Di immagine in immagine: la recensione di Song To Song di Terrence Malick

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Faye (Rooney Mara) e BV (Ryan Gosling).
Fonte: movieplayer.it

Terrence Malick (1943) ha rinnovato il suo mito di regista con la vittoria della Palma d’Oro a Cannes nel 2011 con il suo The tree of life, che inaugurava definitivamente una seconda fase del suo lavoro ed un’estremizzazione del suo stile.

In questo periodo della sua opera rientra a pieno titolo Song to Song, uscito il 10 maggio, in cui ritroviamo non solo la sua predilezione per un cast di tutto rispetto ma anche l’approccio sempre più rarefatto alla trama e il leitmotiv della ricerca interiore dei personaggi.

Il film, la cui prima fase di lavorazione risale al 2012, inizia con un triangolo amoroso nell’ambiente dell’industria musicale di Austin in Texas, dove troviamo BV (Ryan Gosling), musicista che cerca il successo e trova l’amore di Faye (Rooney Mara), che nel frattempo è già l’amante del produttore libertino Cook (Michael Fassbender).

Dopo l’eventuale rottura del trio troviamo BV che rincontra la sua ex-ragazza, ora popstar di successo (Lykke Li), per poi cadere tra le braccia della ricca ed insoddisfatta Amanda (Cate Blanchett). Cook intrappola nella sua morbosità la debole e spirituale cameriera Rhonda (Natalie Portman), mentre Faye si concede alla sensuale Zoey (la bellissima e quasi eterea Bérénice Marlohe). Nel finale BV e Faye si riscoprono sempre più innamorati, mentre per Cook non c’è che solitudine, anche piuttosto tragica.

Rooney Mara e Bérénice Marlohe in una scena del film.
Fonte: movpins.com

Questa resa della trama, in realtà, non aiuta a cogliere il senso del film di Malick, che sta chiuso in sé stesso. La musica ha ben poco a che fare con i protagonisti. Più che un contenuto, è un orpello per giustificare il lusso dell’ambiente con cui hanno a che fare. Soprattutto nella prima parte si ha musica classica e il personaggio di Gosling è più ritratto come un uomo in fuga dalla famiglia che non come artista e compositore.

Malick non è rock: è liturgico. La struttura ed il ritmo confessionale della sceneggiatura, slegata dall’immagine, cerca di assumere il tono della religiosità. Il problema però è proprio questo. Rispetto a ciò che cercano di esprimere, le parole risultano lontane e quindi altisonanti, stonate.

Non si può certamente dire con Malick che la forma non si adatti al contenuto, anzi. La tensione ondivaga dell’immagine riflette anche troppo la dispersività dei personaggi, dei loro corpi e dei loro pensieri. Il movimento incessante non è un bene se si cerca di mascherare la debolezza di scrittura.

Cook (Michael Fassbender) e Iggy Pop in una scena del film.
Fonte: pitchfork.com

Ciò che non si riesce a rendere plausibile, a causa di questi mezzi, è proprio l’interiorità dei personaggi. La camera vola come una libellula in mezzo ai corpi che danzano e si dimenano in un limbo estetico, li accarezza, li sfiora, li fa vedere ma non li penetra.

Perfino il dolore è espresso con un eccesso tale da farlo scemare nella resa visiva. Lo si vede soprattutto con il personaggio della madre di Rhonda, interpretato da Holly Hunter, alla scoperta del suicidio della figlia. Il mondo del rock sta troppo sullo sfondo, giusto il tempo di qualche cameo importante, come quello di Iggy Pop, Lykke Li, Patti Smith, la quale assolve il personaggio della Mara alla maniera di una sacerdotessa atipica.

L’onore e la gloria per questo film vanno all’eccezionale direttore della fotografia: Emmanuel “Chivo” Lubezki, tre volte premio Oscar, collaboratore di Iñárritu e Cuarón, che regala momenti di estatica bellezza e un’autentica ode alla luce naturale.

Il film conta, grazie a Lubezki, per momenti isolati di pura libertà dell’immagine. Ma il tono complessivo è gravato dalle parole, dal senso opprimente di peccato che prova ad attanagliare, reso senza forza e convinzione. Il vizio vuole rigore per essere narrato.

Antonio Canzoniere




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