Rap contro il razzismo: “I’m not racist” e “Let’s talk straight”

Musica rap per combattere il razzismo. Questa è l’idea di Joyner Lucas, poi ripresa da Uriya Rosenman e Sameh Zakout. Video musicali che mettono a confronto due facce della stessa medaglia, due versioni della stessa storia. Si tratta di video di grande impatto, nei quali cantanti e attivisti si scagliano attraverso il rap contro il razzismo. Sono artisti che si adoperano per risolvere un conflitto che incombe su determinati gruppi sociali da ormai troppo tempo.

Rap contro il razzismo: Let’s talk straight

Uriya Rosenman è un educatore e attivista sociale israeliano. È cresciuto in basi militari israeliane e ha servito il paese come ufficiale nelle forze di difesa israeliane (IDF). Viene da una famiglia, come la descrive lui, sionista e patriottica.  Nel corso della sua vita non ha avuto molte occasioni per interagire con gli arabi e per rendersi conto del conflitto che affligge Israele. Proprio per questo ha deciso di parlarne attraverso la musica, prendendo spunto da I’m not racist di Joyner Lucas.

Rosenman ha quindi intrapreso un viaggio per Israele, durante il quale ha raccolto opinioni dai punti di vista di ebrei e arabi israeliani, estremisti e moderati. Ha poi riassunto il tutto nel testo di Let’s talk straight, ma aveva bisogno di una voce per rendere più autentica la parte araba della canzone. È così che si è imbattuto in Sameh Zakout, attore, musicista e attivista palestinese nato nella città mista arabo-ebraica di Ramla. Zakout era proprio la voce giusta per una canzone rap contro il razzismo: vittima di razzismo sin da bambino, membro di una famiglia che era stata cacciata da casa nella guerra d’indipendenza d’Israele del 1948, noto ai palestinesi come “Nakba” o catastrofe.

Let’s talk straight : il conflitto arabo-israeliano

Rosenman e Zakout hanno deciso di rilasciare Let’s talk straight a maggio, proprio in un periodo di particolare instabilità. Nel video musicale, i due sono seduti ad un tavolo, quando Rosenman dà inizio a tre minuti di invettiva antipalestinese in ebraico.

“Parliamoci chiaro. […] Credere nella coesistenza è solo essere ingenui. […] Ovunque ci siano arabi ci sono attacchi terroristici. […] Non gridate al razzismo! Smettetela di frignare! […] Vivete in clan, sparate colpi di fucile ai matrimoni, guidate come coglioni, abusate dei vostri animali, rubate auto, picchiate le vostre stesse donne. […] Vi interessa soltanto di Allah e della Nakba e della Jihad e dell’onore che controlla i vostri impulsi”.

Questa prima parte di insulti termina con

“Non sono razzista, so che c’è un’altra versione della storia, non sto delirando. Non sono razzista. Condividiamo questo paese, ma l’odio non finisce mai. Vorrei che la nostra realtà fosse diversa. Non sono razzista, giuro”.

Zakout replica altrettanto aspramente in arabo

“Parliamoci chiaro, voi ebrei vi siete dimenticati cosa vuol dire essere una minoranza. […] Basta! Sono palestinese, punto, quindi chiudi la bocca. […] Non appoggio il terrorismo, sono contro la violenza, ma 70 anni di occupazione … è ovvio che ci sia resistenza. Quando fate un barbecue e celebrate l’indipendenza, la Nakba è la realtà di mia nonna, figli di puttana! Nel 1948 avete cacciato la mia famiglia, il cibo era ancora caldo in tavola quando avete fatto irruzione nelle nostre case, occupando e poi negando. […] Non sono razzista, sono arrabbiato! […] Pensate che siete sopravvissuti all’olocausto quindi tutto è permesso. […] Non sono razzista, ma ne ho avuto abbastanza”.



La canzone termina con Zakout che dice

“Non sono razzista. Entrambi non abbiamo un paese, ed è qui che inizia il cambiamento”,

quando i due si avvicinano al tavolo e condividono un pasto di hummus e pita.

Rap contro il razzismo: I’m not racist

Rosenman si è ispirato al video musicale di Joyner Lucas, I’m not racist. Lucas, afroamericano, descrive il conflitto statunitense tra bianchi e neri. Anche qui i due mondi sono rappresentati da due personaggi, un bianco con indosso un cappello dalla scritta “Make America great again” ed un ragazzo di colore.

I’m not racist : il conflitto razziale negli Stati Uniti

Il video si apre col bianco che dice

“Con tutto il dovuto rispetto, non provo pena per voi ne*ri, è così che mi sento. Gridando “Black Lives Matter”, tutti i neri preferiscono essere nullafacenti che pagare le tasse. […] Appena dico “ne*ro” poi tutti reagiscono e vogliono picchiarmi e mi chiamano razzista perché non sono nero. […] E io mi spacco il culo a lavoro e pago le tasse per cosa? Così che possiate continuare a vivere di assistenza governativa gratuita? Buoni pasto per i vostri figli, ma cercate comunque di venderli per un po’ d’erba o di liquore o un* fottut* babysitter, mentre fate festa in strada perché non avete dei fottuti obiettivi?”.

Conclude poi l’invettiva con

“Non sono razzista, è come se vivessimo nello stesso palazzo ma in due piani separati. Non sono razzista, ma ci sono due versioni della stessa storia, e vorrei conoscere la tua… vorrei conoscere la tua. Non sono razzista, giuro”.

Parte poi il ragazzo di colore

“Con la dovuta mancanza di rispetto, non mi piacete voi bianchi figli di puttana, è così che mi sento. Gridando “All Lives Matter”, è una protesta alla mia protesta, che razza di stronzata è? […] “Ne*ro”, quella parola è stata creata per voi per tenerci sotto controllo, e quando noi la usiamo, sappiamo che è solo come ci salutiamo. E quando voi la usate, sappiamo che c’è un doppio significato sotto. […] Provo a trovare lavoro ma nessuno mi ha ancora richiamato, ora devo vendere droga per mettere cibo nella mia dispensa. Voi bianchi non siete furbi, questo fa tutto parte della vostra tattica. Non parlare di tasse del cazzo, quando non sto facendo soldi. […] Non sapete che vuol dire farsi gli affari propri ed essere fermati dalla polizia e non sapere se stai per morire o meno”.

Termina poi con

“Spero che magari possiamo arrivare ad un compromesso, essere d’accordo sul fatto che non siamo d’accordo, potremmo arrivare ad un accordo. Non sono razzista”,

mentre i due si abbracciano.

Rap contro il razzismo

Entrambe le canzoni sono di grande impatto. All’inizio sembrerebbe trattarsi solo dell’ennesima canzone razzista che diventa virale. Poi invece, andando avanti, si capisce che il cantante sta esponendo di proposito insulti razzisti e stereotipi offensivi con lo scopo di far capire alle due parti che questi atteggiamenti non fanno altro che peggiorare il conflitto. Si fa anche riferimento a parole politicamente scorrette, spiegando come vanno utilizzate per non offendere. Ciò che questi video vogliono trasmettere è che comportamenti del genere non fanno altro che alimentare l’odio. Odio che va superato per poter convivere pacificamente.

Elisa Pinesich

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