Al Referendum come the Walking Dead

Referendum: la democrazia è più governabilità o più sovranità popolare?
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Il referendum di domenica (si vota dalle 7 alle 23, e non è previsto alcun quorum) ha suscitato un confronto di opinioni di asprezza tale che non si vedeva da molti anni.

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Referendum: la democrazia è più governabilità o più sovranità popolare?

Penso sia normale, perché credo sia un referendum davvero importante.

Non temo di dire una banalità, perché c’è chi invece dice che “non cambierà” nulla sia che vinca il Sì, che il No, alla riforma di Renzi.

Certamente, questo referendum è di grande rilievo : più che per quanto oggettivamente stabilisce, visto che il testo su cui siamo chiamati ad esprimerci è davvero confuso e pieno di compromessi, piuttosto per la direzione politica che darà agli eventi futuri.

 

La logica che sta dietro il referendum

Non tratterò qui dei dettagli della riforma : potete trovare questi aspetti, e le discussioni puntuali su ogni singolo articolo e comma, sia su Ultimavoce che altrove.

Personalmente, ritengo più interessante cercare di proporre la logica di fondo, che caratterizza la riforma su cui voteremo.

Perché è questa logica che spiega perché si sia scatenata una campagna tanto combattuta e intensa: perché la logica di questa riforma è binaria.

Democrazia o governabilità ?

Siamo a un bivio.

Siamo chiamati a dare un voto su quale direzione vogliamo che prenda la nostra democrazia ( e forse non solo la nostra) : ed è per questo motivo, e non per altri, che il voto di domenica è così importante.

Per cercare di spiegare meglio il mio punto di vista, voglio far ricorso a due strumenti : la storia con la s maiuscola, e una storia che è molto seguita in questi giorni.

Quella della serie di The Walking Dead.

Ma tutte le storie, e tutte le opinioni, non rappresentano la verità : solo un tentativo di raggiungerla.

Questo è il mio tentativo di farlo, e di comunicarlo ai miei (spero) venticinque lettori.

Deve esser chiaro che non impegna in nessun modo la linea di Ultimavoce che mi pubblica, e di tutti coloro che collaborano a portarne avanti il progetto – persone che possono ovviamente avere opinione diverse dalla mia, opinioni che tutte reputo assolutamente meritevoli di rispetto e considerazione.

Come quello di chiunque, leggendomi, dissentisse in tutto o in parte.

Dicevamo: storie per spiegare la realtà presente.

D’altronde, se spiegare il presente facendo riferimento al passato è cosa consueta; non meno consueto è ormai far riferimento a delle serie per cercare di comprendere le scelte che dobbiamo fare nella vita reale.

Democrazia, populismo: il referendum e la storia

Il tema è quello della democrazia.

Cos’è, com’è, come si fa.

Democrazia e nazione sono nate insieme.

Dal ‘700, sono due forze che spesso si affiancano ma altrettanto frequentemente si combattono.

Il convitato di pietra, di queste due grandi idee, è il capitalismo.

Cioè, l’unificazione progressiva del mondo, per effetto della trama di commerci e di scambi finanziari, oltre che delle migrazioni di persone e gruppi, attraverso oceani e continenti.

Sviluppo delle tecniche finanziarie, e della tecnologia (dalla navigazione oceanica al motore a vapore) hanno impresso una svolta alla storia.

Comunità rurali isolate e superstiziose sono state messe in contatto fra loro e con le grandi città, e con popoli e culture remote e aliene.

Una spinta fortissima alla formazione di comunità più grandi, quelle nazionali.

Francia, Inghilterra, ecc.

Nelle quali, le antiche caste dominanti, aristocrazia e clero, hanno progressivamente perso sia forza economica, che forza culturale.

Persero legittimità a comandare: persero l’egemonia, prima economica, poi culturale.

E alla fine, politica, e quindi legale.

Aristocrazia e clero erano, in realtà, le uniche forze sociali internazionali (in parte questo soppravvive ancora oggi! E basti pensare alla Chiesa, che è l’unico soggetto veramente transnazionale).

Ma basavano la propria forza sul fatto che il resto della popolazione rimaneva confinata, per forza o per incapacità, ad un ambito localizzato – sul quale i ceti dominanti dominavano senza troppa fatica.

