Vittimologia di prima classe: siamo razzisti quando parliamo di vittime?

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Fate un esperimento.

Sedetevi davanti al vostro computer, o prendete in mano il cellulare, e cercate il numero di vittime del terrorismo islamista (lo so, pare macabro ma datemi retta): il numero di link e pagine relative alle morti e agli attentati europei dell’Isis si sprecheranno. Ora provate a cercare gli attentati extraeuropei.  Difficile, vero? Ve lo dico io: a novembre del 2015, anno di Charlie Hebdo e all’indomani del Bataclan, Le Monde recensiva 83 attentati dal giugno 2014, anno in cui l’Is si è autoproclamato stato sovrano.  Decine di attentati di cui non ha parlato (quasi) nessuno,  che non hanno commosso i social network, popoli di cui nessuno ha fatto sventolare la bandiera per cordoglio. L’Internazionale si è spinto oltre: arrivando a contare circa 1600 vittime del terrorismo in venti Paesi diversi, la maggior parte dei quali tra la Siria e l’Iraq.  Sembra incredibile ma le prime vittime del terrorismo islamista sono i musulmani, quelli moderati, non estremizzati, che una certa narrativa politica cerca di convincerci che non esistano.

La mattina del 24 maggio scorso eravamo tutti sotto shock  per l’ennesimo attacco terroristico e per le 22 vittime, di cui molti bambini sotto i 16 anni, causate dal kamikaze Salman Abedi  a Manchester.  Gli esponenti politici più “social” hanno dedicato alle vittime  almeno qualche minuto della loro attività online: esprimendo cordoglio per le famiglie, come il Segretario del Pd Matteo Renzi o il Segretario di Possibile Giuseppe Civati; altri ne hanno approfittato per fare campagna elettorale, come il leader della Lega Matteo Salvini. Anche io, nel mio piccolo, avevo la home di facebook piena di messaggi commossi degli amici e sul mio cellulare continuano, ancora oggi, a rimbalzare notifiche di approfondimenti e reportage sulle vittime e sull’assassino.

Eppure, proprio il 24 maggio, 16 civili, tra cui una madre con i suoi bambini, sono morti in un raid aereo degli Stati Uniti a Raqqa, nell’offensiva per strappare la città ai jihadisti. Raqqa ha già il triste primato di città più colpita da attentati islamisti e si trova al centro di una zona “calda”, dove le vittime civili non intenzionali ad opera degli Usa sono state 325 negli ultimi tre anni.  Non solo, sempre il 24 maggio un barcone con 500 persone si è rovesciato a 30 miglia dalle coste libiche, provocando la morte di 34 persone tra cui molti bambini.  Ad oggi, solo nel 2017, sono 1500 gli esseri umani inghiottiti dalle onde durante il loro viaggio verso la speranza, per sfuggire dalla fame e dalla guerra.Non vi sono stati post di cordoglio da parte della politica, nessun tam tam mediatico, solo qualche trafiletto qua e là, anche sulle pagine dei maggiori quotidiani.

Non si tratta di benaltrismo. Questo pezzo non vuole essere un “J’accuse!” né tanto meno ha la presunzione di essere un trattato circa la percezione della tragedia e la psicologia del terrorismo; sarebbe fin troppo ovvio affermare che più un evento traumatico si consuma geograficamente vicino a noi e più questo impatta sulla nostra immaginazione, facendoci sentire in pericolo. Ma siamo sicuri che sia solo un fattore geografico? Oppure ci siamo talmente assuefatti alle guerre e ai corpi esanimi raccolti dal mare, che soltanto il terrorismo, così violento e incontrollato, riesce a scuoterci? E se fosse, invece, che abbiamo implicitamente creato una “vittimologia di prima classe”, che rende più meritevoli di attenzione alcune vittime rispetto alle altre? Il tipo di tragedia crea una discriminazione?  Ma la morte, come diceva Totò, non era “a’livella”, grazie alla quale diventiamo tutti umili e tutti meritevoli allo stesso modo?

Il terrorismo, la guerra, la fame, mietono vittime in ogni parte del mondo, non soltanto in Occidente, e forse dovremmo iniziare non solo a prenderne atto ma ad esserne consapevoli, ad assumerci le nostre responsabilità  e mostrare compassione, cordoglio e vicinanza; a partire dai media e da chiunque si prenda la responsabilità di fare informazione; occorre chiedersi: dando maggiore risalto ad una tragedia piuttosto che ad un’altra, più sbiadita perché lontana o perché riguarda persone troppo diverse da noi, creando così vittime di serie A e di serie B, non si rischia di allargare la frattura e di creare una distanza tra “noi” e “loro”, nutrendo così l’odio e il razzismo?

Alice Porta




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