In pullman contro il gender

Undici città in otto giorni per i volontari di CitizenGo e Generazione Famiglia

Si è concluso il secondo tour del bus della libertà che ha portato in giro per l’Italia la lotta al gender.

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Per chi si stesse chiedendo che fine abbia fatto il gender in questa campagna elettorale, tranquilli: è ancora tra noi. Soprattutto sono tra noi i suoi instancabili oppositori. Se ne saranno accorte le persone che in questi giorni hanno notato un pullman turistico dipinto di arancione e ricoperto con la scritta “Non confondete l’identità sessuale dei bambini – Stop gender nelle scuole”. Si è infatti concluso ieri il secondo tour nazionale del Bus della libertà, partito il 20 febbraio da Reggio Calabria. Il bus ha fatto tappa a Catania, Napoli, Livorno, Torino, Milano, Verona, Bologna, Cesena, Pescara e Roma.

Le reazioni

Le risposte nelle varie città sono state diverse. A Reggio Calabria, tappa inaugurale, la presidentessa della commissione per le Pari Opportunità, Michela Calabrò, ha definito il tour “vergognoso”. A Torino, il comune ha ritirato l’autorizzazione a poche ore dall’appuntamento. Pare infatti che la richiesta non fosse sufficientemente esaustiva rispetto al tipo di manifestazione e che quando è stato chiaro di cosa si trattasse, il Comune abbia revocato l’autorizzazione in virtù di una mozione che impegna la giunta a non concedere spazi a organizzazioni omofobiche e transfobiche. Questo non ha fermato il bus, che di conseguenza è stato multato per divieto di sosta. Per quanto riguarda Napoli, gli stessi organizzatori affermano di non aver nemmeno chiesto il permesso, poiché l’ultima volta era stato concesso e poi revocato. A Verona, invece, è stato il sindaco in persona, il leghista Federico Sboarina, ad accogliere i paladini anti-gender, insieme al suo vice, Lorenzo Fontana. A Bologna il bus ha dovuto cambiare il luogo di sosta a causa di contestatori riuniti nella destinazione originaria.

I promotori

L’iniziativa è promossa da CitizenGo e Generazione Famiglia – Le Manif Pour Tous Italia, da anni impegnati in questa battaglia per la difesa delle libertà educative dei genitori, che passa anche dalla richiesta di abolizione dell’UNAR (l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali). Lo scopo è “risvegliare le coscienze contro la colonizzazione ideologica del gender nelle scuole” attraverso la distribuzione di un vademecum destinato ai genitori per riconoscere i progetti gender e per tornare protagonisti dell’educazione dei propri figli.

L’inesistenza del gender

In realtà, quello che i nemici giurati del gender combattono è un piano di sensibilizzazione atto a favorire una rappresentazione non stereotipata delle donne e degli uomini, anche e soprattutto a scuola, il luogo dove si formano i cittadini di domani. L’obiettivo è gettare nuove basi culturali per la lotta alla violenza di genere e all’omofobia. Di fatto non esiste un’ideologia gender, tanto è vero che questa espressione è stata ideata proprio dai suoi oppositori, prendendo spunto dagli studi di genere (gender studies). Gli studi di genere si riferiscono a un gran numero di ricerche e teorie che nel secolo scorso hanno indagato le implicazioni dal punto di vista psicologico, sociale e culturale della sessualità e dell’identità di genere. I no-gender hanno distorto e semplificato il tutto, arrivando a sostenere che qualcuno voglia insegnare ai loro figli che a un certo punto dovranno scegliere se essere maschi o femmine in base a cosa preferiscono, perché il sesso anatomico non conta.

Il vademecum

Nel vademecum distribuito, disponibile anche on-line, si trova un elenco di progetti scolastici da cui i genitori dovrebbero guardarsi bene, in quanto veicolerebbero il gender. Uno di questi è “La scuola fa differenza”, un percorso in otto moduli destinato a nidi e scuole dell’infanzia che si propone il “contrasto alla radice, fin dalla primissima età, delle condizioni culturali e sociali che favoriscono la violenza sulle donne, i fenomeni di omofobia e di bullismo, proponendo modelli aperti e plurali di identità, famiglia e genitorialità”. Il tutto anche attraverso il ricorso a una narrativa libera da stereotipi di genere finalizzata a favorire una costruzione delle personalità senza tabù e preconcetti. Nel vademecum, inoltre, è considerato gender tutto ciò che si propone di abbattere le discriminazioni e il bullismo a sfondo omofobico o transfobico. La libertà di espressione viene contrapposta all’esigenza di arginare questi problemi molto gravi, che possono portare anche al suicidio dei ragazzi presi di mira. Viene da pensare che questi genitori vogliano essere liberi di considerare accettabile che ragazzine e ragazzini percepiti come diversi vengano isolati o presi in giro.

L’indice dei libri proibiti

Scheda Il cammino dei diritti
Una delle schede de “Il cammino dei diritti” (CARIOLI, RIVOLA, Fatatrac – Amnesty International, 2014)

Il vademecum contiene anche un elenco di libri gender letti nelle scuole. Ad esempio, sarebbe dannosissimo per il loro sviluppo psico-fisico se i nostri figli leggessero “Una bambola per Alberto” (C. ZOLOTOW, Giralangolo, 2014). Si tratta della storia di un bambino che desidera tanto poter giocare con una bambola, tra le prese in giro del fratello e degli amici e il “NO” fermo del papà, che gli regala solo trenini e palloni. Sarà la nonna a comprare ad Alberto una bambola, spiegando che così il piccolo si allenerà a diventare un ottimo papà! Nell’elenco figura anche il cofanetto “Il cammino dei diritti” (CARIOLI, RIVOLA, Fatatrac, 2014), realizzato in collaborazione con Amnesty International. Il cofanetto racchiude venti schede, ognuna delle quali descrive un evento chiave nel cammino dei diritti umani attraverso un’immagine, una didascalia e una poesia. Si parte con l’abolizione della pena di morte da parte del Gran Ducato di Toscana nel 1786 e si finisce con il discorso della sedicenne Malala Yousafzai al palazzo delle Nazioni Unite del 2013. In quell’occasione, la ragazza lanciò un appello per il diritto all’istruzione dei bambini di tutto il mondo. Fra le schede c’è anche il riconoscimento del diritto di sposarsi alle coppie dello stesso sesso, riconosciuto nel 2001 dai Paesi Bassi e tanto basta per classificare una bellissima iniziativa come diseducativa.



La politica e il gender

Il gender è riuscito a entrare anche in un programma elettorale, quello di Fratelli d’Italia. Lo si trova già al primo punto, intitolato “Il più imponente piano di sostegno alle famiglie e alla natalità della storia d’Italia”. Dopo una serie di misure a favore della natalità e dell’inserimento lavorativo della donna-madre, si legge: “difesa della famiglia naturale, lotta all’ideologia gender e sostegno alla vita”. Emblematico della loro visione della società è il fatto che la donna-non madre non trovi posto al primo punto, né in nessun altro.

Michela Alfano

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