Referendum sull’eutanasia bocciato dalla Corte Costituzionale: di chi è la nostra vita?

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Fine vita: mai. La Corte Costituzionale ha bocciato il referendum sull’eutanasia richiesto con più di 1 milione e duecentomila firme. La motivazione: è inammissibile perchè non tutela la vita dei più deboli. Esulta la CEI. Critici i partiti. Marco Cappato: ora resistenza civile.

La Corte Costituzionale ha bocciato la richiesta di referendum sull’eutanasia, dichiarandolo inammissibile. I rappresentanti e i portavoce dei partiti si dicono – chi più, chi meno – dispiaciuti. E non potrebbero fare altrimenti, visto il movimento di opinione favorevole al referendum e il fatto che si toglie ai cittadini la possibilità di esprimersi su un tema di grandissima importanza civile.

Le reazioni

Dispiace a Salvini – soprattutto perchè teme che a questo punto mancherebbe il quorum per i referendum sulla giustizia: ammesso che la Corte li approvi. Dispiace anche a Letta e Conte. Promettono di mettere al più presto mano alla legge sul fine vita che attende in Parlamento da…troppo tempo. Così tanto tempo da far apparire vuote le parole dei portavoce politici che si affrettano a commentare. Speriamo di sbagliarci, ma con la fine della legislatura che si avvicina dubitiamo che qualche partito si esporrà su un tema così importante.

Dispiacere vero quello che arriva invece da Mina Welby e da Beppino Englaro. Persone che hanno portato avanti la battaglia in prima persona, per difendere i diritti di chi hanno amato e si sono spese perchè ad altri siano risparmiate le sofferenze che loro e i loro cari hanno patito.

La cosa che mi dispiace è l’ennesimo colpo che chi sta portando avanti una battaglia così importante ha dovuto subire – Peppino Englaro

Cosa chiedeva il referendum sull’eutanasia

Il referendum sull’eutanasia si proponeva, sostanzialmente, di abrogare parti dell’articolo 579 del codice penale. Lo scopo era quello di permettere, in maniera chiara, la possibilità di mettere in atto le disposizioni che preventivamente sono state comunicate dalla persona che chiede si ponga fine alla sua esistenza. Senza che questo comporti delle conseguenze penali fino a 15 anni di reclusione. Nessuna possibilità di fraintendimento, nessun “liberi tutti” che incoraggi al suicidio le persone più deboli. Eppure per la Corte Costituzionale, presieduta dal neo-eletto Giuliano Amato, il referendum è inammissibile perchè non tutela la vita dei più deboli. Proprio coloro che, vista la condizione di prostrazione, non possono più far valere le loro volontà espresse chiaramente in precedenza.

Come in tanti si affrettano a dire: “le decisioni della Corte Costituzionale si accettano”. Ma questa decisione appare francamente ingiustificata, perlomeno dal punto di vista della società civile di uno stato laico. Risponde a un’idea di Stato paternalista ormai – fortunatamente – lontana dal sentire comune.

Le motivazioni della Corte Costituzionale

Secondo la legge un referendum può risultare inammissibile “se riguarda le leggi tributarie, di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Non è possibile abrogare disposizioni di rango costituzionale, gerarchicamente sovraordinate alla legge ordinaria”. Negli anni la Corte Costituzionale ha legiferato aggiungendo criteri quali l’omogeneità legislativa. Ma nessuno dei suddetti criteri pare in armonia con la nota che l’ufficio della Corte ha rilasciato, nel quale si dichiara che con l’approvazione del referendum “non sarebbe stata preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili”.

Le parole di Mina Welby

Mina Welby, che ha vissuto sulla sua pelle l’esperienza e ha lottato ha fianco di suo marito, Piergiorgio, portandone avanti le istanze anche dopo la morte, ha commentato con tristezza:

Provo tanta tristezza pensando alle persone più vulnerabili le cui richieste resteranno inascoltate. Io ero sicura che la Corte avrebbe deliberato a favore di questo referendum e sono rimasta molto delusa. Rimane l’ultima ‘speranza’ del Parlamento… Vorrei personalmente fare qualcosa per sensibilizzare al tema, non so ancora cosa.

