Russia e Islam: la comunità musulmana nel paese, una gigantesca minoranza
Attualmente in Russia vivono circa 20 milioni di musulmani, la popolazione islamica maggiore del continente europeo pari al 15% della popolazione totale del paese. Questi vivono prevalentemente nella zona del Caucaso settentrionale e nella regione del Volga-Urali.
Nel 1997, l’Islam è stato riconosciuto tra le quattro “religioni tradizionali” russe insieme al Cristianesimo ortodosso, al buddhismo e all’ebraismo.
Nonostante il riconoscimento ufficiale, l’incremento costante della popolazione musulmana nel paese sta suscitando crescente ostilità nella maggioranza non musulmana, in linea con quanto si osserva in molti paesi dell’Europa occidentale.
Storia del complesso rapporto tra Russia e Islam
Il rapporto tra la Russia e Islam è stato plasmato da un complesso insieme di fattori storici, politici e religiosi. L’influenza dell’Islam nella regione risale a secoli fa quando i Khanati turchi dominavano vaste aree dell’attuale territorio russo. Con il passare del tempo, l’Islam ha continuato a essere una forza culturale e religiosa significativa, specialmente nella parte meridionale del Paese.
Tuttavia, il rapporto tra la Russia e Islam è stato spesso segnato da tensioni e conflitti. L’espansione dell’Impero russo nel XIX secolo ha portato a un conflitto con le popolazioni musulmane della regione del Caucaso, culminato nelle guerre del XIX secolo, che hanno visto il governo zarista impegnato in una lotta brutale per il controllo della regione.
La conflittualità è proseguita durante l’epoca sovietica. I vertici del partito comunista vedevano infatti nei precetti dell’islam un elemento di contrasto rispetto all’ideologia marxista-leninista. A partire dagli anni ’30 iniziò un’intensa campagna antislamica con la chiusura di numerose moschee e istituiti educativi islamici e con l’arresto e l’invio nei gulag di diversi studiosi e intellettuali musulmani, accusati di spionaggio e attività antisovietica.
La re-islamizzazione e i conflitti in Cecenia
Con il crollo dell’URSS inizierà un processo che è stato definito di re-islamizzazione, un vero e proprio revival religioso. Soprattutto nell’area del Caucaso, la religione diventerà un importantissimo elemento aggregante delle comunità locali in vista della lotta contro l’autorità centrale della neonata federazione russa.
In questo periodo, diverse nazioni straniere hanno cercato di influenzare le comunità locali promuovendo ideologie legate all’islam politico, come il Wahhabismo e il Salafismo.
Queste correnti porteranno a una radicalizzazione del movimento indipendentista ceceno che verrà trasformato in un movimento jihadista, portando allo scoppio di due sanguinose guerre: la prima tra il 1994 e il 1996 e la seconda tra il 1999 e il 2009.
Con il secondo conflitto ceceno, l’allora neoeletto presidente della federazione, Vladimir Putin, riuscirà a sfruttare il clamore post 11 settembre e la guerra totale dichiarata dagli Usa al terrorismo per mascherare il conflitto come una operazione antiterroristica.
Il terrorismo Islamico in Russia
Dagli anni ’90 il rapporto tra Russia e Islam continuerà a degenerare a causa di una serie di brutali attentati terroristici.
Due in particolare sono rimasti impressi nella memora collettiva. Il primo è sicuramente la crisi del teatro Dubrovka del 2002, quando oltre 850 persone furono prese in ostaggio da 40 separatisti ceceni e che si concluse nel sangue con l’intervento delle forze speciali che, iniettando del gas nel sistema di ventilazione, causarono la morte di 39 attentatori ma anche di 139 ostaggi.
Due anni dopo quello alla scuola di Beslan del settembre 2004, nell’Ossezia del Nord, che causò la morte di più di trecento persone tra cui 186 bambini.
Il terrorismo come pretesto per la discriminazione
Con l’obiettivo di contrastare il terrorismo, nel 2002 è stata approvata una legge per il contrasto all’estremismo religioso e per punire i crimini motivati dalla religione. Come riportato da diverse ONG tra cui Amnesty International, questa legge è stata più volte utilizzata come pretesto per violare i diritti umani e per aumentare la discriminazione nei confronti nella comunità musulmana.
Numerose opere tradizionali islamiche sono state messe al bando dal ministero della giustizia russo e diverse scuole e centri di preghiera sono stati chiusi perché accusati di radicalizzazione.
Secondo il Memorial Human Right Center, dal 2002 il governo di Putin sta mettendo in atto vere e proprie persecuzioni di alcuni gruppi musulmani sfruttando il pretesto del contrasto al terrorismo.
Le operazioni russe in Siria e l’ISIS Khorasan
Nel 2015 Putin decide di intervenire nella guerra civile in Siria per sostenere il presidente Bashar al-Assad, storico alleato della Russia e prezioso acquirente del materiale bellico della federazione. L’affermazione del califfato islamico, proclamato dall’ISIS tra Siria e Iraq, fornirà nuovamente al presidente russo un pretesto per ergersi a nemico numero uno del terrorismo.
Gli sforzi congiunti, ma non coordinati, di Russia, Usa, Francia, Regno Unito, Curdi, ribelli ed esercito siriano porteranno alla caduta dello stato islamico e alla morte del suo leader Abu Bakr al-Baghdadi.
Nonostante la “sconfitta”, il progetto dell’ISIS sarà portato avanti dalle sue numerose frange attive in molti paesi del mondo islamico.
Proprio una di queste, l’ISIS Khorasan (o ISIS-K) ha rivendicato l’attentato del 22 marzo. Si tratta di un gruppo fondato tra il 2014 e il 2015 al confine tra Afghanistan e Pakistan.
Da allora è stato responsabile di diversi attentati terroristici soprattutto sul territorio afgano. L’ISIS-K rappresenta infatti il principale avversario dei talebani nel paese.
L’obiettivo della formazione è quello di realizzare un califfato islamico nell’area del Khorasan, una vasta regione dell’asia centrale che comprende parti di Afghanistan, Iran, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan, sul modello di quello istaurato tra Siria e Iraq.
L’attentato di Mosca può essere interpretato come una vera e propria vendetta nei confronti di Putin ed è avvenuto in un momento strategico sfruttando il clima di grande destabilizzazione derivato dal conflitto in Ucraina e dai disordini in Medioriente.