La rinascita dell’idea democratica

Dopo una storia di secoli, grazie all’apertura dei commerci e delle comunicazioni, questo dominio vacillava: e questo spiega l’Illuminismo, e soprattutto la grande riscossa di quelle teorie che negavano il diritto al governo da parte delle élites : e sostenevano che tutto il popolo dovesse essere preso in considerazione (convocatio ad referendum, sottintendendo omnis populi, o quantomeno tutto il corpo elettorale riconosciuto al momento).

La teoria della democrazia diretta di Rousseau sosteneva le rivendicazione dei rivoluzionari francesi, e pur strumentalizzata da Napoleone, rappresentava un carburante potentissimo per i fautori del cambiamento.

A coloro, le classi dominanti allora contrapposero una diversa ideologia, che cercava di tenere insieme ricchi e poveri, potenti e umili: il nazionalismo populista.

Sconfitto Napoleone, sorsero nuovi Stati nazionali, in cui l’idea che tutto il popolo fosse titolare della sovranità aveva un peso – ma solo come giustificazione del potere paternalista dei ceti emergenti come la borghesia, e spesso della vecchia aristocrazia e del clero.

Populismo contro democrazia ?

Popolo e nazione si vennero a confondere: populismo e nazionalismo si alimentarono a vicenda, sulla base del principio che ogni distinzione di classe o di ceto, e in definitiva anche ideologica o culturale o religiosa, doveva cedere il passo ad una forte identità comune.

Chi contestava il sistema : veniva spesso bollato di spirito antinazionale, di essere un sovversivo e un traditore.

Per tener buone le classi umili, il nazionalismo venne pompato tanto da diventare lo spirito dominante.

Tutti i progressi, anche sociali e politici, che ci furono in quei decenni, finirono quando esplose la guerra mondiale: che esplose perché le élites non seppero controllare proprio il demone nazionalistico che avevano a lungo alimentato, per tener buono il proprio popolo.

Le élites avevano tutto da perdere da una guerra, e non la volevano: ma se la fecero esplodere fra le mani.

Democrazia e progresso

Dopo il caos e le guerre, il progresso ha ripreso la sua direzione.

Indubbiamente, la globalizzazione ha contribuito in maniera determinante.

Ma col tempo, lo sviluppo rapidissimo di una economia mondiale, mentre la democrazia rimaneva legata alla dimensione nazionale, ha creato uno scompenso.

I vari popoli, confinati ad un ambito solo nazionale (così come nel ‘700 a quello locale)hanno perso l’effettiva sovranità rispetto al livello di governo reale, che è quello ormai globale.

Le classi politiche sono di fatto esecutrici, quando va bene mediatrici, di quanto si decide a livello planetario.

E quel “si” è importante.

E’ un si impersonale: perché, sebbene esista eccome una serie di coordinamenti delle iniziative fra i diversi soggetti della finanza, della diplomazia, della scienza – certamente non esiste nessun “complotto”.

Le cose vanno così, meccanicamente: semplicemente, perché nessuno le governa.

Ma a livello globale: è là, che difetta la governabilità. Là si dovrebbe intervenire, non ridurre ulteriormente la sovranità popolare a livello nazionale – dando seguito legale a quanto accade nella pratica.

Il mondo di oggi: un condominio dove comandano solo i piani alti

E’ un dato di fatto: che ciò che decide la storia si sviluppa nell’attico di un palazzo, dove invece la popolazione in maggioranza per varie ragioni si trova confinata al piano terra.

Quando non nei seminterrati, come i profughi che naufragano sulle nostre coste.

Quando le regole del condominio ti consentono di decidere solo cosa fare al piano terra – ma non se dall’attico magari possono farti piovere in testa dalle fioriere – la democrazia diventa una mera parvenza.

Ma a me pare che la sostanza sia questa: siamo in un condominio in cui non contiamo quasi più nulla, e con questo referendum l’amministratore straordinario Renzi, che non a caso non è neanche un parlamentare, ci sta chiedendo – volete voi condomini che questo stato di fatto venga confermato ufficialmente?

Quando siamo venuti, noi inquilini, ad abitare in questo bel Palazzo che è la democrazia, c’erano solo tre piani.

Dopo, di deroga in deroga, ne sono stati costruiti altri, non previsti dal regolamento, nei quali gli inquilini possono fare quasi ogni cosa che vogliono. Il regolamento non li considera, possono tutto o quasi.

E’ un non detto: una regola che manca.

Con questo referendum allora ci si chiede di inserire questa regola: chi abita ai piani alti, conta di più.

