La ricerca militare punta sull’intelligenza artificiale

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Sul sito dell’ARL (Army Research Laboratory che è l’abbreviazione di Combat Capabilities Development Command Army Research Laboratory) è apparsa notizia di una ricerca che testimonia la ferma volontà dei militari USA di puntare sull’intelligenza artificiale sviluppandola ben oltre le sue applicazioni più comuni già presenti nella vita di tutti i giorni, Ormai utilizziamo algoritmi di IA quotidianamente: la funzione di suggerimento e autocompletamento dei termini di ricerca offerta dai motori di ricerca, la capacità delle applicazioni di navigazione di aggiornare in tempo reale il percorso suggerito, la funzione di autocorrezione del testo negli smartphone, sono esempi di intelligenza artificiale; la ricerca militare made in USA vuole innalzare la capacità dell’intelligenza artificiale a un nuovo livello di compiti possibili, ma per farlo ha bisogno di fornire agli algoritmi più informazioni sulle intenzioni dell’utente (in questo caso i soldati schierati sul campo), a questo scopo sta sviluppando, in collaborazione con l‘università di Buffalo, nuove tecnologie in grado di analizzare il funzionamento del cervello e quali aree vengono attivate durante certe attività.  Le autrici della ricerca, la dottoressa Jean Vettel e la dottoressa Kanika Bansal entrambe dell’ARL per raggiungere lo scopo hanno mappato come diverse regioni del cervello sono collegate fra loro in 30 soggetti (il modo in cui sono collegate varia da individuo a individuo) poi il tutto è stato tradotto in modelli computazionali su cui eseguire simulazioni al computer.



Ma qual è il punto e lo scopo che si vuole perseguire? Il punto è che un militare impiegato sul campo svolge tantissimi compiti diversi che impegnano aree del cervello diverse: ricevono informazioni da fonti diverse, navigano nell’ambiente valutando possibili minacce, condividono la consapevolezza della situazione tattica comunicando con un team distribuito, etc … Nel prossimo futuro l’esercito conta di schierare team composti da militari e aiuti robotici, il fine ultimo è arrivare a una situazione in cui appena il soldato inizia uno di questi compiti un aiuto robotico possa “leggere” le sue intenzioni ed autonomamente attivarsi nell’aiutare ad eventualmente completare il compito.
Per ora i ricercatori si sono concentrati su un solo cervello alla volta ma il loro metodo, sospettano, potrebbe essere utilizzato anche per analizzare il funzionamento di una squadra e di sistemi autonomi ed essere applicato all’assegnazione dinamica dei compiti all’interno di una squadra.

Roberto Todini

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