Rinascita Scott: nell’aula bunker di Lamezia Terme, il secondo maxiprocesso della storia d’Italia. Alla sbarra membri della ‘Ndrangheta, politici, imprenditori e massoni.

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Al via  Rinascita Scott, il secondo più grande processo contro la criminalità organizzata. Alla sbarra, in seguito alle operazioni condotte dal pool antimafia del procuratore Gratteri, andranno mafiosi, politici, massoni e membri delle istituzioni.

Il primo maxiprocesso

Era il 1986. Trentacinque anni fa, a Palermo, iniziò quello che – a quanto è dato sapere – fu il più grande processo mai celebrato. Gli imputati erano 475; tra loro alcuni dei nomi più noti tra i boss di Cosa Nostra: Totò Riina, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano (in contumacia). Le accuse andavano dall’omicidio all’associazione mafiosa, dal traffico di stupefacenti a rapina ed estorsione. Costruirono appositamente un’aula di tribunale, adatta a contenere tutti gli imputati, i giudici, le forze dell’ordine, i giornalisti giunti da ogni parte del mondo. Soprannominata l’aula bunker, era in grado di resistere anche ad eventuali attacchi missilistici.

Il maxiprocesso Rinascita Scott e una nuova aula-bunker

Trentacinque anni dopo, la storia si ripete, con il maxiprocesso “Rinascita Scott”. Anche questa volta  si celebrerà in un’aula bunker, approntata appositamente per quest’occasione, a Lamezia Terme, provincia di Catanzaro, Calabria. Era un ex call center in disuso, un capannone di oltre 3.300 metri quadrati, l’edificio che il 13 gennaio ha visto iniziare questo secondo processo. I controlli sono numerosi. Le pattuglie sono schierate già all’altezza del raccordo autostradale. Un elicottero sorvola continuamente l’area sopra all’aula. Imponenti e prevedibili le misure di sicurezza. Non solo per quanto riguarda l’ordine pubblico: prima di entrare in aula, si passa anche il controllo medico, con il personale sanitario che presidia gli accessi. Camici bianchi che si mescolano alle toghe nere dei giudici: anche questo accade nell’epoca del Covid.

Gli imputati sono complessivamente più di 400: 4 hanno chiesto il giudizio immediato (ma verranno con ogni probabilità riuniti al filone principale), mentre 89 hanno fatto richiesta di rito abbreviato; il procedimento, per loro, inizierà il 27 gennaio. Il fatto che il processo possa celebrarsi in Calabria è un motivo di grande soddisfazione per il procuratore Gratteri, a capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, protagonista delle indagini che hanno portato al processo.

Rinascita Scott
Il procuratore Nicola Gratteri

Era importante celebrare il processo in Calabria dove è avvenuta, dal nostro punto di vista, la commissione dei reati – dice prima dell’inizio dell’udienza i Gratteri -. È un segnale anche perché la gente deve e può capire, senza alibi per nessuno, che si può fidare di noi, che possiamo dare delle risposte.

Ecco perché – spiega – “fin dal giorno successivo agli arresti abbiamo cominciato a fare richieste al ministero per avere una struttura adeguata”.

L’operazione Rinascita Scott

Non è un processo solo calabrese, ad ogni modo. La sera del 19 dicembre 2019 il blitz
condotto dai carabinieri portò ad arresti in ogni parte d’Italia: Lombardia, Liguria, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Lazio, Basilicata, Sicilia; alcuni avvennero anche in Svizzera, Germania e Bulgaria. Più di 3.000 gli uomini delle forze dell’ordine in azione. Tra gli arrestati anche politici, imprenditori, massoni, funzionari statali, commercialisti. L’operazione “Rinascita Scott” portò a disarticolare tutte le organizzazioni della ‘ndrangheta del vibonese, facenti capo alla cosca dei Mancuso. I giudici emanarono ordinanze di sequestro per beni dell’ammontare complessivo di 15 milioni di euro. Un blitz, spiegò Gratteri, scattato con 24 ore di anticipo, perché le forze dell’ordine avevano scoperto che i boss sapevano dell’operazione che stava per essere messa in atto.

Un durissimo colpo inferto alla ‘ndrangheta operante nel vibonese e alle sue ramificazioni in Italia e all’estero che testimonia l’impegno quotidiano e la grandissima capacità investigativa ed operativa della magistratura e delle forze di polizia nella lotta alle organizzazioni criminali.

dichiarò il Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, complimentandosi con le forze dell’ordine.

(il video del blitz girato dai Carabinieri)

Mafiosi, politici e massoni

Alla sbarra nel processo “Rinascita Scott” ci sono boss e affiliati alle più potenti cosche del vibonese, a cominciare dai Mancuso di Limbadi, a capo del crimine nella provincia di Vibo Valentia, con compiti di collegamento con la provincia di Reggio e vertice della ‘ndrangheta unitaria. Ma anche personaggi politici, compreso l’avvocato Giancarlo Pittelli, ex parlamentare ed ex coordinatore regionale di Forza Italia. Non solo: tra gli imputati ci saranno tanti colletti bianchi, funzionari statali e addirittura membri delle forze dell’ordine, che si sono messi a disposizione dei mafiosi. Una ‘ndrangheta che, negli anni, ha sviluppato un formidabile sistema imprenditoriale. Appalti, sub-appalti, catene di locali di ristorazione che coprivano traffici illeciti – di droga o di armi – con ramificazioni in ogni parte di Italia.

Spesso, a fare da tramite tra le ‘ndrine calabresi e i mondi di politica e imprenditoria, ci sono esponenti della massoneria. Perché, come ha spiegato Gratteri, ‘ndrangheta e massoneria interagiscono tra loro “in una logica di mutuo soccorso, in una perfetta sinergia si toccano, si parlano e fanno affari per interessi. Una aiuta l’altra mettendo
a disposizione il suo know how, la sua rete di rapporti e una serie di strumenti che si
completano”.

