Punk: perché ci serve ancora

Esiste ancora il punk nel XXI secolo? E soprattutto, ha ancora importanza che esista? Cosa può essere considerato così provocatorio oggi?

Punk: il termine richiama subito quella subcultura giovanile di origine anglosassone nata negli anni Settanta. Vestiti bizzarri, acconciature improbabili. Roba da ragazzi, roba passata, tramontata con la fine del secolo scorso. O forse no.
Non si può parlare di punk e non pensare subito a lei,  Vivienne Westwood. Non solo è stata – ed è tutt’ora – una figura centrale della nascita dell’estetica e dell’immaginario punk, ma è anche un’entità che contraddice tutto quanto sopra affermato.
Ottanta candeline quest’anno e ancora decisamente, innegabilmente, punk. L’asserzione iniziale si sgretola in un attimo: il punk non è per giovani e non è tramontato con il nuovo millennio. Per usare le parole della stessa Vivienne, «Il punk vive!».

Quindi, che cos’è il punk?

Una moda? O uno stile musicale? Sì, ma non solo.
Nato come movimento di ribellione, fondato sulla volontà di provocazione, il punk è stato anzitutto il preludio di un cambiamento sociale: era la manifestazione delle insofferenze delle generazioni più giovani verso una società ritenuta bigotta e soffocante, l’espressione della necessità di ricercare un’identità propria, anche attraverso l’ostentazione di uno stile individuale ed eccentrico da sfoggiare contro l’omologazione. Si tratta quindi di una risposta comportamentale agli standard sociali: un atteggiamento, un modo di esprimere il proprio dissenso.

Il tempo pone due vie alternative ai movimenti di protesta e ribellione giovanili: rimanere di nicchia e morire con il passare del tempo oppure diffondersi, venendo poi riassorbiti dalla società una volta che il ricambio generazionale sostituisce gli adulti con i ragazzi ormai invecchiati. Il punk era quindi destinato a perdere la propria carica una volta che i giovani fossero divenuti adulti e così è stato: si è assopito, ma è vivo e vegeto.

E allora dov’è finito?

Per la stessa Westwood il punk è nella Rivoluzione Climatica, per il suo amico e collega Gene Krell è nel «far sentire qualcuno importante o alla pari con tutti gli altri». Che se ne riproponga l’estetica o meno, alla sua base il punk rimane ciò che era negli anni Settanta e Ottanta: è la volontà di contraddire una società anacronistica e soffocante, che non soddisfa più chi ci vive; è l’esigenza di svincolarsi dagli standard sociali costruiti dalle generazioni precedenti.

Incarna la ribellione al canone e all’abitudine, perché il fatto che qualcosa sia “sempre stato fatto così” non è una motivazione valida per continuare a seguire la stessa via. È avere coraggio di esprimersi anche quando in disaccordo con gli altri. È la volontà di schierarsi dalla parte di ciò che si ritiene giusto e non ciò che si sa essere facile.
In una società nella quale sopravvivono ancora disuguaglianze – razzismo, omofobia, sessismo, body shaming, victim blaming, abilismo – la consapevolezza delle differenze, l’empatia verso gli altri e la volontà di contribuire al cambiamento sono punk.

Il femminismo, l’uguaglianza, l’inclusività sono punk.
E tutti dovremmo esserlo un pò di più.

 

Angelica Frigo

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