La rete Sprar, il modello d’integrazione che non piace a Salvini

Viaggio all'interno del mondo Sprar e le conseguenze del suo smantellamento

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Nell’eterno conflitto tra integrazione e sovranismo, l’attenzione viene quasi completamente canalizzata sui fenomeni migratori e le dinamiche sociali che ne conseguono. Nel decreto sicurezza del vicepremier Salvini si fa riferimento al contenimento degli sprechi, al maggiore controllo sulle richieste di asilo e ad un controllo più capillare del territorio.

L’interesse del ministro Salvini si è concentrato in particolare sulla rete degli Sprar.

Il cosiddetto sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati rientra nella categoria degli istituti di seconda accoglienza, accedendo quindi al Fondo Nazionale per le Politiche e i Servizi all’asilo. Gli Sprar sono diffusi su base comunale, ma a differenza dei centri di prima accoglienza, come i Cas e i Cara che vengono gestiti privatamente, essi ricevono un finanziamento pubblico.

Ed è proprio questo che ha fatto “saltare la mosca al naso” al ministro della Lega, preoccupato che i soldi pubblici non vengano più utilizzati per “per riempire le città di irregolari”.

Una strategia da eterna campagna elettorale quella di Salvini, che fa presa sulle paure delle persone, senza curarsi dei dati reali.

Il risultato è un decreto che rischia di fare a pezzi l’unico sistema d’accoglienza veramente funzionante in Italia.

Si stima che attualmente gli Sprar ospitino 23.000 rifugiati e richiedenti asilo in circa 400 comuni. Gli immigrati che rientrano nel servizio, vengono solitamente accolti in appartamenti sfitti o confiscati alle mafie.




Con una copertura di 860 posti di cui 3488 solo per minori non accompagnati, all’interno degli Sprar, vengono svolti corsi d’italiano, artigianato, agricoltura, tirocini e stage finalizzati all’inserimento lavorativo. Queste sono solo alcune delle peculiarità che hanno fatto dello Sprar, un esempio d’integrazione positiva, riconosciuto in tutta Europa.

L’impatto sui comuni

Essendo solitamente realizzati in strutture messe a disposizione dalle comunità di accoglienza, negli Sprar non sono mai state denunciate condizioni di vita disumane. I rifugiati accolti nella rete dell’accoglienza diffusa possono essere solo tre ogni mille abitanti; questo da la possibilità al comune di appartenenza, di mantenere un controllo efficace del territorio.

L’esempio di Sprar più famoso è quello di Riace, balzato alle cronache dopo la vicenda giudiziaria che ha coinvolto il sindaco Mimmo Lucano. All’interno del borgo, si è consolidato quello che da molti è considerato un modello di integrazione sostenibile, unito alla ripopolazione del territorio.

Nel cuore del feudo Ndranghetista, il sindaco Lucano ha gettato le basi per una perfetta sinergia tra abitanti del luogo e stranieri, fatta di scambi scambio inter-culturali, inserimento al lavoro e recupero di antichi mestieri che sembravano morti e sepolti.

Dove finiranno i richiedenti asilo accolti negli Sprar?

L’indebolimento degli Sprar favorirà inevitabilmente l’ampliamento dei centri di prima accoglienza. I Cas e i Cara avranno il controllo esclusivo su coloro a cui spetta la protezione internazionale, oltre che sui minori non accompagnati. Questi centri di prima accoglienza, nonostante siano gestiti dal ministero dell’interno, vengono affidati alle prefetture le quali appaltano i servizi a degli enti privati, attraverso un apposito bando di gara.

Come spesso accade (vedi il Cara di Isola Capo Rizzuto), gli appalti vengono pilotati in favore di cooperative o associazioni legate ai clan della zona. Il risultato è un sistema dove lo sfruttamento della clandestinità, diventa un business milionario per la criminalità organizzata.

Il disegno di Salvini rientra perfettamente all’interno di una logica protezionistica, che vede nel suo dicastero, il motore propulsivo del governo gialloverde. Attaccare gli Sprar non contribuirà a risolvere il problema dell’immigrazione di massa: primo perché esso ha garantito un ingresso molto più controllato di persone; secondo perché la criminalità nasce proprio in condizioni di disagio ambientale.

L’Imu (Iniziative e Studi sulla Multietnicità) ha rivelato che, per 500.000 stranieri presenti sul territorio, potrebbero occorrere 80 anni per espellere tutti quanti. Nel frattempo tutti gli immigrati espulsi dai Cas e dai Cara, finirebbero per le strade, con una spesa di 286.000.000 di euro che ricadrebbero direttamente sulle amministrazioni comunali.

La questione migratoria è qualcosa che andrebbe studiata con un po di razionalità e rispetto per la dignità umana. In ballo c’è la vita delle persone, ma anche l’economia di un paese che ha subito troppi danni dallo sfruttamento di un affare milionario solo per le mafie, con l’intento di distruggere un modello positivo, in favore di quello che lo stesso Marx definiva “esercito industriale di riserva”.

Fausto Bisantis

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