Un nome significativo

L’operazione delle forze dell’ordine e il processo che si sta celebrando sono stati chiamati “Rinascita Scott”. Il primo elemento del nome è di facile intuizione.

Rinascita perché abbiamo pensato che da oggi in poi, finalmente, questa provincia della Calabria centrale possa liberarsi dal giogo subìto in tutti questi anni e riprendere fiato e vita e quindi rinascere.

spiegò Gratteri.
Il secondo termine invece è una dedica. Sieben William Scott è stato infatti un agente
speciale della DEA (la Drug Enforcement Administration statunitense), che dal 2008 al 2013 ha lavorato in Europa. Dal suo ufficio al primo piano dell’ambasciata statunitense di Roma, coordinava le operazioni del suo gruppo speciale su tutto il territorio europeo. Fu consulente e amico di Gratteri, che lo conobbe negli USA. “Scott – spiega il procuratore – è l’uomo che ci ha inserito in meccanismi di conoscenza e comprensione che altrimenti sarebbero stati tabù per noi italiani e che ha continuato a seguire le nostre operazioni anche in giro per tutta Europa, quando lui si è trasferito a Roma”. Scott morì nel 2015, tornato negli Stati Uniti, in un incidente d’auto. Doveroso, per gli uomini della Procura di Catanzaro, dedicare anche a lui l’operazione che ha portato al maxiprocesso.

Le polemiche sui giudici

Appena iniziato, il processo è però già al centro delle polemiche. La prima riguarda lo scontro tra Gratteri e il giudice Tiziana Macrì, che è stata ricusata dall’accusa. La
ricusazione è stata accettata dalla Corte d’Appello di Catanzaro d’appello l’8 gennaio, ma ha comunque dato il via al processo in attesa che il Presidente del Tribunale di Vibo Valentia nomini un sostituto. La ricusazione nasce dal fatto che il giudice Macrì ha già presieduto il processo “Nemea”, in cui erano confluiti atti di quello “Rinascita Scott” con esiti probabilmente ritenuti non soddisfacenti dall’accusa (relativamente alle accuse di associazione mafiosa alcuni imputati sono stati assolti). Il processo è stato perciò rinviato e riprenderà il 19 gennaio. Un’incompatibilità che l’accusa aveva già segnalato in precedenza, all’indomani della designazione ritenuta inopportuna. “Abbiamo perso un mese”, ha affermato Gratteri.

Il processo c’è, ma non si vede

L’altra polemica riguarda la decisione di vietare le riprese all’interno dell’aula bunker. Una decisione che ha subito scatenato la reazione dell’UNCI (l’Unione Nazionale dei Cronisti Italiani) calabrese. Il suo presidente, Michele Albanese, ha affermato:
Impedire le riprese giornalistiche audiovisive del maxiprocesso Rinascita Scott significa privare la storia di una testimonianza formidabile, necessaria, insostituibile.
E prosegue:

Ciò che come giornalisti siamo riusciti a documentare in relazione al
maxiprocesso di Palermo a Cosa nostra, dal 10 febbraio 1986 in avanti, non lo potremo fare nel nuovo millennio, nell’era di internet e dell’informazione cross-mediale, con riguardo alla ‘ndrangheta.

In una nota, l’UNCI sostiene quanto questo sarebbe ancor più importante alla luce delle norme attuali contro la diffusione della pandemia che impediscono la partecipazione del pubblico. Una decisione, quella dei giudici, che ha sicuramente causato il disappunto anche dei numerosi media internazionali, come Times, BBC, Associated Press…giunti anche da oltreoceano per seguire “Rinascita Scott”.

Indubbiamente, le immagini registrate nel primo maxiprocesso contribuirono molto a far conoscere al grande pubblico la verità su Cosa nostra, indebolendone l’immagine. Ci si augura che il nuovo collegio che si insedierà al posto di quello ricusato possa ritornare su questa decisione, permettendo a tutti di seguire lo svolgimento del processo “Rinascita Scott”.

Un momento così importante della vita democratica del nostro paese merita – nei limiti delle leggi vigenti e delle limitazioni che possono essere ritenute deontologicamente corrette – di essere raccontato. Per dar voce al senso di giustizia, una voce forte, che sia fastidiosa per il crimine organizzato. Perché, come ha affermato il Presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra “Oggi le mafie agiscono in silenzio”.

La storia che non deve ripetersi

L’esponente dei 5S si è presentato in aula il giorno in cui il processo è cominciato. L’unico politico di rilevanza nazionale ad aver ritenuto necessario essere presente, come segno di interesse e di vicinanza dello Stato.  Una vicinanza che dovrebbe manifestarsi sempre con maggior frequenza e vigore. Perché, come ha dichiarato lo stesso Morra all’ingresso in aula la mafia ha intesse a relazionarsi con il potere, per questo è sempre più forte e questo processo lo dimostra.

Dopo il maxiprocesso di Palermo il pool antimafia venne smantellato e Cosa nostra rialzò la testa, scatenando una potenza di fuoco mai vista contro le istituzioni. Ne fecero le spese Falcone e Borsellino e tutti gli uomini delle loro scorte.

Il procuratore Gratteri vive sotto scorta già da trent’anni e all’indomani dell’operazione “Rinascita Scott” ha ricevuto le ennesime minacce di morte. La popolazione di Vibo Valentia fece la sua parte, partecipando una marcia per la legalità organizzata dall’associazione “Libera”. È doveroso che anche lo Stato la faccia e che agli organi di informazione venga data la possibilità di fare il proprio lavoro.

Simone Sciutteri

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