René Higuita, cinquantuno anni vissuti da “scorpione”

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Un portiere così sarebbe stato facilmente scritturato per qualche puntata di “Holly e Benji”. Ai sudamericani piacciono i pazzi, e quella terra è piena di teste calde, uomini molto geniali ma con picchi di sregolatezza al limite della follia. L’Italia scopre René Higuita, colombiano di Medellin, che il 27 agosto compie cinquantuno anni, una notte di dicembre del 1989. Il Milan è impegnato a Tokyo, nella finale della Coppa Intercontinentale contro l’Atletico Nacional, e, per il fuso orario, in Giappone si gioca in pieno pomeriggio sotto un sole cocente. Nei biancoverdi colombiani, allenati da Francisco Maturana, che di mestiere, oltre ad allenare, fa il dentista, desta curiosità il portiere, uno strano individuo dal fisico robusto e da un cesto di lunghi capelli neri e ricci, e due baffoni che ricordano quelli del diciottenne Bergomi ai Mondiali del 1982.

Mettetegli una chitarra in mano, e avrete Jimmy Hendrix, tanto per rendere una vaga somiglianza. Quel giorno in Giappone Maturana sorprende Arrigo Sacchi, uno dei pochi a riuscirci in quegli anni, ingabbiando il Milan e dando libertà d’azione a quell’istrionico ultimo baluardo. Del resto non è una novità: a tredici anni, durante una partita scolastica organizzata da quelli del Nacional per scovare nuovi talenti, Higuita gioca da punta e sa la cava piuttosto bene, fin quando non si infortuna il portiere e deve sostituirlo lui. Realtà o leggenda, questa storia crediamo sia piuttosto veritiera, perché tra i pali quel ragazzino se la cava piuttosto bene ed interpreta il ruolo con una agilità e una tecnica notevoli, conservando però l’imprinting di giocare a tutto campo che mai lo abbandonerà. Anche quel pomeriggio a Tokyo, come in molte altre occasioni, tende ad uscire dai pali, portare a spasso il pallone e giocare come fosse un centrale difensivo. Nella sua carriera cambia moltissime maglie e la permanenza al Nacional, la squadra che l’aveva lanciato, è la più lunga, cinque anni, dal 1987 al 1992. Quella finale Intercontinentale finirà male, forse anche per un suo errore nel piazzare la barriera: la punizione calciata da Evani la aggirò e si insaccò alle sue spalle. Con i biancoverdi vince una Coppa Libertadores e due Coppe Italoamericane, e difese la porta della nazionale ai Mondiali italiani del 1990, quando una delle sue uscite scellerate costarono sconfitta ed eliminazione alla Colombia, per mano del Camerun. Avventuratosi nella propria trequarti con la sfera tra i piedi, la perse, e Roger Milla, con sentiti ringraziamenti, la depositò nella porta ormai sguarnita.

Ma oltre alle vicende sportive, René Higuita sale alla ribalta delle cronache anche e soprattutto per essere una delle più strette conoscenze di Escobar, il Re del giro di cocaina di quegli anni in Colombia, padre-padrone dell’Atletico, che finanziava a suon di quattrini e personaggio di straordinaria e tristemente nota influenza nel mondo politico e imprenditoriale. Nel 1993 la torbida storia colombiana di quegli anni lo coinvolse, venendo arrestato per un probabile coinvolgimento in un sequestro di persona. Costretto così a saltare i Mondiali statunitensi dell’anno seguente, vide il compagno di squadra e amico Andres, che di cognome faceva anch’egli Escobar, farsi autogol contro i padroni di casa e pagare con la vita il suo gesto per via di un giro di scommesse clandestine che probabilmente il suo infortunio calcistico aveva mandato all’aria. Fu ucciso nel parcheggio di un ristorante poco dopo essere tornato da quel Mondiale da cui la Colombia fu eliminata proprio a causa di quella sconfitta, così come capitò a Higuita stesso quattro anni prima. Ma c’è una cosa per cui Higuita è inconfondibilmente una novità e che dentro “Holly e Benji”  sarebbe stata perfetta: pur di mostrarsi “loco” agli occhi di chi lo guarda, si inventa una parata con entrambi i piedi, tuffandosi in avanti e spingendo le gambe verso l’alto, respingendo il pallone con le suole degli scarpini. È lo “scorpione”, dove l’aculeo che serve a pungere con lui respinge i palloni e accontenta i fotografi.

Higuita ha appeso le scarpe al chiodo alla veneranda età di 44 anni, un giorno di gennaio del 2010 in cui, davanti al pubblico amico del Nacional, si congedò annunciando: “Sì, sono stato un povero peccatore”. Sugli almanacchi, se scorriamo le pagine, il calcio sudamericano ci ha regalato il mito di Schiaffino, l’irrequietezza di Sivori, Re Maradona, o Chilavert, portiere anche lui, paraguaiano dal gol facile, sessantadue segnature tra club e Nazionale. E naturalmente Higuita, che faceva lo scorpione, era amico di Escobar e non si fece mancare nemmeno la galera. Storie di uomini che hanno vissuto vite mai banali, tutti venuti da una terra dove se sei un tipo a posto, non vali nulla.

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