In un contesto globale in cui i diritti delle persone LGBTQIA+ vengono costantemente messi in discussione, anche l’Europa – spesso considerata una roccaforte di diritti civili – mostra crepe profonde. L’ultima fotografia scattata dal report di ILGA-Europe, la principale organizzazione europea per i diritti LGBTQIA+, certifica una realtà tutt’altro che rassicurante per il nostro continente: crescono le disparità, si acuiscono le tensioni, e l’Italia conferma una posizione di coda in ambito di tutela dei diritti civili, nonostante un lieve miglioramento rispetto all’anno precedente.
Un’Europa divisa: tra progressi e arretramenti
La mappa annuale pubblicata da ILGA-Europe, che misura il grado di uguaglianza giuridica e sociale per le persone LGBTQIA+ in 49 Paesi europei e dell’Asia centrale, segnala un’Europa spaccata. Da una parte, alcuni Stati fanno registrare miglioramenti significativi, avanzando in ambito legislativo e rafforzando le tutele contro discriminazioni e violenze. Dall’altra, alcuni Paesi – talvolta in modo preoccupante – stanno compiendo passi indietro o restano inchiodati a posizioni arretrate.
Non sorprende, ad esempio, che Malta continui a detenere il primato come nazione più virtuosa in materia di diritti LGBTQIA+, grazie a un impianto normativo robusto e in costante aggiornamento. Al contrario, diversi Stati dell’Est Europa continuano a distinguersi negativamente, come l’Ungheria, dove il governo guidato da Viktor Orbán ha intrapreso una decisa marcia anti-LGBTQIA+, legittimata da provvedimenti legislativi apertamente discriminatori.
Il caso italiano: una salita che sa di stallo
Nel quadro complessivo tracciato da ILGA-Europe, l’Italia si colloca al 35° posto su 49, con un punteggio complessivo che raggiunge appena il 25% nella scala da 1 a 100 utilizzata per misurare il livello di uguaglianza. Si tratta di un miglioramento di un punto percentuale rispetto all’anno precedente, che però non cambia il dato di fondo: il nostro Paese resta l’ultimo tra i fondatori dell’Unione Europea in termini di diritti garantiti alla comunità LGBTQIA+.
A rendere particolarmente allarmante la posizione italiana è il fatto che si trovi a meno di due punti percentuali da Paesi come l’Ungheria, dove l’impianto legislativo si sta rapidamente deteriorando. Questo dato mostra non solo la lentezza dei progressi in Italia, ma anche la crescente vulnerabilità del sistema di tutele esistente, che non riesce a garantire protezioni efficaci e uniformi su tutto il territorio nazionale.
Legislazione carente e mancanza di volontà politica
Tra le principali carenze segnalate dal rapporto vi è l’assenza di una legge organica contro l’omotransfobia. Il disegno di legge Zan, approvato alla Camera nel 2020 ma affossato in Senato l’anno successivo, rappresentava un tentativo concreto di colmare questo vuoto legislativo. Tuttavia, la sua bocciatura ha lasciato la comunità LGBTQIA+ italiana priva di strumenti giuridici efficaci contro i crimini d’odio.
Inoltre, l’Italia sconta un impianto normativo frammentario e disomogeneo, dove il riconoscimento dei diritti varia sensibilmente da regione a regione. L’assenza di una normativa nazionale sul matrimonio egualitario e sull’adozione da parte di coppie dello stesso sesso, così come la mancanza di una protezione legale piena per le persone transgender, contribuiscono a definire un quadro ancora lacunoso e poco inclusivo.
Una politica che resta ambigua
Il contesto politico italiano non ha favorito, negli ultimi anni, significativi avanzamenti in materia di diritti civili. Anzi, il dibattito pubblico si è spesso contraddistinto per toni accesi, polarizzanti e talvolta apertamente ostili. Le forze politiche più conservatrici hanno fatto leva su una retorica identitaria che, pur di rafforzare il proprio consenso, ha spesso contribuito a delegittimare le istanze della comunità LGBTQIA+.
Ne sono esempio i frequenti attacchi alla cosiddetta “ideologia gender”, che diventa un espediente polemico utile a ostacolare progetti educativi sull’inclusione nelle scuole, o le polemiche sollevate contro i sindaci che, in assenza di una legge nazionale, decidono autonomamente di trascrivere certificati di nascita per figli di coppie omogenitoriali. In tale clima, è evidente la difficoltà nel consolidare una cultura politica favorevole ai diritti civili.
Oltre l’Atlantico: gli Stati Uniti e il ritorno della retorica anti-trans
Mentre in Europa i diritti LGBTQIA+ sono sotto pressione, negli Stati Uniti si assiste a una vera e propria offensiva legislativa, in particolare contro le persone transgender. Sotto l’amministrazione guidata da Donald Trump si è acuita la narrazione anti-trans, spesso accompagnata da proposte di legge che limitano l’accesso a cure mediche, spazi pubblici e competizioni sportive per le persone trans.
Diversi Stati a guida repubblicana hanno promosso decine di provvedimenti che mirano a impedire l’accesso alla transizione di genere per i minori, vietare l’uso di bagni coerenti con l’identità di genere e limitare la possibilità per le persone trans di partecipare a competizioni atletiche. Tali iniziative, anche se formalmente motivate dalla tutela dei minori o dalla necessità di “gioco leale”, risultano in realtà espressioni evidenti di una strategia politica basata sull’esclusione.
La normalizzazione dell’intolleranza
Il rischio che si profila, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, è quello di una progressiva normalizzazione dell’intolleranza. Quando atti legislativi o dichiarazioni istituzionali contribuiscono a marginalizzare determinati gruppi sociali, il tessuto democratico si lacera, e con esso si indebolisce la tenuta dei valori costituzionali. L’omofobia e la transfobia, in questo senso, non sono solo questioni di discriminazione individuale, ma diventano sintomi di una crisi culturale e politica più ampia.
In Italia, come altrove, è necessario interrogarsi sul ruolo dei media, della scuola, delle istituzioni religiose e della società civile nel contrastare questi fenomeni. La costruzione di una società inclusiva passa attraverso la capacità di affrontare apertamente i pregiudizi, decostruire stereotipi radicati e promuovere un linguaggio pubblico rispettoso e consapevole.
Affermare i diritti della comunità LGBTQIA+ non significa soltanto approvare nuove leggi, ma anche – e soprattutto – costruire un contesto sociale e culturale in cui tali diritti siano effettivamente garantiti, rispettati e valorizzati.
















