Quando il panico dilaga

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A.P.E. InFo – Associazione Psicologi Europei In Formazione


Nel corso della vita, è prassi comune dover affrontare situazioni stressanti ma, anche solo conversando con amici o colleghi di lavoro, si può identificare un’ampia gamma di stili comportamentali e cognitivi che determinano diversi tipi di risposte messe in atto dagli individui.

Ci sono, infatti, persone che trovano eccitante approcciarsi ad un problema o ad una situazione complessa, in quanto vi percepiscono una componente di sfida. Altri, invece, vivono tali circostanze in maniera molto ansiogena, spesso arrivando anche a somatizzare il proprio stato d’animo (ovvero manifestare i propri conflitti emotivi e cognitivi attraverso sintomi organici come mal di testa, sensazioni di nausea e dolori allo stomaco). Quest’ultimo atteggiamento non è patologico: è normale e umano provare stress in particolari occasioni (il nostro corpo è un asso nella produzione di cortisolo!) e talvolta la preoccupazione che ne emerge risulta essere utile e vantaggiosa (una componente definita “eustress”). Vi è però un rovescio della medaglia: i disturbi d’ansia, ossia disturbi psichiatrici caratterizzati da forti sensazioni di ansia o paura e riconosciuti dai più importanti manuali diagnostici redatti dall’OMS e dall’American Psychiatric Association, a cui gli esperti del settore fanno riferimento. Questo cluster di disturbi è piuttosto diffuso: un’analisi sistemica degli studi condotti sulla diffusione di tali patologie, indica una prevalenza del 16,6% durante l’intero arco di vita (Somers et al., 2006), mentre le statistiche generali mostrano che fino al 30% della popolazione mondiale ne soffrirà nel corso della propria vita.

Tra questi disagi, il disturbo di panico risulta essere di grande interesse. Sebbene a chiunque può capitare di sentirsi “nel panico”, va fatta una distinzione tra la diagnosi del disturbo e la possibilità di aver vissuto un episodio isolato di attacco di panico. Sussistono infatti differenze inerenti sia alla diffusione che alla sintomatologia di queste due condizioni. Quando si parla di attacco di panico, si intende un episodio a rapida insorgenza (solitamente 10 minuti al massimo) di una sensazione soggettiva di forte ansia e pericolo, in assenza di una minaccia oggettiva o causa esterna (evento stressante), o causata da una sovrastima dell’impatto dovuto ad un evento stressante realmente presente.

Il disturbo di panico è invece caratterizzato da ricorrenti attacchi di panico (minimo due a breve distanza temporale ma, solitamente, si tendono a riproporre più frequentemente) in concomitanza all’insorgenza di sintomi fisici quali palpitazioni, elevata sudorazione, tachicardia, nausea, dolori al petto, mal di stomaco, vertigini, brividi, sensazioni di intorpidimento o formicolio ed anche vampate di calore. Ulteriori sintomi, che spesso si associano a questo disturbo, sono il senso di depersonalizzazione (ovvero la sensazione di sentirsi come al di fuori del proprio corpo) e il senso di derealizzazione (cioè l’impressione soggettiva che il mondo circostante sia irreale), spesso infatti, chi soffre di disturbo di panico, riporta la sensazione di “impazzire”. Infine, l’individuo riporta una forte preoccupazione riguardo la possibilità di rivivere un attacco di panico, con conseguenti ripercussioni sulla propria vita quotidiana: la persona metterà in atto comportamenti evitanti che mirano ad eludere situazioni nuove o inaspettate, che teme possano non metterlo a proprio agio e causargli stress.

A livello epidemiologico, un’analisi dell’OMS riporta che più del 22% della popolazione statunitense ha sperimentato un attacco di panico isolato, mentre più del 4,5% soffre di disturbo di panico (Kessler et al., 2006). Questi dati sono ancora più sconvolgenti se osservati in un’altra ottica: secondo l’American Psychological Association, circa 1 persona ogni 75 è colpita dal disturbo di panico (American Psychological Association, 2008). Questo disturbo, che colpisce con una frequenza 2-3 volte maggiore le donne rispetto agli uomini (Rouillon, 1997), è spesso invalidante in quanto compromette la qualità della vita dell’individuo e, di conseguenza, risulta essere anche un grande costo per la società. Chi soffre di disturbo di panico tende, infatti, a fare maggiormente ricorso all’assistenza sanitaria, a fare maggiore uso di psicofarmaci, ad essere meno produttivo sul luogo di lavoro e ad usufruire maggiormente di permessi di malattia a causa dei sintomi fisici (asma, tachicardia, dolori al petto, ecc.). Tale disturbo può portare, inoltre, a conseguenze sul piano affettivo-relazionale con il proprio coniuge o gruppi di amici, una minor sensazione di benessere fisico ed un maggiore rischio di abuso di alcol e droghe (Markowitz et al., 1989).