Tutti i cittadini sono uguali, ma taluni lo sono di più.

Si può forse pensare che invece sarebbe giusto estendere il regolamento ai nuovi piani più in alto.

Fuor di metafora: non è facile, ottenere questo “parlamento del mondo” (come nel racconto di Borges).

Ci vorrebbe un governo democratico mondiale : e noi oggi casomai vediamo che la democrazia retrocede, Stato per Stato, Nazione per nazione.

Il contesto in cui si svolge il referendum: crisi della democrazia

Ma questo sta accadendo, per la stessa ragione per cui anche qui da noi la democrazia è in crisi: perché la governance mondiale non funziona più bene, e si fanno avanti nazionalismi, populismi ed uomini forti.

E ci stanno suggerendo, i fautori della riforma: questa è la direzione della corrente, non la contrastate, è una fatica inutile.

Se voterai per me come amministratore straordinario, tratterò cogli altri amministratori straordinari per avere le condizioni migliori anche ai piani bassi.

Spogliati di un diritto (il voto per il Senato, il voto per scegliere il deputato/a alla Camera) così io avrò più forza e peso quando andrò a discutere, anche per te, ai piani alti.

Ma se fosse così facile, perché avrebbero inventato il diritto di voto? Nessuno concede nulla gratis.

Se bisogna dire no all’uomo forte al comando, bisogna dirlo sempre e in linea di principio : non cedere al ricatto.

The Walking Dead: ribellione e libertà

Tornando alla metafora :

in The Walking Dead, spesso si è affrontato il tema della “politica”.

Chi sia il capo, come si debba votare, ecc.

Per chi non la conosce:, attenti allo SPOILER :

quella serie parla di una umanità ridotta quasi all’età della pietra dopo una epidemia di zombie, e dei tentativi degli sparuti sopravvissuti di riorganizzarsi e andare avanti.

Nella serie attuale, dopo un periodo di isolamento e vagabondaggio, il gruppetto dei sopravvissuti che sta al centro delle vicende, si trova a contatto con diversi altri gruppi.

La cosa ricorda i primordi della globalizzazione: nella preistoria, quando piccoli clan incontravano altri, commerciavano e facevano la guerra.

Unirsi per combattere

Nel caso di The Walking Dead, i vari gruppi più piccoli sono angariati e sopraffatti, praticamente schiavizzati, da un gruppo molto più grande e feroce, una grande quantità di gruppi piccoli, tutti unificati e comandati in precedenza da un capo efferato e carismatico, tale Negan.

Dopo un tentativo di ribellarsi, i protagonisti devono soggiacere a Negan.

E si interrogano, se sia vita quella che conducono: lavorare per Negan, come servi, per non essere ammazzati.

Forse, si ribelleranno, quando capiranno che devono allearsi cogli altri gruppi, che sono a loro volta già stati sottomessi da Negan.

Un emulo del “governatore”, apparso e poi liquidato in una annata precedente.

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Gruppi, che talvolta si sono andati a rifugiare in qualche oscura giungla remota, per sfuggire a Negan e al suo esercito di predatori.

Chiudendo ermeticamente le proprie frontiere, e sparando a vista sui pochi visitatori a loro sfuggiti a Negan e alla sua furia, visti come degli intrusori pericolosi.

Ma la chiusura delle frontiere, non aiuta quegli scampati, e non aiuterà i popoli che sperano di recuperare sovranità chiudendosi nei propri territori.

La globalizzazione capitalistica, è una realtà onnipresente: ma può ancora essere governata e bilanciata.

Non con la mera “governabilità” : ma con più democrazia.

Referendum: ribellarsi ai Negan

Negan, nella metafora di The Walking Dead, è la globalizzazione turbocapitalistica.

E’ un potere più alto che si abbatte sul capo di coloro che osano ribellarsi.

Nella realtà, non usa proiettili: usa il credito, usa il denaro, come nella canzone di Daniele Silvestri.

Lo toglie ai popoli e agli Stati, tutti indebitati e divisi, quando si ribellano.

Determina il fallimento dei popoli “indisciplinati”, e concede i suoi finanziamenti a quelli che si mettono sotto la sua ala, ben felici di offrire le condizioni migliori – fuor di metafora, di nuovo, tassi d’interesse più alti, quando si portano in loco i propri capitali.

Tassi alti, e restrizione dei diritti dei lavoratori.

