Riforma del codice degli Appalti: verso il “Modello Genova”

Dalla ripartenza economica a un nuovo codice degli appalti: l'occasione giusta per una grande riforma.

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La necessità di una riforma del codice degli appalti

La ripartenza economica dopo il Covid 19  ha drammaticamente imposto al Governo Conte-bis la necessità di sciogliere un insidioso nodo problematico: la riforma del codice degli appalti. Si tratta di un tema estremamente spinoso, su cui si sono confrontati tutti i Governi precedenti senza riuscire a realizzare una riforma significativa in tempi brevi. Questa è la vera grande sfida che attende l’Esecutivo nei prossimi mesi dopo l’estate e su cui si misurerà la tenuta della maggioranza.

Ma come affrontarla e, soprattutto, da dove partire ?

Il dramma della sburocratizzazione della Pubblica Amministrazione italiana

E’ certamente noto che il tema degli appalti pubblici si collega strettamente alla grande questione della sburocratizzazione della pubblica amministrazione italiana, la fonte dei più gravi e intramontabili mali che attanagliano il nostro Paese. La farraginosa e ingolfata macchina dello Stato era già responsabile da prima del coronavirus di terribili mancanze che contribuivano a soffocare seriamente le imprese. Non a caso a fine gennaio la Corte di Giustizia dell’UE ha pronunciato una sentenza di condanna molto eloquente contro lo Stato italiano per i gravi ritardi nei pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione.

A complicare il quadro si aggiunge poi l’intricata normativa sugli appalti pubblici contenuta nel codice del 2016, varato dall’allora Governo Renzi nell’intento di recepire le importanti direttive europee del 2014. La disciplina, stigmatizzata perché troppo rigida e burocratica, prevede una serie di controlli volti a scongiurare l’inveterato rischio di fenomeni di corruzione, accentrando tutti i poteri di vigilanza in capo all’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Il “Modello Genova”

Tuttavia, nonostante il lockdown , sembra proprio che la realizzazione del Nuovo Ponte Morandi stia battendo ogni record italiano nella costruzione di opere pubbliche, affermandosi così come “modello virtuoso da seguire per la ricostruzione post Covid rispetto ai grandi scandali del passato. Addirittura si pensa che a luglio l’opera sarà pronta per il collaudo e l’inaugurazione, come lasciano ben sperare le dichiarazioni dell’ingegner Siro Dal Zotto, direttore del progetto per Fincantieri Infrastructure.

Insomma, un vero e proprio miracolo che illumina i tempi bui e drammatici che l’Italia sta vivendo e che fa ben sperare sulle potenzialità sopite del Bel Paese.

Il panorama politico

Di fronte al capolavoro pensato da Renzo Piano il panorama politico, però, è diviso. È certamente innegabile che solo l’efficiente gestione commissariale, svincolata dalle complesse procedure burocratiche del codice degli appalti, ha reso possibile la realizzazione in tempi record del Nuovo ponte Morandi.

C’è chi pensa, come il leader del Carroccio e le forze del centrodestra, che il Modello Genova sia l’unico esempio da seguire per una vera riforma del codice degli appalti pubblici, semplicemente perché slegato dai troppi vincoli burocratici e dai penetranti poteri di controllo dell’Anac.

Altri invece, come diversi esponenti del Pd, frenano le spinte verso un’eccessiva deregulation, ribadendo la necessità di controlli per scongiurare il rischio di proliferazione di commissari straordinari e di fenomeni corruttivi nelle procedure di affidamento.

Il tema agli “Stati Generali” dell’economia

riforma codice degli appalti
Villa Doria Pamphilj

L’acceso dibattito approda sul tavolo delle trattative degli Stati Generali dell’economia tenuti a Villa Pamphilj. Nonostante il categorico rifiuto di partecipare al meeting  del segretario della Lega, il quale insiste sulla necessità di “azzerare il prima possibile il codice degli appalti senza se e senza ma”, il Governo e la task force guidata da Vittorio Colao meditano su una soluzione più moderata, capace di trovare un punto di equilibrio tra la sburocratizzazione delle procedure di affidamento e la lotta alla corruzione.

La proposta di “Lettera 150

Molto interessante al riguardo è lo studio condotto dai professori torinesi Mario Comba e Giuseppe Valditara per “Lettera 150”, una think tank che riunisce oltre 230 accademici di tutta Italia per discutere sulle possibili riforme del codice del 2016. Secondo la tesi dei due studiosi la migliore semplificazione sarebbe il <<ritorno>> al testo delle direttive europee del 2014, rendendole direttamente applicabili.

Come ha chiaramente spiegato il prof. Valditara, il Regno Unito in modo più evidente, ma anche Germania e Polonia si sono limitati a riprodurre nella legislazione nazionale il testo delle direttive europea aggiungendo poco o nulla, mentre Italia e Romania hanno appesantito le regole europee con aggravi procedimentali superflui.

In Italia, – secondo il professore – ci sono alcuni isolati esempi di semplificazione, ma solo sulla base del modello “commissariale”: il tanto citato “modello Genova” (DL 109/18) ma ancor più, il DL 32/19. Per evitare il proliferare in tutta Italia di Commissari straordinari, la cui necessità sarebbe rimessa alla discrezionalità del Presidente del Consiglio, basterebbe rendere ordinaria questa soluzione giuridica eccezionale che (…) viene tranquillamente seguita in altri Stati europei”.

I requisiti di ammissione alla gara – inoltre – potrebbero essere limitati a quelli resi obbligatori dall’articolo 57della direttiva, e cioè sarebbero esclusi solo gli operatori economici che sono stati condannati con sentenze passate in giudicato per determinati reati  (…), mentre oggi l’articolo 80 delcodice appalti prevede una lunghissima serie di cause di esclusione, molte delle quali non richiedono il passaggio in giudicato ma possono dipendere da valutazioni effettuate dalla stazione appaltante, il che crea incertezze e molto contenzioso”.

Andrea S. Bruzzese

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