Un’inchiesta di Rise Project svela la destinazione dei rifiuti tessili europei: la Romania. Invece che smaltirli correttamente, le aziende coinvolte li bruciano o li abbandonano nei corsi d’acqua con gravi conseguenze ambientali e sanitarie.
Romania: la discarica dei rifiuti tessili europei
Nel mondo del fast fashion, i vestiti entrano ed escono dai nostri armadi a una velocità sempre maggiore. Li compriamo, li indossiamo poche volte e poi li buttiamo via, illudendoci che possano avere una seconda vita. Ma la realtà è ben diversa: invece di finire in un circuito di riuso sostenibile, gli abiti si trasformano in rifiuti tessili e vengono scaricati nei paesi più poveri, trasformandoli in discariche a cielo aperto. Per anni, la discarica più conosciuta è stata quella nel deserto di Atacama, in Cile, ma oggi la Romania sembra pronta a strapparle il poco lusinghiero primato.
Ogni settimana, tra 50 e 100 camion carichi di vestiti di seconda mano arrivano nel paese. Tra il 2020 e il 2023, sono state scaricate oltre 125.000 tonnellate di indumenti usati, metà delle quali provenienti dalla Germania. Anche alcune aziende italiane risultano coinvolte in questa pratica che spesso coinvolge la criminalità organizzata. Questo afflusso continuo sta trasformando la Romania in un deposito di rifiuti tessili europei, con gravi conseguenze ambientali e sanitarie.
Dalla miniera alla discarica: il caso della valle del Jiului
Un tempo sede dell’industria mineraria rumena, oggi la valle del Jiului è il simbolo di un nuovo sfruttamento: quello dei rifiuti tessili. Gli abiti che arrivano dovrebbero teoricamente essere riutilizzabili, ma la realtà è ben diversa. Una grossa percentuale è costituita da indumenti logori e inutilizzabili, che finiscono per essere abbandonati illegalmente nei campi e nei corsi d’acqua. In molti casi, vengono addirittura bruciati all’aperto, sprigionando sostanze tossiche che avvelenano aria, terra e acqua.
Le conseguenze sulla salute della popolazione locale sono allarmanti. La maggior parte di questi capi è realizzata con fibre sintetiche che non si decompongono, rilasciando microplastiche nei fiumi e nei terreni. Secondo Maddy Cobbing, esperta di Greenpeace Germania, queste particelle possono entrare nella catena alimentare attraverso l’acqua e il cibo, con effetti potenzialmente devastanti sulla salute umana.
Un business sporco e senza controllo
Ma come fanno tutti questi vestiti a finire in Romania? Il motivo principale è economico: in Germania, smaltire una tonnellata di rifiuti tessili costa circa 500 euro, mentre in Romania il costo scende a soli 40 euro. Questa enorme differenza di prezzo ha incentivato un vero e proprio traffico di rifiuti mascherato da commercio di abiti di seconda mano.
Secondo l’inchiesta di Rise Project, molte aziende europee vendono questi vestiti in sacchi sigillati, senza permettere agli acquirenti di verificarne il contenuto. All’interno, capi in buono stato vengono mescolati con indumenti ridotti a stracci, rendendo impossibile il recupero della maggior parte degli abiti. Alla fine, questi rifiuti tessili finiscono nelle mani di aziende che li bruciano illegalmente o li scaricano nei fiumi. In alcune zone economicamente svantaggiate, le persone raccolgono questi vestiti per usarli come combustibile, sostituendo la troppo costosa legna da ardere.
Un problema che riguarda tutti
La Romania non è solo vittima di questo sistema, ma anche di un’industria della moda insostenibile. Il fast fashion produce enormi quantità di vestiti di scarsa qualità, pensati per durare poco e alimentare un ciclo continuo di consumo e spreco. Questo modello non solo inquina il pianeta, ma aggrava le disuguaglianze globali, scaricando il peso dei rifiuti sui paesi più vulnerabili. La soluzione non può che essere collettiva e coinvolgere stati, aziende e singoli cittadini.
Regolamenti più severi per l’esportazione di rifiuti tessili e tasse sul fast fashion (la prima proposta al mondo in tale direzione è arrivata dalla Francia lo scorso anno) sono compito della politica, così come la responsabilizzazione dei produttori, che non possono essere lasciati liberi di autogestirsi, ma dovrebbero rispondere a principi fondamentali di sostenibilità nella gestione dell’intero ciclo di vita dei propri prodotti. E infine, ma non meno importante, la presa di coscienza dei singoli. Di fronte a una progressiva perdita di potere in quanto cittadini, ci si dimentica del potere ancora intatto di consumatori. Fare acquisti più ragionati, e farne meno, può fare la differenza.















