Pubblico e tv del crimine: Effetto CSI e giustizia mediatica

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La televisione generalista ci propone da sempre prodotti legati alla sfera del crimine, con serie televisive, fiction, programmi e film di notevole successo.

Ricordiamo, ormai, una sfilza di personaggi, eroi del crimine, entrati di diritto nell’immaginario comune di ambientazione investigativa: molti di derivazione letteraria, presi in prestito dalle grandi saghe noir, o dai romanzi gialli che hanno appassionato intere generazioni, come l’ispettore Poirot e il commissario Montalbano; altri creati appositamente per il piccolo e grande schermo, come il tenente Colombo e l’indimenticabile Signora in Giallo.

Omicidi da risolvere, delinquenti da assicurare alla giustizia, insospettabili di cui dimostrare la colpevolezza, prove da raccogliere, testimoni da interrogare, innocenti da scagionare. Classiche trame capaci di tenere incollati davanti alla tv milioni di telespettatori per svariati anni. C’erano tutti gli ingredienti tipici del racconto del crimine, mancava però la sua estremizzazione, la sua spettacolarizzazione.

Nel 2000, però, i palinsesti televisivi statunitensi presentano una serie televisiva innovativa, destinata a modificare per sempre l’impatto che le scienze forensi hanno sul pubblico e la percezione che la gente comune sviluppa riguardo al crimine.

Al telespettatore viene proposto un genere definito “procedurale”, ovvero una serie che mostra dettagliatamente lo svolgimento del fatto delittuoso, l’essenza stessa del crimine. Non è più un ispettore da “ufficio” a spulciare prove e indizi raccolti da altri, a leggere documenti e a memorizzare fotografie. Ora a lavorare sul crimine è la polizia scientifica, i primi agenti ad intervenire sulla scena del delitto, a catalogare le diverse evidenze, a raccogliere le prove fisiche e ad analizzarle minuziosamente in laboratorio. In quelle tante bustine numerate ed ermeticamente chiuse c’è la soluzione del caso, la chiave per ricostruire quanto è accaduto, nei minimi particolari.

Effetto CSI”, lo hanno definito così esperti della comunicazione di massa, criminologi e sociologi. Il pubblico delle serie televisive sul crimine si aspetta sempre di più dalle indagini della polizia. Gasati dagli eccellenti risultati ottenuti da Gil Grissom e dalla sua squadra, non possiamo più accettare che i colpevoli rimangano impuniti, che non si riesca a chiudere il cerchio, a inchiodare l’assassino, a risolvere il caso.

Programmi di approfondimento sul fatto delittuoso del momento con tanto di plastico della scena del crimine, “tuttologi” presentati come espertissimi pronti a scannarsi per colpevolizzare o scagionare i sospettati di turno, ricostruzioni dell’accaduto quasi cinematografiche, con attori ed effetti speciali. Giornalisti che assediano per mesi la porta d’ingresso della casa incriminata, interviste a fantomatici testimoni, dolore esibito davanti alle telecamere per la gioia dell’audience. Spettacolarizzazione del crimine, appunto.

Il pesante gioco della “giustizia mediatica” sceglie il suo colpevole, poco importa non coincida sempre con la realtà. Le signore al mercato scambiano commenti sull’ultimo risultato dell’esame del Dna trovato sul corpo della vittima come vere e proprie esperte; in fila alla posta si discute di quell’alibi che lascia ancora troppi margini di incertezza; sul divano, in famiglia, vanno in scena processi molto più accurati e, diciamolo, brevi di quelli reali. Accusa e difesa. Domande e controinterrogatori. Obiezioni e testimonianze. Il pubblico si divide. Colpevolisti e innocentisti.

Non ci basta però che il colpevole venga assicurato alla giustizia. Vogliamo capire cosa c’è dietro, indagare nel suo animo, scrutare la sua mente, individuare il momento preciso in cui si è spenta la luce e il male ha preso il sopravvento. Spostiamo l’attenzione, dalla vittima al carnefice, e cresce l’attesa per la spettacolarizzazione del suo racconto: l’intervista a “Storie Maledette”, la confessione del crimine commesso a “Un giorno in pretura”, programmi che continuano, dopo decenni a raccogliere un elevatissimo seguito.

Come navigati profiler, ricostruiamo l’identità psicologica dell’assassino, formuliamo ipotesi, abbozziamo un ritratto del “cattivo”. Forse perché, definendo le caratteristiche del Male, pensiamo di riuscire a riconoscerlo, a controllarlo, ad evitarlo. Il mondo del crimine ci affascina e ci spaventa, ci attrae e ci allontana, proviamo repulsione e forte curiosità. Un dualismo congenito, tipicamente umano.

“Ognuno di noi porta in se stesso il cielo e l’inferno”, scriveva Oscar Wilde. Un inferno che ci piace vedere, con la sicurezza e la libertà di potere, però, in qualsiasi momento, cambiare canale.

 

 

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