Il ritorno del Cavaliere

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Di Emanuele Cerquiglini


L’estate della preparazione, l’autunno della strategia, l’inverno della battaglia, la primavera della speranza. Ecco le stagioni del Cavaliere, che zelante prepara il suo ritorno. Non c’è legge Severino che tenga, non c’è sfida per la leadership del centro destra: Berlusconi gioca per vincere la partita, è la sua ultima sfida elettorale e come lui stesso ha dichiarato: “non posso delegarla, dovrò giocarla io, come sempre”. In fondo si tratta solo di pianificare e di superare gli ostacoli uno alla volta.




Il primo ostacolo è quello relativo alla ineleggibilità inflitta da una condanna definitiva e dalla legge Severino, ma per questo problema può tendere la mano la Corte di Strasburgo, che valuterà la violazione della legge che è alla base dell’estromissione di Berlusconi dal Parlamento e se anche lì qualcosa dovesse andare storto, ci sarebbe una seconda possibilità: un coup de théâtre  politico, infatti nel caso di una vittoria del centro destra alle prossime elezioni, proprio in fase della creazione del nuovo governo, basterebbe una nuova legge ad hoc, creata in gran velocità dalla maggioranza, per cancellare la Severino e riabilitare il Cavaliere.

Il secondo ostacolo è quello relativo alla guida del centro destra, dove lo scalpitante Salvini sogna di essere al timone, forse illuso dai sondaggi che danno la Lega sopra Forza Italia, ma se anche lo fosse, la leadership di Salvini significherebbe non solo una caduta di stile del centro destra, ma anche una pericolosa deriva populista, che incarnandosi nella figura del leghista, passerebbe dalla teoria ai fatti.

Salvini, con la sua propaganda xenofoba, ha rianimato, come alcuni “pentastellati”, il diritto all’ignoranza e i peggiori rigurgiti razzisti ed intolleranti, andando ad esasperare ed impaurire quella parte più disagiata e abbandonata del nostro Paese. La sua è una politica miope, primordiale, fatta di istinti primitivi, di barricate e di soluzioni impossibili e pericolose. Quel tipo politica che trova sempre consenso durante le grandi crisi: finanziarie, economiche, culturali e morali. Una politica lontanissima da quella moderata e di lungo respiro di Berlusconi, che se anche lui, come tutta la destra nella sua storia politica (l’ultimo fu Alemanno a Roma), non ha mai potuto fare a meno di giocare a suo vantaggio col tema ossessivo della sicurezza (la panacea di tutti i mali elettorali), non aveva mai esasperato i toni al punto di scatenare rivolte civili, rianimare organizzazioni di stampo vetero fascista, o di mettere gli ultimi contro i disperati in barba ad ogni valore cristiano.

Berlusconi, a differenza di Salvini, con tutte le sue contraddizioni, è una figura di rilievo internazionale: si è sempre opposto alle politiche di austerità, avvertendo dei pericoli in anticipo, ha avuto sopratutto il merito di essere il tramite del dialogo tra l’Est e l’Ovest del mondo, facendo siglare la definitiva fine della guerra fredda, – che per molti era già stiepidita da un decennio, ma senza dubbio è solo per merito suo e della sua capacità di relazionarsi con Putin, che si arrivò al momento più significativo nelle relazioni tra Washington e Mosca, quando nel 2002 a Pratica di Mare, durante il vertice della Nato, la Russia venne reinserita nel contesto globale per le negoziazioni internazionali. Con Berlusconi premier, per ammissione dello stesso Putin, migliorarono notevolmente le relazioni bilaterali tra Italia e Russia e si arrivò, con la stretta di mano tra Putin e Bush, a far cooperare Usa e Russia anche nelle lotta al terrorismo internazionale.

