Quello che sta avvenendo nel Mediterraneo è gravissimo

MEDITERRANEAN SEA (Jan. 3, 2019) Gunner's Mate Seaman Apprentice Jaylen Hershberger scans the horizon as the Whidbey Island-class amphibious dock landing ship USS Fort McHenry (LSD 43) transits the Strait of Messina, Jan. 3, 2019. Fort McHenry and embarked 22nd Marine Expeditionary Unit (MEU) are deployed as part of the Kearsarge Amphibious Ready Group in support of maritime security operations, crisis response and theater security cooperation, while also providing a forward naval presence. (U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 3rd Class Chris Roys/Released) 190103-N-AT530-0195
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E’ gravissimo cosa sta avvenendo, per l’ennesima volta, nel Mediterraneo.

Il punto, però, non credo sia solamente Salvini e la sua ignoranza e arroganza, il suo razzismo e neofascismo. Non è neanche “solamente” il ricorso respinto dalla corte europea dei diritti dell’uomo. Il centro della questione è la necropolitica in sé, ossia l’amministrazione del politico volta a dare la morte, e non a governare la vita. Basti pensare, ad esempio, che chi è all’opposizione, ossia il PD, ha appena proposto un documento irricivibile che vorrebbe stringere accordi con la Libia per la gestione dei flussi.
Detto questo, il Mediterraneo è un inferno da decenni, da almeno trent’anni. Credo sia importante, quindi, valutare questa situazione nel suo insieme e con un respiro più ampio, ossia il sistema confinario sui margini esterni dell’Europa e internamente allo spazio comunitario. 


Adottando questo sguardo, si scopre che la mobilità è profondamente legata alla povertà. E, parafrasando Fanon, non si è negri se non si è poveri. Partendo da questo punto, il confine è un dispositivo per estrarre ricchezza dai corpi, per costruire un territorio – fisico, geografico e di relazioni sociali – in cui il centro mette a valore le periferie attraverso molteplici forme di sfruttamento. 


Trovare delle motivazioni per differenziare le storie di chi sfugge dal giogo della miseria è parte della narrazione egemone e, al tempo stesso, una stupidaggine immensa: non ci sono motivazioni positive o negative – chi è fuggito dalla guerra, cioè, non ha più diritto di restare o di arrivare in Europa di chi, ad esempio, ha lasciato un contesto di teorica pace, come in Tunisia – perché, in questo modo, si punta su di un elemento, il perché del viaggio, per moltiplicare le forme di subordinazione. I ‘migranti economici’, ad esempio, sono l’ennesia invenzione di un soggetto muto e subalterno al bianco, anche quando quest’ultimo si professa solidale nei confronti e attento alle esigenze dei ‘migranti’. 


La questione, quindi, è ancora una volta la povertà. I confini esistono solamente per chi non ha soldi, per chi non ha possibilità. E funzionano nel riprodurre spazi e luoghi in cui si è esclusi o inclusi in maniera differenziale. Rompere questa geografia e geometria del potere è possibile attraverso la struttura del campo, sia che lo si intenda come luogo di aggregazione informale dei solidali sia come insieme di relazioni nel tempo e nello spazio. Per questo, alla logica del muro che vuole la Sea Watch 3 alla deriva nel Mediterraneo, opponiamo quella di reti solidali che, dal nord al sud, vogliono un mondo fatto da rapporti di uguaglianza sostanziale tra tutte le differenze.

 

Gabriele Proglio

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