La speranza di Mina Welby è quella che hanno in tanti. D’altra parte era stata proprio la Corte Costituzionale ad avviare di fatto un dibattito pubblico sull’eutanasia e il suicidio assistito quando nel 2019 era intervenuta sulla morte di “DJ Fabo”, stabilendo che a determinate condizioni non è punibile una forma di eutanasia definita assistenza al suicidio, cioè quando una persona di fatto permette a un’altra di suicidarsi. Di fatto, aveva spinto il Parlamento ad approvare una legge in merito: un testo base sul suicidio assistito era stato approvato nell’estate del 2021 dalla commissione Giustizia della Camera, ma da allora non ci sono state novità. E la bocciatura del referendum sull’eutanasia segna un’inaspettata battuta d’arresto.

E quelle di Enrico Letta

Il segretario del Pd Enrico Letta ha scritto su twitter:

La bocciatura da parte della Corte Costituzionale del referendum sull’eutanasia legale deve ora spingere il Parlamento ad approvare la legge sul suicidio assistito, secondo le indicazioni della Corte stessa.

Parole che sarà bene tenere a mente, mentre nei prossimi mesi l’attività parlamentare proseguirà e poi rallenterà durante i mesi estivi e poi chissà… D’altra parte la via parlamentare sembra quella più probabile, a questo punto. E, se questo Parlamento non sarà in grado di dare una risposta in merito, non ci sarà da stupirsi se il tema dell’eutanasia finisse nel prossimo tritacarne elettorale. Con conseguenze probabilmente poco costruttive sulla qualità del dibattito.

Marco Cappato: non ci arrendiamo

Marco Cappato comunque non si dà per vinto. La proposta referendaria era un grande risultato, frutto di mesi di mobilitazioni tesi a sensibilizzare, ma anche a raccogliere e riunire un comune sentire della società civile.


Di chi è la nostra vita?

Nel frattempo, possiamo riflettere sul senso di una sentenza che respinge la richiesta di – quantomeno – esprimersi attraverso il referendum sull’eutanasia. Pur rispettando le varie sensibilità e le idee di ciascuno, appare evidente come parlare di “necessaria tutela della vita umana” in relazione a una pratica già ampiamente regolamentata e ammessa in tanti paesi europei, risponda ad un sentire particolare che non rappresenta la totalità delle persone. Ascrive, cioè, la potestà sulla vita delle persone, non agli individui stessi – consapevoli, abili, consenzienti – ma allo Stato e – di rimando – a un’autorità che viene reputata superiore, quella religiosa.

Se è comprensibile per un credente che l’ultima parola sulla vita e sulla morte spetti a qualcun altro, per un laico le cose stanno diversamente. Apprendiamo – o forse ne abbiamo l’ennesima conferma? – che il nostro Stato, dichiaratamente non confessionale, ritiene che la nostra vita non ci appartenga e che altri – Dio? La Chiesa? – debbano decidere della nostra sorte.

Fine vita: mai?

Insomma, fine vita: mai. Una condanna che tanti saranno ancora costretti a scontare, nonostante insopportabili sofferenze fisiche e psicologiche, contro la loro stessa volontà. La vita che non è più un diritto – questo sì, da tutelare – ma un dovere da pagare allo Stato e a qualche divinità, anche se non ci credete.

La presidente del comitato promotore del referendum sull’eutanasia Filomena Gallo dà comunque forza a tutte le persone che in questa battaglia hanno creduto e non si vogliono arrendere proprio adesso:

Abbiamo comunque gettato il seme per una nuova stagione laica e di democrazia nel nostro Paese. Grazie a tutti coloro che hanno dato forza alla nostra battaglia.

Una battaglia che non è ancora finita e che bisogna vincere.

Simone Sciutteri

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