Quattro poesie dal Kurdistan: i sogni di un popolo coraggioso

Quattro liriche selezionate dalla bibliografia di grandi poeti curdi contemporanei, per omaggiare un popolo tribolato e il suo instancabile coraggio.

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Sconcertati dall’orrore dell’attuale situazione curda, vi proponiamo quattro poesie per scoprire la bellezza e il coraggio di un popolo martoriato, attraverso alcuni dei versi più memorabili prodotti dai suoi autori simbolo.

La luce santa

Mi sento come le città assediate da tutti i lati
Mi sento disperato
I sogni vengono bombardati
Le speranze vengono circondate dai fili spinati
I sentimenti vengono sparati senza scrupoli
Le gioie vengono saccheggiate
Spengono le luci negli occhi dei bambini
Fanno aumentare le grida delle madri
Mi sento come il mio paese diviso in quattro parti
Voglio credere in una luce divina
Abbraccio la mia luce
Come abbracciare la terra
Come abbracciare le stelle, le nuvole, il cielo
Come abbracciare il mare, le montagne, la natura
Come baciare la fronte della vita
E corro verso la mia luce santa
Mi perdo consapevole nella luce.
Seguendola entro in un cuore santo
E tutte le belle cose diventano l’amore
E io divento l’amore negli occhi santi
Come Luce Santa.

– Doğan Akçali

In questa lirica di Doğan Akçali (1980 – ), poeta curdo esiliato in Italia, l’elemento poetico centrale è un’analogia tra la condizione di un paese e uno stato d’animo: Mi sento come il mio paese diviso in quattro parti è la sofferta dichiarazione di chi interiorizza la condizione della propria terra (e del proprio popolo) fino a renderla una condizione esistenziale. La corsa verso la luce santa, alla quale non è necessario attribuire un significato strettamente teologico, appare come unica speranza in una terra dove i sogni terreni non hanno più spazio.

La nostra poesia è scritta con le lacrime

Nell’oscurità di anguste celle,
tra usci infami e solidi ferri
fra topi e scarafaggi
seminiamo la nostra parola,
e matura la nostra storia
irrigata dalle lacrime dei bambini
per il padre dietro le sbarre,
La nostra poesia è scritta con le lacrime
La nostra poesia è scritta con le lacrime

Nutrita dal desiderio umiliato
delle giovani spose
cui il carcere ha tolto
ben presto l’amore.
La fantasia tesse nuovi racconti,
ricama con fili di lacrime,
con colori di sangue,
del sangue dei ragazzi e delle ragazze
che scorre eroico sui nostri monti,
su queste montagne kurde
e così continuano le nostre leggende
si intrecciano altre canzoni….

La nostra ispirazione non nasce
da labbra rosse dipinte,
da occhi e volti
elegantemente abbelliti:
da lacrime, sangue, desiderio
sorge la poesia
rinnova il nostro amore
e sospinta da un soffio leggero vola
Oltre le sbarre.

– Mehmet Emin Bozarslan

Mehmet Emin Bozarslan (1935 – ), oggi rifugiato politico in Svezia, è uno dei poeti che ha meglio e più esplicitamente rappresentato in parole l’epopea del popolo curdo. Con un po’ di ironia, l’autore dichiara qui che la poesia nata in terra rivoluzionaria è lontana da temi intimistici e sentimentali, che si sottintende siano attribuiti a terre più pacifiche e con minore vitalità ideologica, ma è invece concepita per raccontare grandi ideali ed è scritta con le lacrime e e il sangue di color che si sono battuti per onorarli: la sua forza è tale da superare i confini di terre martoriate e le sbarre di ingiuste prigionie.



Io vado, madre

Io vado, madre.
Se non torno,
sarò fiore di questa montagna,
frammento di terra per un mondo
più grande di questo.
Io vado, madre.
Se non torno,
il corpo esploderà là dove si tortura
e lo spirito flagellerà,
come l’uragano,
tutte le porte.
Io vado… madre…
Se non torno,
la mia anima sarà parola…
per tutti i poeti.

– Abdulla Goran

Abdulla Goran (1904 – 1962) è considerato il padre della letteratura curda moderna. Questa sua lirica riprende il topos della partenza del rivoluzionario, con una variazione sul tema: la parola del guerrigliero non viene consegnata alla memoria dei combattenti, bensì a quella dei poeti. La poesia può dunque essere intesa quindi come un’inusuale e pacifica arma a servizio della rivoluzione oppure, più intimisticamente, come lascito di chi ha coltivato l’arte poetica nel corso della propria intera vita. Il verso Se non torno sarò fiore di questa montagna sembra rifarsi alle famose parole dell’inno di resistenza Bella Ciao.

Il diario

Il fiore ha scritto il suo diario:
metà del diario parlava della bellezza
dell’acqua.
L’acqua ha scritto il suo diario:
metà del diario parlava della bellezza
del bosco.
Il bosco ha scritto il suo diario:
metà del diario parlava della terra
amata.

Ma quando la terra scrisse i suoi diari,
tutti i diari parlavano della libertà.

– Sherko Bekas

Questa bellissima lirica di Sherko Bekas (1940 – 2013) non rimanda in modo diretto alla battaglia del popolo curdo, offrendo una riflessione universale. La personificazione degli elementi naturali si chiude con la potente immagine finale: il principale sogno della terra che tutti calpestiamo, e che essa ogni sera confessa al suo diario, è la libertà. Quella dei popoli che la abitano, si può intuire.

Agata Virgilio

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