Il ritiro degli Stati Uniti dall’UNESCO, annunciato dall’amministrazione Trump, riapre una ferita diplomatica mai del tutto sanata. Motivato da presunti squilibri ideologici e dalla critica al riconoscimento della Palestina, il passo segna un nuovo capitolo nella politica estera isolazionista americana. Le conseguenze si faranno sentire sul piano politico, simbolico ed economico. Non è la prima volta che gli Stati Uniti annunciano la loro uscita dall’UNESCO: già nel 1984 e nel 2017 avevano preso questa decisione, riconfermando poco dopo la loro presenza.
Il ritiro degli Stati Uniti dall’UNESCO: la potenza si prepara a lasciare di nuovo l’agenzia dell’ONU
Il governo statunitense ha annunciato l’intenzione di ritirarsi dall’UNESCO entro la fine del 2026. Il ritiro degli Stati Uniti dall’UNESCO segna il secondo abbandono dell’agenzia culturale delle Nazioni Unite sotto la presidenza di Donald Trump, già protagonista di una decisione analoga nel 2017, poi annullata da Joe Biden nel 2023. Il Dipartimento di Stato ha giustificato la mossa con l’incompatibilità tra gli obiettivi dell’UNESCO e l’interesse nazionale degli Stati Uniti.
La critica alla “globalizzazione ideologica”
Secondo l’amministrazione Trump, l’UNESCO promuoverebbe un’agenda globalista, incentrata su temi sociali e culturali considerati divisivi. In particolare, viene criticata la promozione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU, che – a detta della Casa Bianca – rappresentano un’impostazione ideologica lontana dai valori americani. La portavoce del Dipartimento di Stato, Tammy Bruce, ha dichiarato che la permanenza all’interno dell’agenzia non riflette la linea “America First” perseguita dalla presidenza Trump.
Questa critica che ha portato al ritiro degli Stati Uniti dall’UNESCO è stata giustificata dall’ingerenza delle organizzazioni internazionali nelle materie di cooperazione internazionale e politica estera.
Sul piano economico, l’uscita di scena statunitense avrà un impatto notevole: Washington rappresentava il maggior contributore dell’UNESCO con una quota annua di circa 75 milioni di dollari. Nonostante ciò, la direttrice generale Audrey Azoulay ha rassicurato sul fatto che l’organizzazione sia oggi più autonoma finanziariamente rispetto al passato. In caso di effettivo ritiro, la Cina potrebbe diventare il principale finanziatore, ridefinendo gli equilibri geopolitici interni all’agenzia.
Il nodo della Palestina e l’accusa di pregiudizi
Al centro della controversia tra Stati Uniti e UNESCO c’è anche la questione palestinese. Dal 2011, quando l’organizzazione riconobbe lo Stato di Palestina come membro, Washington ha espresso ripetute critiche, accusando l’agenzia di un atteggiamento ostile nei confronti di Israele. Queste tensioni, riaccese nel nuovo ciclo trumpiano, hanno riaperto vecchie fratture e rafforzato la volontà di disimpegno. Secondo i portavoce americani, il riconoscimento di siti culturali palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est contribuisce a una narrazione considerata anti-israeliana.
Il distacco dagli organismi internazionali non è una novità per gli Stati Uniti. Ronald Reagan fu il primo presidente a ordinare il ritiro dall’UNESCO nel 1984, accusando l’agenzia di essere filo-sovietica. Gli USA vi rientrarono nel 2003 sotto la guida di George W. Bush. Con Trump, la storia si è ripetuta nel 2017, fino al reintegro voluto da Biden. Ora, un nuovo dietrofront, ufficiale dal 31 dicembre 2026.
Le reazioni dell’UNESCO: rammarico ma determinazione
La direttrice Azoulay ha espresso «profondo rammarico» per la decisione, definendola politica e priva di basi concrete. Ha sottolineato che l’UNESCO continua a essere un raro spazio di cooperazione multilaterale, soprattutto per quanto riguarda l’educazione all’Olocausto e la lotta all’antisemitismo. Ha anche ribadito che l’organizzazione è pronta ad affrontare la transizione, grazie alla sua riorganizzazione interna degli ultimi anni.
Oltre all’aspetto finanziario e politico, il ritiro degli Stati Uniti dall’UNESCO rappresenta una presa di distanza simbolica dal multilateralismo. L’amministrazione Trump, contraria a numerose organizzazioni internazionali, continua così la sua strategia di disimpegno. Anche USAID, l’agenzia americana per la cooperazione internazionale, ha visto i suoi fondi ridimensionati, mentre la partecipazione all’OMS è stata interrotta. L’UNESCO diventa quindi un nuovo tassello nella politica estera isolazionista che predilige l’autonomia nazionale rispetto alla collaborazione internazionale.