Va anche ricordato che Berlusconi cercò di far comprendere i pericoli di una invasione dell’Iraq a Bush e cercò di opporsi al supporto italiano nella guerra in Libia, ma a pochi mesi dalla sua caduta, la pressione di Napolitano fu determinante per farlo cedere su questa posizione e tra l’altro Berlusconi riuscì ad opporsi al prestito di 80 miliardi che la FMI, su consiglio della Merkel e di Sarkozy, voleva imporre all’Italia, destinandola così alla tirannia della Trojca, come accadde invece alla Grecia.

Salvini, invece, sul fronte internazionale non è mai andato oltre il dichiarare di non volere la Turchia in Europa o di sparare a zero, spesso volgarmente, contro l’Europa (con la quale ha anche trovato modo di arricchirsi costituendo con la Le Pen e altri esponenti della destra europea l’ Enf: “Europa delle Libertà e delle Nazioni”, per non tradire neanche secondo la sua ispirazione populista; e non credo che il passaggio dalla felpa alla camicia riesca a ridargli un qualche credito internazionale. Non è un caso che recentemente anche la Merkel (proprio lei!), ha teso la mano a Berlusconi, perché un Salvini alla guida di un governo, sarebbe un problema anche nei rapporti con l’Europa.

Non ultimo, si creerebbe un problema interno con tutti quei partiti cattolici, che mal tollerano la deriva anti cristiana della politica del leghista e che sono fondamentali nella coalizione di centro destra, perché capaci di richiamare l’elettorato cattolico da troppo tempo privo di una casa e di una rappresentanza politica certa, persa dalla fine della prima Repubblica, quando erano rappresentati dalla Democrazia Cristiana. Oggi Gianfranco Rotondi segretario di Rivoluzione Cristiana e Lorenzo Casa, sono i politici che più degli altri possono rappresentare la colonna di supporto a Berlusconi e radunare gran parte dell’elettorato cattolico. Sono alleati seri di Berlusconi e lo dimostrerebbero ancora, una volta alla maggioranza, anche e soprattutto rispetto la questione da risolvere circa la legge Severino.

Salvini dal canto suo rivendica di aver scardinato alcune roccaforti di sinistra, come Genova e Pistoia o di aver conquistato Como e Monza, ma ha potuto agire in questi lunghi mesi, approfittando del riposo forzato del Cavaliere e del clima esasperato che avvolge il Paese dopo un decennio di crisi, prima sfruttando l’antipolitica e il risentimento generato da Grillo e le sue milizie e poi cavalcando la paura delle persone sul drammatico tema dell’immigrazione.

Ora che Berlusconi ha dichiarato di essere in partita, a Salvini non resta che trasformarsi come un camaleonte, darsi una ripulita, sia per vincere al fotofinish e sembrare più adeguato al ruolo, sia per rimodellarsi ai più consoni toni di semplice subordinato, pentito di essere stato un po’ troppo ribelle, ma ancora perdonabile grazie ad un improvviso colpo d’umiltà, postumo a quell’ultimo sospiro di una giovinezza sfiorita, che lo avrebbe illuso di poter conquistare il Paese a colpi di ruspa.

Berlusconi, inoltre, non dovrà commettere gli errori del passato esercitando una leadership indiscussa in campagna elettorale, per poi perderla una volta al Governo, o perché tradito da alleati e presunti tali o perché costretto dalla pressione interna e internazionale a mostrarsi indebolito come accadde nel 2011, nei mesi che lo videro preda di una trama ordita dalla Merkel e da Sarkozy, con l’appoggio ombra dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per farlo cadere; ma dovrà quindi indirizzare gli obiettivi di riforma con accordi indistruttibili e contornarsi di alleati seri, evitando il gioco dei ricatti della destra meno intellettuale e più sanguigna o di quella solo dedita alla poltrona. Altrimenti il rischio, è quello di cadere nell’errore di Renzi con Alfano circa lo Ius Soli.