Le cause che portano all’insorgenza del disturbo di panico sono molteplici e riguardano diversi campi di studio. Tra le principali: la predisposizione genetica e la presenza di un’alterazione specifica dei processi neurobiologici (ovvero dei cambiamenti che riguardano l’anatomia e la funzionalità del cervello). Giocano un ruolo non trascurabile, inoltre, diversi fattori psicosociali quali la sensibilità individuale e soggettiva all’ansia. Tale caratteristica personale porta alla manifestazione di un circolo vizioso che si va a creare tra la rapida manifestazione dei sintomi fisici e la preoccupazione legata ad essi. Se, ad esempio, una persona particolarmente suscettibile all’ansia sente il proprio battito cardiaco accelerare (uno dei segnali dell’insorgenza di un attacco di panico), sarà portata a credere che la causa del sintomo sia un imminente attacco di cuore. Questa credenza porterà all’acuirsi del sintomo stesso e, di conseguenza, ad un aumento ulteriore della preoccupazione, e così via (Roy-Byrne, Craske & Stein, 2006).

Anche in nome della sua diffusione, esistono molte terapie efficaci per trattare il disturbo di panico, tra le quali si trovano:

  • Terapia Cognitivo Comportamentale: tale terapia consiste nell’esposizione graduale del paziente alle sensazioni associate all’attacco di panico, con lo scopo ultimo di mostrare all’individuo che le sue reazioni psicologiche di ansia e preoccupazione sono eccessive rispetto al reale pericolo presente.

  • Psicoterapia: processo di cura incentrato sull’aumento di autoconsapevolezza dell’individuo, in particolare sullo stretto legame esistente tra processi mentali e fisici. Consapevolezza che risulta essere la chiave del percorso di guarigione.

  • Mindfulness: tecnica di meditazione che trae le sue origini dalla religione buddista e che permette al paziente di focalizzare la propria attenzione sul “qui ed ora” riducendo i sintomi legati al disturbo (Eberth & Sedlmeier, 2012).

Un ultimo aspetto, forse il più saliente, legato al disturbo di panico, è quello della prevenzione. Esistono studi (Gardenswartz & Craske, 2001) che dimostrano come la partecipazione a workshop, condotti da esperti della salute mentale e incentrati su temi quali la psicoeducazione, le strategie cognitive e l’esposizione interocettiva (un’esposizione del paziente a stimoli stressanti con l’obiettivo di ridurre l’impatto della reazione di ansia da essi causata); possano ridurre l’insorgenza del disturbo di panico.

La società odierna è costellata da un gran numero di informazioni che stressano il cervello umano, bombardandolo di un’eccessiva quantità di input (fenomeno che, in gergo specialistico, è definito information overload). Stili di vita sempre più frenetici, uniti ad una sovra-informazione eccessiva, portano ad una crescente preoccupazione per il proprio futuro e per i pericoli presenti nel mondo moderno (per approfondimenti sul tema si rimanda alla lettura delle opere del sociologo Zygmunt Bauman). Per questi motivi occorre abbattere lo stigma che affligge coloro che si rivolgono a professionisti della salute mentale e promuovere un’educazione che non solo salvaguardi il singolo, ma porti alla costruzione di una società sana ed inclusiva.


Bibliografia e sitografia

  • American Psychological Association
  • Eberth, J., & Sedlmeier, P. (2012). The effects of mindfulness meditation: a meta-analysis. Mindfulness, 3(3), 174-189.
  • Gardenswartz, C. A., & Craske, M. G. (2001). Prevention of panic disorder. Behavior Therapy, 32(4), 725-737.
  • Kessler, R. C., Chiu, W. T., Jin, R., Ruscio, A. M., Shear, K., & Walters, E. E. (2006). The epidemiology of panic attacks, panic disorder, and agoraphobia in the National Comorbidity Survey Replication. Archives of general psychiatry, 63(4), 415-424.
  • Markowitz, J. S., Weissman, M. M., Ouellette, R., Lish, J. D., & Klerman, G. L. (1989). Quality of life in panic disorder. Archives of general psychiatry, 46(11), 984-992.
  • Rouillon, F. (1997). Epidemiology of panic disorder. Human Psychopharmacology: Clinical and Experimental12(S1), S7-S12;
  • Roy-Byrne, P. P., Craske, M. G., & Stein, M. B. (2006). Panic disorder. The Lancet, 368(9540), 1023-1032;
  • Somers, J. M., Goldner, E. M., Waraich, P., & Hsu, L. (2006). Prevalence and incidence studies of anxiety disorders: a systematic review of the literature. The Canadian Journal of Psychiatry51(2), 100-113;

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