Rinascita-Scott: ultimi aggiornamenti sul maxi processo alla ‘ndrangheta

Prosegue nell’aula bunker in Calabria il maxi processo Rinascita-Scott. Sotto accusa la ‘ndrangheta vibonese: la lotta alla criminalità organizzata e al suo sistema di alleanze entra ora nel vivo.

La notizia non ha forse suscitato il clamore che meriterebbe, caduta com’è tra crisi di governo e pandemia, e complice anche l’iniziale esclusione dei giornalisti dall’aula; ma il maxi processo alla ‘ndrangheta è ormai in pieno svolgimento. Dopo cinque anni di indagini, intercettazioni e rischi di ogni sorta, il pool antimafia di Catanzaro, sotto la guida del procuratore Gratteri, è riuscito a trascinare alla sbarra oltre 400 persone, tra membri dei clan e loro affiliati. L’operazione denominata Rinascita-Scott diventa così il più grande attacco mai condotto alla criminalità organizzata in Calabria.




Nell’enorme aula bunker di Lamezia Terme sfilano i grandi nomi della malavita di Vibo Valentia, e i loro “insospettabili” sodali. Non solo il “capo dei capi” Luigi Mancuso e i suoi uomini (come il famigerato braccio destro del boss, Francesco Gallone); ma anche professionisti, amministratori, uomini delle istituzioni. Quei famosi “colletti bianchi”, insomma, che hanno permesso ai clan di spadroneggiare indisturbati sul territorio.

Con gli strumenti dell’usura e della minaccia, la famiglia Mancuso si sarebbe infatti impossessata di imprese, negozi e perfino di abitazioni private in tutto il vibonese (come raccontato dalla recente inchiesta di Presa Diretta); spesso nella totale indifferenza delle autorità e degli istituti di credito locali. Il potere dei clan era così radicato, che nemmeno i recenti arresti sono riusciti a eliminare del tutto la paura dei cittadini; tra le 224 parti offese riconosciute nel processo, infatti, solo 46 hanno deciso di costituirsi parte civile.

Gli aggiornamenti sul maxi processo Rinascita-Scott

Ogni giorno in aula emergono così nuovi inquietanti dettagli. Il 15 marzo è stata la volta della deposizione di Raffaele Moscato, collaboratore di giustizia che ha ricostruito le dinamiche delle faide tra gruppi criminali. Le lotte tra il clan dei Mancuso e i loro avversari Piscopisani hanno insanguinato a lungo le terre del vibonese, tra omicidi manifesti e innumerevoli lupare bianche. Alcuni episodi furono particolarmente cruenti: come l’assassinio di Davide Fortuna, avvenuto nel luglio del 2012, in pieno pomeriggio e nel bel mezzo di una spiaggia affollata. Era inevitabile inoltre che la violenza mafiosa trascinasse con sé anche spettatori innocenti: è il caso del 19enne Filippo Ceravolo, raggiunto dai colpi che avrebbero dovuto freddare il narcotrafficante Domenico Tassone; i familiari del ragazzo si battono ancora oggi per ottenere giustizia. Nel mirino delle ricostruzioni di Moscato è finito anche un carabiniere, accusato di aver rivelato segreti di ufficio agli ‘ndranghetisti, avvisandoli in anticipo di possibili arresti o retate.

Secondo gli inquirenti di Rinascita-Scott, la faida sarebbe terminata dopo la scarcerazione di Luigi Mancuso, avvenuta nel 2012. Un rilascio verificatosi in circostanze particolari: al boss furono infatti condonati ben 11 anni di carcere. Stando alle affermazioni (mai confermate) di alcuni pentiti, la famiglia Mancuso avrebbe ottenuto la liberazione del suo uomo di punta ricorrendo alla corruzione dei giudici.

Terra insanguinata

Non solo traffici di droga, appalti e racket: tra le mille attività messe in campo dalla ‘ndrangheta per arricchirsi vi sarebbe anche l’acquisizione di terreni rurali. Da decenni infatti la famiglia Mancuso avrebbe accumulato le proprietà dei privati cittadini, estorcendole con la minaccia e la violenza; il tutto per mettere le mani sui contributi agricoli erogati dallo Stato. Una strategia che nel 2018 costò la vita al giovane biologo Matteo Vinci; ucciso con un autobomba, dopo che la famiglia si era rifiutata di cedere i propri terreni ai mafiosi.

Una pratica tutt’altro che isolata, stando alle testimonianze della madre della vittima. Ai giornalisti di Presa Diretta, la donna ha raccontato di un altro vicino di casa, anch’egli restio a vendere, trovato misteriosamente morto in una scarpata. I familiari dell’uomo tuttavia sarebbero stati troppo spaventati per fare il nome dei Mancuso alle autorità. Il 29 gennaio scorso i coniugi Vinci hanno testimoniato di fronte alla Corte d’Assise di Catanzaro, fronteggiando i presunti responsabili della morte del figlio.

