Risate social, risate tristi: l’umorismo che ci consuma

umorismo
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Si chiamano web star, o ancora meglio: “facebook star” e fanno sganasciare dalle risate. O almeno, così si dice.

L’umorismo è il sale della vita, permettendomi una semi citazione. La lama affilata che taglia la fetta di torta o che ti sgozza, dipende i casi. L’umorismo è arte e poesia, la Marchesini era un esempio lampante, così come lo sono molti altri artisti della comicità. Far ridere è un’abilità che richiede osservazione e studio, tanta ponderazione quanta improvvisazione e, al di là di ogni discorso, richiede l’abilità di viaggiare andata e ritorno nel cuore di chi ti ascolta.

Oppure no, tutto questo sembrerebbe non essere più necessario. Che fare ridere solo tramite parolacce fosse un altro modo becero e banale si sapeva già, e peggio e più squallido di questo si pensava non si potesse arrivare. E invece sì: adesso non solo si può fare comicità su monologhi/dialoghi insulsi e pieni di parolacce, ma in più si può gridare, estremizzare ogni situazione banale perché in assenza di altre capacità, narrative e di contenuto, di rendere la suddetta comica, non si può fare altro che mimare la pantomima della pantomima, fare battute scontate come i vestiti di un outlet e soprattutto -questo è il pezzo forte-, si può fare comicità basandosi solo ed esclusivamente su commenti riguardo casi umani che diventano virali.

Perché, parrebbe, alla gente piace questo, adesso. Piace deridere quella parte di noi -perché non so se ve ne siete accorti, ma siamo noi- particolarmente disagiata ed evidentemente succube di internet in maniera incontrollata. E adesso, eccole là, le nostre stelle del web: si fanno strada tra un video di sette secondi e un altro di quindici minuti in cui il tempo è perso qualunque sia il caso; mimano situazioni quotidiane trita e ritrita, che fanno tutti, che si copiano a vicenda; nemmeno si chiedono più se sia il caso di sforzarsi di offrire alla gente qualcosa di nuovo, perché è evidente che la gente social non ha bisogno di qualcosa di nuovo, anzi: la ripetizione è il nocciolo del successo.umorismo

Persone inutili, che in quanto tale fanno il botto e passano da internet, ai libri, alla televisione, che un giorno si alzano e pensano “oggi faccio un video e divento una web star” e, si sa, ci riescono pure. D’altronde, come non cedere alla tentazione, dato che è così facile?

Vi prego, spiegatemi, illuminatemi: davvero fanno ridere? Io ci vedo solo un infimo modo di essere persone, uno squallore disgustoso, maggiormente raccapricciante non perché si tratta di internet o dei social, ma perché questo rappresenta davvero quello che siamo diventati e la cosa è terrificante: vuoti.
Davvero vi fa ridere un video in cui guardate un tizio che a sua volta guarda un video con l’intento di commentarlo e deriderlo? Credete che questo sia il fulcro della risata?

Questi “casi umani” che non si rendono nemmeno conto di quanto possano essere ridicoli, di quanto sia devianti nel loro modo di fare il video, in quello che dicono, non sono poi diversi da chi li osserva solo per farli diventare virali tanto è la foga con cui li si prende di mira. E chi sa: forse queste web star si sentono migliori, meno ridicole, solo perché apparentemente meno deliranti e con più senso del pudore. Tuttavia, umanamente indegne e banali se l’unico modo che hanno per fare ridere sia prendere in giro altre persone. E certe volte viene da domandarsi se non sia il caso di spegnere cellulare e computer ed essere sinceramente tristi, piuttosto di fintamente allegri.

C’era una comicità che aveva un criterio, un senso di spontaneità e genuinità anche quando studiata, una comicità che prendeva spunto da ogni cosa dell’uomo, non per deriderlo in maniera offensiva, bensì per toglierli di dosso quell’inutile sentimento di chi si prende troppo sul serio.

Ma evidentemente, non faceva sufficienti visualizzazioni.

Gea Di Bella

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