Recovery Fund: per il clima un passo avanti e cento indietro

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Il Recovery Fund è lo strumento previsto dall’UE per trovare soluzioni economiche ai danni causati dal Coronavirus. Proposto ad aprile, solo pochi giorni fa ha trovato la sua fisionomia definitiva. E il risultato sta generando molti dubbi e discussioni.

Le false promesse

Il 28 aprile 2020, nel corso dell’annuale raduno a Berlino sui temi ambientali, Angela Merkel e Antonio Guterres mettevano al primo posto dell’agenda di ricostruzione post coronavirus l’emergenza climatica. E, per attuare tale proposito, promettevano ampio spazio ai problemi ambientali nel Recovery Fund. Veniva detto che il coronavirus aveva fatto comprendere la fragilità dell’essere umano, e che l’impegno dell’Europa doveva essere compatto su questo fronte. Per esempio investendo in “tecnologie orientate al futuro, come le energie rinnovabili”.

Cosa aveva condotto a queste promesse?

Il report di marzo 2020 del Wwf – in pieno allarme pandemia coronavirus – segnalava la stretta correlazione tra agire umano e disastri ambientali. Coronavirus incluso. E citava il saggio Spillover di David Quammen, che dal 2012 aveva messo il dito nella piaga: «Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie».
In un momento in cui la maggior parte dei Paesi europei, in avanscoperta l’Italia, si trovavano a fare i conti con il coronavirus, tutti sembravano più sensibili ad accogliere questa scomoda verità. E iniziavano a comprendere che i problemi climatici non erano accantonabili. Il tutto, diciamolo, con enorme ritardo: report, analisi, voci di scienziati e ambientalisti, da decenni stavano denunciando la gravità del problema. Ma il coronavirus sembrava porre un chiaro stop: adesso basta scherzare sulla pelle delle persone, sul futuro loro e del pianeta Terra.
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ll Recovery Fund tre mesi dopo…

Il 21 luglio 2020 è stato trovato un accordo sul Recovery Fund. Ma, con indignazione da parte dei movimenti ambientalisti, gran parte delle promesse di aprile sono state disattese. In particolare, i pesanti tagli alle risorse per l’ambiente hanno vanificato l’idea di una transizione ecosostenibile.
Come ha dichiarato Greta Thumberg su Twitter, il Recovery Fund propone «obbiettivi climatici vaghi e incompleti, impossibili da realizzare, e una totale negazione dell’emergenza climatica». Questo nonostante la lettera aperta all’UE di Fridays for future che chiedeva un’urgente attenzione per i problemi climatici.

La reazione di Fridays for future

«Le belle parole pronunciate pochi mesi fa? Volate via.» Così si sono espressi i rappresentanti di Fridays for future Italia. «Ma c’è di peggio. Per preservare la somma totale del fondo (750 miliardi di euro), i 27 leader europei hanno tagliato su programmi comuni. Hanno tagliato i fondi per la ricerca Horizon, hanno tagliato i programmi sanitari Eu4 Health. E hanno saccheggiato senza remore i fondi per la transizione ecologica: il Just Transition Fund, parte del già insufficiente Green Deal europeo, è stato ridotto di tre quarti, dai 40 miliardi previsti a maggio ai 10 attuali.
Ma nelle conferenze stampa i capi di stato non mancano di dire che la ripresa sarà “verde” (che vuol dire?), sarà “sostenibile”. Come sempre, parole al vento, che non rallentano di un minuto la crisi climatica in cui ci troviamo.»

Scelte che penalizzano il futuro del pianeta

Oltre ai tagli al Just Transition Fund – che avrebbe dovuto supportare il processo di abbandono dei combustibili fossili – anche le piccole imprese resteranno a bocca asciutta: per consentire loro il raggiungimento degli obbiettivi climatici, infatti, sono stati stanziati meno di 4 miliardi, rispetto ai 31 promessi inizialmente.
In sintesi, come evidenziato da Greenpeace, il Recovery Fund premia le fonti fossili, a cui è stato destinato oltre il 50% dei fondi, a scapito del 33% riservato alle rinnovabili.
Il tutto in barba all’accordo di Parigi e alle proteste ambientaliste. Soprattutto quelle di Fridays for future, l’urlo dei più giovani ancora una volta inascoltato.

Claudia Maschio

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