Renzi è un dramma shakespeariano in forma di operetta

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La parabola di Matteo Renzi ha onestamente qualcosa di shakespeariano, o meglio somiglia alla riduzione di un dramma shakespeariano in forma di operetta.




E’ indiscutibile che Renzi sia di una spanna al di sopra delle capacità di “visione” e comunicative degli altri leader politici italiani, tranne forse Salvini la cui trista efficacia è difficile da negare.
Allo stesso tempo, è difficile negare che dopo la sconfitta nel referendum costituzionale (una svolta temo storica per il nostro paese) Renzi abbia abbandonato ogni velleità da statista e abbia abbracciato un esasperato tatticismo tutto pro domo sua.
Dopo aver costruito le liste elettorali in modo da avere una “minoranza di blocco” al Senato, dopo aver (giustamente, a mio parere) bloccato ogni ipotesi di governo col M5S nel 2018, al momento del dissolversi del primo governo Conte ha di fatto imposto al PD un abbraccio coi grillini il cui unico scopo era dargli il tempo di costruire il suo partito personale conservando nel frattempo il suo peso contrattuale al Senato.
A settembre, in un articolo su Hic Rhodus, scrivevo:
“La sua condanna è non potersi fermare. Il Mago deve sorprendere ogni giorno, catturare l’occhio, oscurare sia il governo che l’opposizione leghista, facendo la parte di governo e opposizione allo stesso tempo.”
Oggi, e poco conta che l’argomento sia la prescrizione, Renzi tenta l’ennesimo gioco di prestigio: vincere le elezioni senza indirle. Il fatto che i suoi alleati-oppositori siano ampiamente più sprovveduti di lui lo galvanizza, ma neanche lui può trasformare una coppia di dieci in un poker servito. Peccato che tutta questa partita si giochi usando i cittadini come fiches.

 

Filippo Ottonieri

 


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