Il terzo ostacolo è quello rappresentato da Marco Minniti, l’attuale Ministro degli Interni, l’uomo politico più rappresentativo d’Italia in questo momento, quello che figurativamente rappresenta l’ascesa di un potente: un ex comunista temuto da una parte della sinistra, rispettato dalla destra, nonché anche dall’Europa e capace di dividere i cattolici fino all’allineamento e all’approvazione di Papa Francesco sulla strategia attuata per limitare i flussi dei migranti, per alcuni vista come l’azione di uno sceriffo, per altri come la strategia raffinata di un grande difensore della democrazia. Il suo piano per limitare gli sbarchi lo ha fatto salire per apprezzamento nei sondaggi mettendolo di diritto tra i nomi autorevoli della politica italiana e col quale la sinistra dove fare i conti in vista della prossima campagna elettorale.

Il quarto ostacolo è strategico, Berlusconi dovrebbe da subito vestire i panni autorevoli dello statista. Non può più perdere tempo ad accontentare quella parte ruvida della destra, che come una zavorra gli impedisce di esprime al meglio la sua politica di lungo sguardo. Un uomo come Berlusconi non può essere limitato ad agire pensando all’oggi e non guardano al domani. Sarebbe come andare contro alla sua dote più naturale. Per quanto sia stato il personaggio politico più discusso della seconda Repubblica, è senza dubbio un visionario con un eccezionale intuito, accompagnato da una grande intelligenza e una rara empatia. Anche chi lo odia, in realtà un pò lo ama. A Berlusconi, per una ricetta politica perfetta, basterebbe aggiungere un pizzico di socialismo per rendere la sua portata un raffinato liberismo conscio della sconfitta del capitalismo. Gli basterebbe non scordare gli ultimi, avallare politiche di rilancio culturale del Paese e instradarsi sull’attuazione di intelligenti politiche di integrazione, per associare alla necessaria sicurezza, l’idea incarnata di un Paese democratico e civile, radicato profondamente nella tradizione cristiana. Questo nulla toglierebbe al suo certo impegno verso le imprese e il rilancio economico del Paese.

È la sua ultima candidatura e vuole lasciare un ricordo positivo del suo operato politico, per prendersi quel posto che gli spetta nella storia del Paese, come ha detto lo stesso Putin in un’intervista televisiva riportata anche nel documentario “My way”.




Berlusconi non può cedere alla strategia della paura della destra come arma strategica, ma dovrebbe accompagnarla verso una crescita interna, che rappresenti una naturale evoluzione del fare e concepire la politica, per questo dovrebbe guardare con interesse ad esponenti come Giuseppe Mellone, primo cittadino di Nardò, cresciuto in AN ed eletto nel 2016 con la sigla “Andare Oltre” alla guida di una giunta di destra, che si dichiara favorevole allo Ius Soli, ricordando che anche Rauti considerava i migranti una ricchezza (ancor prima della Boldrini).

Non c’è più spazio per le antiche divisioni, le ideologie sono crollate ed è necessario un dialogo costruttivo e trasversale. Si deve abbandonare la politica della poltrona e quella del populismo, per passare a quella delle riforme e della civiltà: l’essere umano davanti a tutto, per aiutarlo ad esprimere il massimo delle sue potenzialità. Diritti e doveri, merito e solidarietà.

Se fossi Berlusconi, darei subito un segnale di saggezza e aiuterei il Governo attuale nell’approvazione della Legge sullo Ius Soli, una legge di civiltà, necessaria anche in termini di sicurezza e di previdenza sociale.

Nel prossimo futuro, potrebbe essere necessario un Governo di larghe intese e allora è meglio iniziare subito un dialogo costruttivo con il PD. C’è molto lavoro davanti e non c’è più tempo da sprecare. Si dovranno affrontare temi delicati come occupazione, sicurezza, terrorismo, sanità, integrazione, scuola, emigrazione giovanile e la conseguente perdita di cervelli, pensioni, rilancio dell’economia, e non secondaria la necessaria crescita culturale del Paese.

Non scordiamoci mai che la crisi, prima di essere economica, è una crisi morale e culturale. Non ne siamo ancora fuori.

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