Ripensare la politica

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Ad oggi, il termine ‘politica’ ha assunto una preoccupante accezione negativa. Sentirne parlare – a casa, per strada, davanti ad un caffè – causa perlopiù un atteggiamento ostile, di distanza. Il corpo collettivo è stanco, demoralizzato, poco fiducioso e, spesso, preferisce stare alla larga dalla politica attiva. Non si nega, di certo, che l’attuale stato di cose dipenda in buona misura dalle risposte che la politica italiana ha fornito negli ultimi decenni. Ma è specialmente in una simile congiuntura che si erge la necessità di reagire al generalizzato sconforto per fugare gli esiziali rischi della resa incondizionata. È dal basso, dal vivere quotidiano, dall’impatto – seppur minimo – di ogni individuo sulla cosa pubblica, che bisogna ripartire. Per strutturare sintesi diverse, vie alternative, occorre ripensare la politica.

Oggi il termine ‘politica’ rimanda perlopiù al concetto-realtà di establishment: un assetto elitario, chiuso, spesso autoreferenziale, da cui dipendono le sorti del paese. Al di là dei termini in parte esemplificatori di una tale visione del mondo, non mancano di certo profondi motivi perché il corpo collettivo pensi e, di conseguenza, si rapporti alla politica in questi termini. Sull’attuale stato di cose si è espresso lucidamente e in termini netti lo storico Luciano Canfora, nel suo ultimo lavoro La democrazia dei signori. È da uno degli assunti fondamentali di quest’opera che emerge la necessità di ripensare la politica. Scrive Canfora:

Una forma di assetto politico non resta ‘democratica’ anche quando il ‘demo’ se n’è andato.

Da qui il titolo dell’opera ed una sequela di eventi, traiettorie ed argomentazioni forti che riguardano le gesta dei più recenti assetti politici italiani. E, di conseguenza, il ruolo assunto dal corpo collettivo in questa particolarissima congiuntura. Analisi sferzanti, puntuali, con precisi riferimenti storici a fatti dai quali trapela un certo orientamento della gestione della cosa pubblica. In questa sede, invece, si tenta un approccio ad ampio respiro, non di certo meno rigoroso ma imperniato sul significato che la politica sembra, ormai, avere assunto agli occhi di una discreta porzione dei cittadini italiani.

SFIDUCIA, DISTANZA, SPAESAMENTO

E quindi si torna al diffuso – seppur variegato – senso di sconforto che aleggia tra case, strade o davanti ad un caffè, all’imbattersi nel termine ‘politica’. L’effetto è assimilabile a ciò che si prova davanti ad una cattedrale gotica. Una struttura imponente, impattante, tesa a restituire un invalicabile senso di distanza tra l’immensità dell’edificio – ed il significato di cui si fa veicolo – e chi se lo trova davanti. Lo spaesamento sgorgante dall’esperienza teologica rimanda, in una qualche misura, al senso di impotenza che si prova di fronte all’odierna architettura politica. Un mondo a sé stante, così abissalmente lontano da esigenze, bisogni ed interessi dei cittadini.

Pilastro che rafforza quest’impatto percettivo è, poi, un assetto burocratico-amministrativo spesso assimilabile alla kafkiana esperienza vissuta dal protagonista del romanzo Il processo. Il personaggio di Kafka sembra, infatti, patire a tal punto lo spaesamento sgorgante dall’addentrarsi negli uffici pubblici, da sentirseli addosso. Corridoi opprimenti, soffitti spropositatamente bassi e pochi punti di riferimento. Chiaramente, ma questo va da sé, non mancano esempi di gestioni politiche ed assetti burocratico-amministrativi virtuosi, ben funzionanti, e per questo – in termini kafkiani – limpidi, spaziosi e con un’aria respirabile. Resta, comunque, un diffuso senso di sfiducia, di distanza, di allontanamento. In alcuni casi addirittura consapevole, o rivendicato come tale in nome dell’assenza di valide alternative.