Ma è perciò, che di tanti investimenti, agli azionisti ritornano profitti molto più elevati di quelli che entrano nelle tasche dei lavoratori del posto.

Da qui, le grandi disuguaglianze economiche e sociali, e l’umiliazione dei lavoratori.

Da qui, il rancore sociale e il fermento di contestazione, anzi di ribellione.

Che rilancia il mito populista: siamo tutti un unico popolo, allora perché nei fatti non c’è più uguaglianza sociale?

Questo concetto può prendere una strada di destra, o di sinistra.

Ma una cosa è certa: il populismo è sempre latente, in un regime democratico, e prende forza proprio quando la democrazia è in crisi.

Dalla crisi della democrazia al populismo

Prima, viene la crisi della democrazia ; poi, segue il populismo.

Senza crisi, niente populismo. Non scambiamo cause ed effetti.

E la crisi della democrazia, è la disuguaglianza, è lo sfruttamento globale, che pesa su ceti medi e ceti più umili.

Il peso della finanza, su tutti i lavoratori.

La democrazia infatti: non è solo un insieme di regole.

E’ uno condizione di fatto, è una situazione sociale: in cui, se non c’è uguaglianza, almeno ci sono pari opportunità di base e un livello minimo di condizioni economiche e civili per tutti.

Sennò, la democrazia davvero fa rima con ipocrisia.

Renzi e l’Europa: un argomento a favore del Sì

Ora, se vincesse il No, temo che un futuro governo italiano non saprebbe e non potrebbe rimanere nella Ue.

L’unico argomento a favore dei renziani è questo: il più forte governo Renzi potrebbe trattare in Europa, per condizioni migliori.

Il discorso però non è nuovo: perlomeno da Monti in poi, abbiamo visto cosa voleva dire “andare in Europa a battere i pugni sul tavolo”.

Più austerity.

Già adesso la legge di bilancio ha previsto per il 2018 una serie di misure, di carattere precauzionale, e dal tratto davvero draconiano (tipo l’Iva superiore al 25%), per rispettare i parametri europei.

Ma in ogni caso, a fronte di questa cambiale in bianco, ci si chiede di rinunciare a una grossa parte della nostra sovranità.

Ci si chiede di mettere la firma, sotto quel regolamento condominiale che dichiara che noi non contiamo.

Chi vota per il Sì al referendum?

E’ una questione di fiducia: chi si fida di Renzi, Alfano e soci, che farebbero l’interesse di tutti : voti dunque Sì a questo referendum.

Ma io penso che sarebbe solo una chiusura oligarchica, perché non possono essere gli stessi che hanno condotto il mondo fino a qui, a pretendere assegni in bianco per rimettere le cose a posto.

E la crisi della democrazia non è una crisi di legalità, bensì di legittimità.

Cioè: le maggioranze legali non rappresentano più la maggioranza del paese. Non sono più considerate legittimate a governare.

E il senso di questo referendum è proprio questo.

Visto che col clientelismo, il marketing, le ideologie, gli slogan, la televisione, le bufale, le chiacchiere, le promesse, e da ultimo le grandi coalizioni di partiti che si presentavano invece come alternativi – visto che tutto questo non basta a garantire una maggioranza ai rappresentanti del pensiero attualmente egemone (l’austerity) ecco la soluzione.

Un marchingegno elettorale : grazie al quale, una minoranza di voti diventa maggioranza dei voti.

Questo già succede, direte. (Non a caso, la riforma su cui siamo chiamati a decidere è stata varata da un parlamento eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale : insomma non rappresentativo della volontà popolare.)

Certo, ma col Sì diverrà parte della Costituzione.

Il rischio: una dittatura della minoranza

Essa già recita che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita secondo le forme e i limiti della Costituzione” stessa.

Un dualismo, che nasceva dal timore di una “dittatura della maggioranza” : da prevenire.

Ora invece, ci si prospetta una “dittatura della minoranza”.

Col Sì, quella ambiguità flagrante presente nella Carta prenderebbe la direzione della sconfessione o quantomeno limitazione della sovranità popolare.

Renzi: populista di Stato

Già tutto il mondo, da Trump a Putin a Erdogan, va in quella direzione : la democratura, la democrazia centrata sul Capo e non sul Popolo.

O meglio: sul Popolo che è sovrano solo finché non innalza un Capo a detentore del potere.

Io penso che Renzi sia un po’ il Trump di casa nostra – il populista di Stato, come lo ha chiamato Marco Revelli.

