Il revival del vinile: una storia senza fine

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vinile

La storia si ripete” ci ricorda Tucidide, uno dei principali esponenti della letteratura greca. Questa affermazione non può che essere fondata anche nella storia della musica, con il ripetersi – meglio dire il ritorno – del disco in vinile. Una riscoperta, questa, alquanto bizzarra perché, com’è noto, dai primi anni ’90 si è sviluppato un  progresso tecnologico inarrestabile, una corsa contro il tempo, che portò al superamento dei giradischi e dischi in vinile, per raggiungere (saltando il passaggio intermedio delle musicassette anni ’80) i nuovi supporti e strumenti musicali altamente tecnologici come i compact disc e cd-audio, fino ad arrivare ai giorni d’oggi dove la musica è stata radicalmente smaterializzata, con l’avvento di servizi e piattaforme musicali digitali.

Il disco in vinile (detto anche microsolco), introdotto ufficialmente nel 1948 dalla Columbia Records negli Stati Uniti d’America come evoluzione del precedente disco a 78 giri, realizzato in gommalacca che veniva suonato nei grammofoni (sistema di registrazione nato nel 1870), si distingue sia per i diversi colori, a seconda delle edizioni e dei paesi in cui vengono redatte, che per diverse tipologie:

  • i vecchi 78 giri (già nominati sopra)
  • i 45 giri, must negli anni ’60-’70 del ‘900, contenevano due pezzi nei corrispettivi lati essendo piccoli (solo 7 pollici)
  • i 33 giri, i famosi Long Playing, detti anche LP, contengono normalmente un buon numero di pezzi per la grandezza (12 pollici)
  • l’EP, ossia Extended Play, sono una via di mezzo tra LP e 45 giri, con al massimo due pezzi per facciata, dimensione media (10 pollici)

Nella prima decade del duemila, la vendita dei vinili, soprattutto i 33 e 45 giri, è cresciuta in tutto il mondo. In Italia c’è stata una crescita dell’84% nel 2014 e un continuo incremento di percentuale nel presente -ancora per poco- 2016. Sono tornati nei negozi di musica, nelle grosse catene come Media World, Trony, La Feltrinelli, nelle aziende di commercio elettronico come Amazon per cui anche le case discografiche hanno deciso di tornare ai vinili.

Ci si chiede, però, com’è possibile che, nonostante la sfrenata e inarrestabile corsa tecnologica, si ha un ritorno al vinile, al passato, alle origini, se vogliamo, del panorama musicale. Non sarebbe più vantaggioso, sia economicamente che materialmente, acquistare un prodotto musicale a soli 9 al mese su Spotify piuttosto che lo stesso prodotto a 40 euro, più scomodo in quanto ha bisogno di spazio e di cura? La risposta è una sola: “Nessun supporto identifica la musica quanto il vinile. Tornare a stampare vinili significa tornare a dare importanza alla musica” in un mondo che ha perso il valore dei prodotti materiali, del lavoro che vi è dietro, del fascino temporale che li caratterizza, ha dichiarato Dario Giovanni, Direttore Generale di Carosello.

Chi avrebbe mai pensato che cantanti come Laura Pausini, Tiziano Ferro o, ancora, cantanti sbarcati in Tv e approdati nei vari Talent come Marco Mengoni, Emma, Noemi potessero incidere la propria musica su dischi in vinile considerati vezzi archeologici o materiale vintage da collezione? Invece è accaduto. Sarà solo la moda del momento? Chi lo sa. Nel frattempo godiamoci questo revival del vinile, da tanti aspettato per poter riassaporare i ricordi dei vecchi tempi racchiusi nei vinili, da tanti altri – giovani in particolar modo – visto come novità o riscoperta, direttamente visibile e tangibile, di prodotti conosciuti fin’ora tramite racconti o libri.

                                                                                                                                              Ilaria Graziosi

 

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