Recovery Planet: il manifesto alternativo per una società della cura

La premessa di partenza è limpida, diretta e incisiva: non si può pensare di risolvere una crisi mondiale ricorrendo ai medesimi strumenti che l’hanno creata. Ecco perché, in opposizione al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), il progetto di gestione dei fondi europei di Next Generation EU per l’Italia, la Società della cura ha elaborato il Recovery Planet, un piano alternativo per un cambiamento radicale nel paradigma economico, sociale e politico che sta portando il nostro pianeta al collasso.

La Società della Cura

La Società della cura è un movimento nato sul web nella primavera dell’anno scorso con lo scopo di creare una rete di organizzazioni, associazioni e liberi cittadini per discutere e affrontare i gravi problemi e le questioni fondamentali evidenziate dall’impatto del covid-19 sull’intero pianeta. Nell’ultimo anno tale rete è cresciuta incredibilmente, ottenendo l’adesione di oltre 1400 enti tra cui sindacati, redazioni giornalistiche e partiti politici. L’obiettivo concreto del movimento è quello di avviare un processo di transizione da un sistema economico, sociale e politico all’insegna del capitalismo, basato sui modelli categorici di produzione, profitto e mercificazione, crescita economica e concorrenza spietata, ad una società della cura, fondata sui valori di impegno e tutela di sé, degli altri e dell’ambiente.

Ma non si tratta solo di parole. In pochi mesi la Società della cura ha stilato un proprio manifesto con il fine di proporre un progetto realistico e realizzabile per una società alternativa. I temi toccati dal manifesto sono molteplici: dall’inversione dei processi di privatizzazione della sanità e dell’educazione, alla necessità di una reale transizione ecologica della società; dalla riappropriazione sociale di spazi, territori e beni pubblici fino alla riconversione dei sistemi finanziari e di welfare.

Ma, nonostante gli argomenti toccati siano tanti, almeno quante sono le voci e le mani che hanno lavorato al suo manifesto, il desiderio e l’intento collettivo della Società della cura è uno e condiviso: costruire insieme una società che “metta al centro la vita e la sua dignità, che  sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul valore d’uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull’uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni”.




Recovery Plan, Recovery Planet

Come evidenziato dalla nascita stessa della Società della cura, il 2020 è stato un anno che, ponendoci davanti alla tragica diffusione del virus covid-19, ha comportato una riaccensione ed un inasprimento del dibattito sulla crisi climatica e sulla necessità di portare a termine quanto prima una reale transizione energetica.

Per far fronte alla crisi economica mondiale scatenata ed esacerbata dalla pandemia, a luglio 2020 il Consiglio europeo ha stanziato il fondo Next Generation EU, il più ingente pacchetto di misure finanziarie mai approvato dall’Unione Europea, il cui cardine è il Recovery and Resilience Facility, che avrebbe lo scopo di stimolare gli investimenti e aumentare la sostenibilità delle comunità europee. La fetta che toccherà all’Italia, dopo aver presentato il proprio piano entro il 30 aprile e una volta approvato dalla Commissione europea, è stata fissata a 209 miliardi di euro, il 27,8% dell’intero importo stanziato.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), di cui circolano bozze da mesi, verrà presentato alle camere nelle giornate del 26 e 27 aprile: si tratta di un denso programma di riforme, piani e investimenti che il governo Conte e, in seguito, il governo Draghi, hanno elaborato per rilanciare l’economia italiana. Da ciò che si evince dalle bozze, il PNRR sarebbe articolato in sei diverse missioni di investimento, a loro volta suddivise in componenti e progetti: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione e salute.

Nonostante non sia abbia ancora il testo ufficiale del documento, quanto trapelato finora evidenzia già perfettamente l’inadeguatezza e l’insostenibilità delle proposte e dei piani contenuti nel PNRR. I fondi messi a disposizione dall’Ue sono stati pensati per rafforzare le componenti digitali e green dell’economia: la Commissione, infatti, ha previsto che, rispetto all’intera cifra destinata ad ogni paese, il 37% debba essere destinato agli interventi green e il 20% alla trasformazione digitale. Per quanto riguarda l’Italia, tali somme dovrebbero essere destinate a colmare il gap nella digitalizzazione e a mettere in moto una profonda riconversione in chiave ecologica dell’economia e della società. Al contrario, dalle bozze del PNRR emergerebbero dati e piani allarmanti, che sembrano puntare più ad un consolidamento del sistema che ad una trasformazione.

Per fare solo alcuni esempi, sono previsti finanziamenti ingenti alle multinazionali del petrolio e del gas per progetti sulle energie rinnovabili, senza però che si sia posto uno stop alle trivellazioni né, tantomeno, l’abolizione dei sussidi ambientalmente dannosi; altri miliardi saranno destinati al settore della Difesa, ovvero alle multinazionali delle armi e della guerra, cui già toccheranno circa 27 miliardi dei Fondi pluriennali di investimento attivi dal 2017 al 2034.

Le numerosissime critiche mosse al PNRR, in particolare dal mondo della ricerca, sono giunte da molteplici realtà anche molto diverse fra loro, per esempio Rete Italiana Pace e Disarmo e Confindustria. Tra questi, il 6 marzo 2021 la Società della Cura, grazie ad un lungo lavoro collettivo che ha coinvolto centinaia di studiosi e cittadini da tutte le regioni d’Italia, ha presentato il piano alternativo noto come Recovery Planet.

Si tratta di un piano nazionale di transizione verso una società della cura, ricco di progetti e proposte che, oltre ad affrontare le tematiche chiave cui sono destinati i fondi del Piano per la ripresa dell’Europa, tocca temi fondamentali per il futuro del pianeta ad esse correlati, come migrazioni, pace, disarmo e giustizia globale. Il Recovery Planet contesta al PNRR il fatto che il proprio piano di azione si fondi sugli stessi concetti di crescita economica, concorrenza e competizione che hanno portato alla crisi attuale e, di conseguenza, non possa affatto presentarsi come una soluzione né logica né sostenibile. Gli interrogativi profondi che la crisi pandemica ci ha posto richiedono una risposta differente, una risposta coraggiosa che sappia metterci a confronto con le nostre colpe e le nostre mancanze e che ci inviti a costruire un nuovo modello di convivenza, basato sulla complessa e raffinata arte della cura, intesa come un impegno serio e costante nel provvedere alle necessità di qualcuno o di qualcosa, esercitando delicatezza e pazienza, sapendo seguire ritmi e tempi fuori dalla cieca logica del profitto.

Se quanto scritto all’interno del documento Recovery Planet rimane, per il momento, un insieme di progetti, analisi, suggestioni e proposte, sta a noi fare in modo che questi possano trasformarsi in lotte, azioni concrete e mobilitazioni sociali.

Marta Renno

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