Rider, indaga la Procura di Milano: sicurezza a rischio e caporalato

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RiderNon solo promesse e proteste, ora sono scattate anche le indagini sul fenomeno dei rider, i fattorini che consegnano in bicicletta il cibo a domicilio. L’inchiesta della Procura di Milano nasce dalla violazione della normativa di sicurezza stradale, a quanto ha riferito il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano che la coordina insieme al pm Maura Ripamonti, ma si concentra anche sullo sfruttamento dei lavoratori e sulla presenza di clandestini.

Dai controlli effettuati ad agosto, la polizia ha rilevato la presenza di 3 immigrati non regolari su 30 rider. L’indagine riguarda inoltre la violazione delle norme antinfortunistiche e i profili igienico-sanitari relativi ai contenitori utilizzati per il trasporto del cibo.

L’apertura delle indagini sembra confermare i dubbi sollevati dalle inchieste del Corriere e delle Iene, che in un servizio di Corti e Onnis avevano, col loro stile a tratti farsesco, esplorato il mondo dei rider, fotografando un quadro desolante. Si stima siano circa 20.000 i lavoratori impiegati nelle piattaforme di consegne alimentari, fattorini che corrono rischi per la loro incolumità e per quella altrui, come osserva la Procura, pedalando ad alta velocità in assenza dei requisiti di sicurezza, per uno stipendio pari a poco più di 800 euro al mese.

Ma c’è di peggio. Sembra dilaghi infatti presso i rider la pratica illecita di consegnare il proprio account a persone che non avrebbero possibilità di essere assunte, anzitutto clandestini, spesso in cambio di denaro. Una tipologia di caporalato che va a inserirsi nel già controverso quadro dell’inserimento contrattuale dei rider, e che finisce per sfruttare chi per disperazione è disposto a pagare pur di poter effettuare qualche consegna, incassando così poco o nulla mentre sfreccia nella notte sotto la pioggia.

All’origine la mancanza di tutela dei lavoratori: un sistema che apre le porte allo sfruttamento

Un fenomeno, quello del caporalato, che dalle campagne pare stia approdando nelle metropoli, insinuandosi nelle maglie lasciate aperte dalla mancata tutela dei soggetti più vulnerabili, come gli immigrati irregolari, ma anche i tanti italiani disposti a lavorare per pochi euro l’ora. All’origine c’è l’oggetto delle proteste dei fattorini nei mesi scorsi, ovvero l’assenza di qualsiasi forma di tutela sindacale: un’emergenza di cui l’esecutivo si è recentemente occupato con un  decreto apposito, ma che non sembra affatto essere in via di risoluzione.




La logica conseguenza è l’innescarsi d’un sistema che di fatto finisce col depennare dalla lista dei potenziali lavoratori i cittadini meno socialmente esposti e in grado di difendersi, spalancando le fauci allo sfruttamento dei più deboli. Bisogna allora sottolineare come i rider siano di fatto la punta dell’iceberg di un fenomeno più ampio: la progressiva affermazione del contratto occasionale di collaborazione come modello primario d’inquadramento nell’occupazione soprattutto giovanile.

Sfrecciando senza casco: le aziende non dotano i fattorini dell’equipaggiamento adatto

Il rider, infatti, viene pagato a consegna: più corse fa, più guadagna. Non ha uno stipendio mensile, ferie, giorni di malattia. Ma il contratto occasionale nasce per incentivare i guadagni dei liberi professionisti, non per sfruttare i ragazzi, gli immigrati e le categorie più socialmente fragili. E’ invece oggi sufficiente scorrere gli annunci di lavoro per accorgersi di come pullulino di offerte “anche senza esperienza” in cui di fatto non viene promesso alcun reddito regolare: si va dalla paga una tantum, com’è il caso dei fattorini, alle varie forme di provvigioni, incentivi, bonus…

I magistrati hanno infatti chiarito che si tratta di un’indagine anzitutto a tutela dei lavoratori, nell’ambito di un fenomeno che, come hanno sottolineato, si espande in assenza di controlli. Il fascicolo, per ora senza ipotesi di reato, ipotizza però violazioni del decreto relativo alla sicurezza sui luoghi di lavoro da parte delle aziende che assumono i fattorini senza dotarli di alcun equipaggiamento. I ciclisti finiscono così per correre sulle strade senza casco, con abbigliamento e mezzi inidonei al servizio che svolgono: l’ipotesi si collega infatti al monitoraggio degli incidenti in cui i rider sono rimasti coinvolti.

Camillo Maffia

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