Un bosco di melograni e un centro per bambini: quando la mafia si trasforma. La nuova vita dei beni confiscati

Ci sono molte realtà sociali nate grazie alla confisca dei beni alla criminalità organizzata. Occasioni che non sono andate perdute. Ma c’è ancora molto lavoro. A partire dall’amministrazione dell’Agenzia di Stato

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Non c’è niente di più nobile che restituire i patrimoni mafiosi alla collettività, e fare in modo che il loro riutilizzo abbia fini sociali

Melograni solidali

La contrada Marrone a Valenzano in provincia di Bari – terreno confiscato alla criminalità organizzata – diventerà un bosco con 600 alberi di melograno. Un’operazione sana, sociale, onesta e sostenibile. La piccola azienda Fortunale che produce maglioni 100% in lana biologica realizzati con tinture naturali e consegnati in packaging plastic free prende in mano il progetto insieme alla Cooperativa Sociale Agricola Bio Semi di Vita.  Per ogni maglione venduto, l’azienda pianterà un albero che sarà numerato e il cui numero verrà ricamato sul capo, caratterizzandolo di unicità e sensibilizzando il cliente alla filosofia sostenibile.




Da parte sua, la Cooperativa Sociale Bio Semi di Vita, impegnata in attività di inserimento lavorativo di persone con disabilità e minori appartenenti al circuito penale, mediante l’agricoltura sociale, coordina il lavoro nei terreni sequestrati alla mafia a Valenzano. Permetterà quindi di far lavorare persone svantaggiate, restituendo loro un po’ di socialità. I melograni prodotti saranno destinati alla produzione di gelatine e confetture per tutto il mercato nazionale.

I bambini nelle ville

Nella grande villa confiscata ai Casamonica a Roma si inaugura la “casa” dell’Associazione nazionale genitori soggetti autistici (Angsa). “Non sarà solo la casa degli autistici ma di tutti. Uno spazio multifunzionale aperto al territorio. laboratori di cucina, ceramica, arte e informatica; un centro di ascolto per le famiglie”, dicono dall’Associazione. Attività rese possibile anche grazie alla collaborazione con l’ospedale Bambino Gesù e l’Università di Tor Vergata. La villa fu confiscata nel 2013 ma sgomberata solo nel 2017; è passata poi al patrimonio della Regione Lazio che ha così potuto emanare il bando pubblico. A vincerlo è stata l’Angsa. Una situazione analoga è nata a Palermo: un bene confiscato alla mafia sarà sede per i bambini autistici. La villetta (purtroppo dopo il trascorrere di diversi anni) è diventata patrimonio del Comune di Monreale, e ora sarà la sede dell’Asfa, l’Associazione di sostegno alle famiglie.

I beni confiscati

Colpire le ricchezze accumulate con metodi illeciti significa colpire al cuore la criminalità organizzata. Significa esporre al sole il riciclaggio di denaro sporco, indebolire le bande che scorrazzano per le campagne a reclutare giovani spesso fragili che non hanno niente da perdere. Il primo a capirlo fu Pio La Torre, politico e sindacalista italiano, assassinato nel 1982 per ordine di alcuni boss mafiosi tra cui Totò Riina e Bernardo Provenzano. La legge 646 del 13 settembre 1982 nota come legge “ Rognoni-La Torre” introdusse per la prima volta nel codice penale il reato di associazione di tipo mafioso “art 416 bis” e le misure patrimoniali da applicare agli illeciti arricchimenti.

L’Agenzia di Stato

Esiste un’Agenzia Nazionale di Stato nata nel 2010 con il compito di amministrare e coordinare la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. La criticità maggiore è certamente il largo lasso di tempo che intercorre tra i provvedimenti di sequestro e l’assegnazione definitiva all’Agenzia da parte dei Tribunali (nonostante la collaborazione con le autorità già in fase giudiziaria); un tempo “pericoloso” in cui i beni possono diventare improduttivi o peggio finire nuovamente oggetto di speculazione economica delle mafie. Inoltre, il funzionamento dell’Agenzia, con quattro sedi in Italia, Napoli, Palermo, Milano, Roma, è reso complesso da una serie di passaggi burocratici.

I decreti sicurezza

La situazione si è complicata dopo i recenti decreti sicurezza, varati circa un anno fa, che autorizzavano la vendita dei beni confiscati ai privati laddove non fosse possibile il loro riutilizzo per finalità di pubblico interesse. Una decisione che ha fatto protestare sindacati e associazioni come Libera, Legambiente, centro Studi Pio La Torre, poiché in questo modo potevano presentarsi come acquirenti gli stessi mafiosi, attivi sul mercato immobiliare con qualche prestanome. Il decreto ha avuto però il merito di rafforzare l’organico dell’Agenzia. Le figure arriveranno solo con concorso e dalla mobilità delle altre amministrazioni.

Il difficile compito dell’Agenzia

Il difficile compito di portare avanti il lavoro dell’Agenzia (oltre al problema delle risorse umane) è affidato al direttore Bruno Frattasi, napoletano, con una lunga carriera ministeriale, che sembra avere preso a cuore il ruolo e la sua missione. Il direttore ha firmato recentemente un Protocollo con il Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo che dovrebbe rafforzare le verifiche antimafia nella vendita dei beni confiscati per i quali non sia stata possibile la destinazione a scopi sociali o istituzionali. Obiettivo: impedire ogni tentativo di infiltrazione di stampo mafioso nelle procedure di dismissione.
La sfida dell’Agenzia è importante: dal suo esito dipende il riutilizzo sociale dei terreni e dei beni immobili da parte di giovani, persone in situazione di disagio sociale, ragazzi e donne maltrattate; oltre a rappresentare un alto valore etico per il fatto di dare nuova vita a beni che sono stati frutto di denaro sporco.

Per chi volesse approfondire il tema, sono disponibili le Linee guida dell’Agenzia che mostrano come funziona il meccanismo di confisca e sequestro e la successiva assegnazione a enti, associazioni e cooperative.

Marta Fresolone

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