vizioso di cui non si intravede più l’origine. Una società incapace di contenere i suoi cittadini attraverso un sistema educativo finisce per incrementare le dosi e gli sfoghi distruttivi dell’angoscia dei suoi membri.

Se il risentimento, il populismo della rete, nasce da una assenza dello Stato, il senso civico e di responsabilità, quello che viene chiesto oggi per fronteggiare l’angoscia socioeconomica del coronavirus, nasce nel momento in cui uno Stato è presente e non abdica alla sua funzione democratica di contenimento. L’inizio di una stabilità sociale e il suo mantenimento democratico sono possibili solo entro un rapporto sano o, come direbbe Winnicott, sufficientemente buono, in grado cioè di porre in equilibrio riparativo le esperienze di contenimento riuscito e quelle di contenimento non riuscito. Questo equilibrio diventa possibile solo in presenza di uno Stato che, lungi dall’essere solo un botteghino legislativo, pone delle norme che è in grado di far rispettare soprattutto con la forza duratura dell’educazione e non con quella sempre provvisoria della forza di polizia.

La democrazia nel rapporto tra Stato e cittadino

Uno Stato che si preoccupa soltanto di legiferare dimenticandosi di essere contenitore finisce per minare la stabilità sociale e trasformarsi in un manichino leziosamente autoritario, formalistico e burocratico. In altre parole, completamente sganciato dalla quotidianità del cittadino, che da parte sua, per far fronte a questa mancanza di risposta contenitiva, continua ad accumulare tensioni e proiezioni di angosce verso lo Stato che, di volta in volta, assumono una forma delinquenziale, criminale, mafiosa, complottista, populista, sciovinista, leghista e infine sovranista.

Posta in questa maniera, la democrazia diventa una forma di salute mentale pubblica, costruita entro e attorno una relazione contenitiva tra lo Stato e i suoi cittadini. Una sanità pubblica che può essere raggiunta solo attraverso una leadership politica consapevole e capace di svolgere la sua funzione di contenimento.

Proprio per questa ragione, uno dei primi interventi che uno psicologo del lavoro effettua per migliorare il benessere del lavoratore coinvolge i dirigenti dell’azienda per renderli consapevoli del proprio ruolo e grado di influenza. Il secondo è insegnare loro come essere leader trasformazionali, ovvero buoni leader promotori di benessere.

Se è vero che la democrazia non è un fatto solo esteriore, ma anzitutto interiore, emotivo, lo spirito sinceramente e sentitamente democratico può nascere soltanto laddove uno Stato sia munito di una leadership che si assume tout-court la funzione educativa e psicologica verso il cittadino.

In Italia, ma forse anche all’estero, per varie ragioni, sono nati diversi problemi di ordine sociale scaturiti da questa carenza di contenimento dello Stato. Una classe di leader però non giunge da Marte o da Venere, ma prende forma e cresce nello stesso contesto politico dei suoi cittadini. È per questo motivo che un’attenzione all’educazione civica e mentale dei cittadini è il miglior anticorpo per gli scalzacani del populismo e rappresenta il miglior nutrimento per costruire una leadership contenitiva, quindi democratica e responsabile.

In altri termini, la democrazia prima ancora di essere una caratteristica dello Stato, è un tratto peculiare della mente del cittadino, una sua forma mentis. Tuttavia, e qui sta il punto, l’educazione civica e democratica non si genera in pochi mesi con vaghi proclami all’unita e qualche coro da balcone, ma va costruita nel tempo nei confini di una relazione multifattoriale.

Oggi, che quello stesso Stato, percepito prima come colluso da molti e latitante da altri, chiede di far rispettare una serie di norme stringenti – come bastasse appunto legiferare per creare ordine – come si comporteranno gli italiani?

In questa fase, ancora più della precedente, se non fosse già evidente dalle folle indifferenti sui navigli milanesi e sui litorali italiani, diventa prepotente e imprescindibile il bisogno di una leadership capace di educare e contenere i cittadini, le loro richieste, emozioni ed angosce. Sebbene non tutte le decisioni paiono chiare ed alcuni silenzi preoccupano, soprattutto quello rotto da poco sulla scuola, negli ultimi mesi costretti dall’emergenza coronavirus, l’attuale leadership italiana ha fatto molto – non abbastanza direbbero i cinici – per rendersi contenitore delle richieste e delle paure del cittadino, non solo per ragioni di facciata, ma anche materialmente con incentivi economici e sgravi fiscali. Questo fa ben sperare in vista di una possibile guarigione della ferita aperta dei nostri tempi moderni tra Stato e cittadino.

Axel Sintoni

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