È, dunque, l’incondizionata resa politica l’istanza ultima? Perché, comunque, in una qualche misura l’attuale governance comunica ciò? O occorre ripensare la politica affinché sia più o meno possibile tracciare alternative? E, in tal caso, da quale prospettiva ci si potrebbe muovere?




PROSPETTIVE DIVERSE

Un’interessante indicazione ci arriva da lontano. Dal mondo greco di ben oltre duemila anni fa. Ed è ben sintetizzata dal filosofo Giorgio Colli nel testo Apollineo e dionisiaco. L’attività politica, nella Grecia arcaica e classica, si configurava come:

Ogni forma di espressione, ogni estrinsecazione nella polis della propria personalità. Politico è così ogni cittadino libero che in un modo o nell’altro ha una sua funzione nella vita della polis; […] politiche diventano quindi tutte le attività spirituali dell’uomo, anche l’arte, la religione, la filosofia.

E già, in queste parole di Colli, accade uno strappo rispetto all’oggi. Se non altro, vi si legge uno scarto percettivo. Da un lato, l’odierna, abissale, distanza del corpo collettivo dalla politica, e viceversa. Dall’altro, la politica intesa – in senso greco – come un’attività quotidiana, imprescindibile, fondamentale che riguarda ogni singolo cittadino. Che coinvolge – nei suoi limiti – ogni libero cittadino in un unico flusso, a partire da prospettive, attività e quindi funzioni diverse.

Arte, religione e filosofia sono, in questo senso, considerabili attività politiche, seppur nel diverso contributo, nella differente impronta che artisti, teologi e filosofi possono imprimere sulla polis.

Continua Colli: tra arte, religione e filosofia,

esiste agonismo, non separazione. Ciò cui il greco tende è una perfezione di bios, ed a null’altro esplica la sua attività: ogni creazione è posta sotto quest’unitario punto di vista, il che non è più compreso nei tempi attuali.

Ognuno dalla propria prospettiva, con il proprio lavoro, concorre al perfezionamento della vita comunitaria. In ciò si condensa l’attività di un greco dell’epoca. Un’attività fortemente politica, perché orientata al perfezionamento del sé e della polis, della città, della vita collettiva. Perché è nella dimensione comunitaria che l’uomo è, inevitabilmente, gettato. E non può che perfezionarsi in questa cornice che eccede e ricomprende gli steccati di ogni singola individualità.

RIPENSARE LA POLITICA

Cosa si può trarre da questa indicazione che – in pieno stile apollineo – da lontano arriva e lontano porta? Più livelli di applicazione si scompaginano. In primo luogo, come già constatato, si fa politica qualunque estrinsecazione del sé nell’universo collettivo. Ognuno con la propria attività, i propri modi, metodi, limiti contribuisce alla cosa pubblica. Il che espande non di poco, anche solo dal punto di vista prospettico, il potenziale apporto politico di ogni singolo cittadino. Che ricopra o meno formalmente un incarico istituzionale. Ripensare la politica in questi termini, da questo particolare punto di vista, rimette in discussione il peso specifico dell’agire individuale nella cornice collettiva.

In secondo luogo, può essere accolta, elaborata ed orientata in senso diverso l’attività ad oggi considerata più propriamente politica. E, quindi, l’intervento che, a più livelli, si esprime con gli odierni strumenti democratici a nostra disposizione. Beninteso, il discorso non è rivolto ad un corpo collettivo che differisce dall’attuale classe politica in carica. Perché anche quest’ultima è corpo collettivo, così come il corpo collettivo è agente politico. È necessario oltrepassare questa forma di assoluto dualismo affinché la politica possa ripensarsi sotto un’altra, forse più proficua – sicuramente più dialogica – forma. E, dunque, svolgimento, azione, lavoro, prassi.

Mattia Spanò

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