Le ultime scoperte giudiziarie sembrano finalmente aver smosso qualcosa anche sul versante delle truffe sui contributi agricoli. È notizia recente che la Corte dei Conti di Catanzaro ha condannato Maria Cicerone, moglie del boss Antonio Mancuso, a un risarcimento di oltre 227mila euro per indebita percezione di fondi comunitari. La donna avrebbe continuato per anni a richiedere i finanziamenti destinati dall’Unione Europea allo sviluppo rurale; nonostante l’azienda agricola di famiglia fosse stata sottoposta a sequestro e poi confisca da parte delle autorità.

Tutti gli uomini del boss

Il 18 marzo è stato il turno di un altro collaboratore di giustizia, Angiolino Servello, che ha continuato il racconto delle faide; rivelando mandanti e dettagli dell’omicidio di Domenico Scuteri, avvenuto nel lontano 2001, ma rimasto finora avvolto nel mistero. Dalle parole dei pentiti emerge inoltre il sistema di legami e connivenze che permetteva alla ‘ndrangheta  non solo di controllare il territorio locale, ma anche di imprimere gli artigli nel tessuto economico nazionale. Un potere ottenibile solo grazie all’aiuto di individui esterni ai clan, professionisti o uomini delle istituzioni, che per anni avrebbero fatto da mediatori e consulenti per gli affari dei Mancuso. Un sistema di relazioni che nasceva spesso in ambienti massonici,  e che è al centro delle deposizioni, datate 19 marzo, di un altro collaboratore di giustizia, Francesco Oliviero.

Tra gli indagati di Rinascita-Scott vi è ad esempio l’avvocato Giancarlo Pittelli, ex parlamentare di Forza Italia ed ex membro della commissione di giustizia del Senato. Fedelissimo di Luigi Mancuso, avrebbe spalleggiato il boss non solo negli affari, ma anche nella vita privata; aiutandolo ad esempio con le visite mediche durante la latitanza; o raccomandando la figlia del boss al Rettore dell’Università, perché riuscisse a superare un esame. Gli investigatori sospettano inoltre che Pittelli, affiliato alla massoneria, fosse in rapporto con elementi deviati delle forze dell’ordine, e che disponesse addirittura di un contatto all’interno della DIA: un misterioso maresciallo che lo teneva segretamente informato sul proseguimento delle indagini.

Le polemiche contro i giornalisti

Quello di Pittelli è forse l’arresto che ha fatto più scalpore nel corso dell’operazione Rinascita-Scott. Alcuni vi identificano il simbolo dei rapporti tra mafia e politica; altri lamentano una caccia alle streghe a danno dell’imputato, colpevole solo di aver svolto il suo lavoro di avvocato difensore. Ad ogni modo, il clima negli ambienti giudiziari calabresi non è dei più distesi; gli avvocati penalisti sono di recente entrati in contrasto con i mezzi di informazione, soprattutto all’indomani del servizio di Presa Diretta, lamentando un atteggiamento giustizialista da parte dei cronisti. Il processo, sostengono i legali, si sarebbe già consumato agli occhi dell’opinione pubblica, che avrebbe decretato in partenza la colpevolezza degli imputati. Accuse che sminuiscono tuttavia il duro lavoro di tanti giornalisti, calabresi e non, che, giorno dopo giorno, si impegnano a documentare gli sviluppi dell’inchiesta. Quando si tratta di mafia, sarebbe forse opportuno non chiudere la società civile fuori dall’aula.

La lotta alla ‘ndrangheta, oggi

La ‘ndrangheta è indubbiamente tra le mafie più potenti e facoltose del panorama internazionale; le indagini degli inquirenti hanno rivelato ramificazioni criminali non solo in tutta Italia, ma anche in Europa, America, Australia. Tuttavia, per questo tipo di organizzazioni criminali, il controllo capillare del territorio d’origine è fondamentale; ed è proprio quel controllo che rischia ora di essere scalfito e scoperchiato, grazie alle rivelazioni emerse in aula.

Anche gli ultimi accertamenti condotti dalla Guardia di Finanza hanno contribuito a smantellare le truffe dei clan. Indagando su 129 percettori del reddito di cittadinanza, le autorità hanno infatti individuato tra loro 15 individui condannati per crimini di stampo mafioso. Una scoperta tutt’altro che isolata: tra i tanti casi simili venuti a galla nel 2020, ad esempio, figura anche Angelo Accorinti, arrestato per associazione a delinquere proprio durante l’operazione Rinascita-Scott.

La malavita organizzata è ancora lontana dall’essere sconfitta, ma qualcosa, insomma, sembra muoversi. Tenere alta l’attenzione su queste notizie è di vitale importanza, come ricordato dallo stesso procuratore Gratteri all’indomani degli arresti:

Abbiamo fatto la nostra parte. Ora sta alla società civile, alla stampa, agli storici, agli educatori spiegare alla gente cos’è la ‘ndrangheta oggi; ma soprattutto spiegare che devono avere più coraggio e occupare gli spazi che noi stanotte abbiamo liberato.

Elena Brizio

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