Qualcuno lo può dire alla dottoressa Silvana De Mari?

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La notte era finita, e ti sentivo ancora: sapore della vita.”
Meraviglioso, Domenico Modugno

Può la vita perdere il suo sapore? Può estinguersi il suo profumo? Può svanire quella folle e caparbia passione per lei? Può il sole non riscaldare più muscoli e nervi? Può la luna non cullare più ricordi e sogni? Può il vento non spingere, non sollecitare, non porsi più come sfida? Sì, tutto questo può accadere. Un istante è sufficiente, un istante e tutto cambia, tutto si capovolge, tutto viene stravolto, tutto si spegne. Come un fulmine che causa lo spegnimento improvviso, drastico della luce, di ogni luce.

Prova a mettere una benda sugli occhi e tienila per dieci giorni: io vivo ogni giorno della mia vita così”, queste sono state alcune delle parole di Fabo prima di partire per la Svizzera. Una preghiera, la richiesta del diritto di porre fine ad uno strazio che nessuno conosceva se non lui.

Perché la vita è bella quando la si può scegliere ogni giorno: quando si può stringere, correre, quando ci si può soffiare il naso dopo un pianto, quando si può correre alla finestra e vedere come piove, quando il solletico fa ridere e un pizzicotto fa sussultare, quando si può scrivere la lista della spesa, quando ci si può caricare lo zaino sentendone il dolce peso sulla schiena… quando si può vivere. Quando l’alba non è l’inizio di un altro giorno di sofferenze ma è l’accenno di una nuova giornata da rendere meravigliosa.

Perché la vita è bella quando la si può scegliere ogni giorno: e Fabo non godeva più di questa facoltà, di questo diritto che poi forse è il senso stesso della vita. Ma il giudizio gratuito ed infondato, misto ad ignoranza e a superficialità, non si ferma davanti a niente e la dottoressa Silvana De Mari (esperta in questo) non ha perso tempo prima di pronunciare il suo: “Se resterò tetraplegica e cieca non ammazzatemi, perché la vita è bellissima e meravigliosa anche nell’immobilità. (..) Da immobile e da cieca potrò essere felice a ogni istante ancora di più (…) Da tetraplegica e da cieca potrei ascoltare la voce di coloro che amo, sentire il Magnificat di Bach e il Requiem di Mozart. Per la prima volta potrei avere il tempo e la calma immobile che sono necessari per scrivere una poesia”.

Pensare a come si agirebbe in una situazione che non si è mai vissuta (o sofferta), è facile. Esaltare come ideale (addirittura), come utile per alcune finalità una condizione di estrema sopravvivenza, è offensivo per chi quello stato lo subisce. Credere di possedere la verità, di esserne i detentori e le detentrici, e soprattutto credere che quella verità valga per tutti e per tutte, è preoccupante. Solo un cuore freddo ed uno spirito insensibile possono sviluppare idee simili, offese così mortificanti e critiche così spietate: “Com’è possibile che nessuna delle persone che hanno affollato la vita dell’uomo che ha scelto di morire sia stata capace di dirgli queste cose? Com’è possibile che nessuno gli abbia spiegato che lui non era un corpo, un corpo in passato bello e forte, e ora malato e piegato, quindi di nessun valore, da buttare?”.

Ma come viene bene ad alcuni e ad alcune il gesto di entrare nelle case, nelle vite e nei cuori delle persone; come viene bene ad alcuni e ad alcune decidere cosa sia giusto per gli altri e per le altre; e come viene bene ad alcuni e ad alcune condannare chi sostiene e chi rispetta le scelte altrui in nome di un amore sconfinato.

Amare è anche lasciare andar via”, è una delle frasi che non mancano sui diari di ogni età e sui muri di ogni città: volere il bene dell’altro, dell’altra fino ad accettarne l’assenza, la mancanza, fino ad accettarne la morte. Soprattutto quando questa resta l’unico mezzo per non detestare la vita. Perché negli occhi di Fabo così come negli occhi delle Persone che lo hanno preceduto con la simile richiesta, non v’era traccia di odio nei confronti di una vita che le aveva tradite: solo la malinconia di un’esistenza non solo dignitosa ma anche degna di essere vissuta e la conseguente voglia, richiesta di liberarsi da una condizione di estrema difficoltà, tragica, drammatica, comprensibile solo da chi la vive.

Perché la vita è bella quando la si può scegliere ogni giorno: quando invece è un soffitto a scegliere le stelle che non si potranno vedere, quando è un macchinario a scegliere le parole che non si potranno pronunciare, quando invece è l’immobilità di muscoli e nervi a scegliere i movimenti che non si potranno compiere, forse non restano molte possibilità di ispirazione per una nuova poesia.

Quella che la dottoressa De Mari sostiene scriverebbe anche inchiodata ad un letto e quella che Fabo, molto probabilmente, sta componendo ora. Ora, finalmente.

Deborah Biasco

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