All’italiana, ma Renzi incarna questa tendenza contemporanea.

Ma le Costituzioni servono per limitare il potere, non per rafforzarlo, senza neanche contrappesi (e non ce ne sono, allo stato attuale, nella riforma su cui è stato convocato il referendum).

Per non dire che tentare di governare la maggioranza degli scontenti sulla base di una minoranza di voti,e continuare a parlare di democrazia, non sarà cosa da poco.

La paura dei ceti dominanti, pressati dalla popolazione, conduce spesso a rinserrarsi, a chiudersi: a rafforzare la logica gerarchica e oligarchica.

Che è quella che sta dietro questa riforma, sul quale è stato convocato il referendum.

Oligarchia non è democrazia

Nel 1789 proprio la chiusura oligarchica, il distacco fra istituzioni e società reale (di cui parla anche il Rapporto Censis di oggi) porta all’effetto che fa un pesante coperchio messo sopra una pentola ribollente: una esplosione.

Non veicolare i fermenti e i problemi sociali, nel binario delle istituzioni, porta solo allo sconquasso del sistema.

Temo che solo in questo senso, Sì o No non cambino molto.

Il tradimento della Sinistra, e degli intellettuali

Perché poi, si sentono molte voci in giro, che dicono che “chiunque vinca, non cambierà nulla”.

E si aggiungono alle voci di chi conferma la logica di questa legge, nel momento in cui scrive serenamente che “ il popolo è ignorante, vota con la pancia, non capisce nulla della riforma su cui esprimersi col referendum, quindi non dovrebbe neanche più votare”, “ha bisgono di un Capo che lo guidi”.

Dai Radical chic ai #Retro chic

Per non parlare di intellettuali o presunti tali che sostanzialmente cantano lo stesso spartito.

Essi non sono, no signori, i famosi radical chic.

Magari. Costoro sarebbero i ricchi che votano e parlano ” a sinistra” (magari con ipocrisia e superficialità).

Ma la nuova leva dominante è quella dei Retro chic.

Perché adesso, per i colti o presunti tali, è chic assumere un atteggiamento reazionario, e di disprezzo verso le masse.

Un referendum su TINA

Molte di queste persone si dichiarano, cosa bizzarra, di sinistra: ma secondo me sono solo schiave di TINA.

Che non è un personaggio della tv cafonal; ma There Is No Alternative, non si può fare altrimenti, l’acronimo del presunto comandamento “scientifico” della destra internazionale che sostiene che : l’austerity e la fine dello Stato sociale sono l’unica forma di governo realisticamente possibile.

Insomma, che bisogna arrendersi al ricatto.

Fare come i sopravvissuti di The Walking Dead: piegarsi, al referendum votare Sì, e sperare tutt’al più nella clemenza dei più forti.

Perché altrimenti, potrebbe seguirne solo un massacro – fuori di metafora, fare la fine della Grecia, che ha persino sconfessato il proprio stesso referendum l’anno scorso, per paura delle rappresaglie della trojka.

Oppure solo confusione e incertezza: nessuna speranza di miglioramento.

Un futuro di speranza?

Ma non c’è sinistra senza ambizione di un futuro migliore, per tutti.

E non c’è democrazia, senza fiducia nel progresso – e senza fiducia nel fatto che vivere insieme sia un vantaggio.

Lo spiegano anche Cacciari e Prodi (Paolo, che vota No) in “Profezia e utopia”.

La storia non è finita: vedrete che i protagonisti di The Walking Dead, si uniranno e si ribelleranno.

Quella è una fiction, certo.

La democrazia: un plebiscito quotidiano sulla libertà

Ma se la democrazia non è solo una accozzaglia di confusi articoli di una riforma, ma è “un plebiscito quotidiano” come diceva Renan più di cent’anni fa – se ciò è ancora vero forse una speranza nel futuro possiamo legittimamente coltivarla.

Perché è stato organizzato un referendum, che è stato trasformato in una specie di plebiscito per ridurre la democrazia.

I plebisciti li organizza però chi già detiene il potere: per questo li vince sempre, ci ha detto sinora la storia.

Renzi con il suo governo ha organizzato questo referendum-plebiscito, invece, per garantirsi il potere che sente ancora fragile : e questo potrebbe essere stato un grosso errore, per lui, e una opportunità, per tutti i cittadini, per dire che vogliono tornare a contare.

ALESSIO ESPOSITO

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