Dal ritratto fotografico fino al selfie, tra pubblico e privato

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La vita pubblica del ritratto fotografico

Parlare delle specificità del ritratto fotografico ci riconduce alla figura di André Adolphe Eugène Disdéri. Fu lui a brevettare la prima tipologia di macchina fotografica dotata di più obiettivi; quest’ultima permetteva, sulla stessa lastra,  la produzione di diverse fotografie di piccole dimensioni dello stesso soggetto. Ciò sancì la nascita del biglietto da visita dotato di immagine fotografica, della prima versione di quella che oggi conosciamo come fototessera; ma, soprattutto, i prezzi contenuti del prodotto ottenuto resero questa invenzione causa del primo vero processo di democratizzazione della produzione delle immagini, nel caso specifico dell’avere un ritratto. Da questo momento la possibilità di ottenere delle proprie foto si estese notevolmente diventando caratteristica fondamentale della vita pubblica contemporanea.

Le cabine fotografiche, parentesi del privato

La successiva invenzione della cabina fotografica, la photomaton, rese possibile su vasta scala l’avere una propria immagine escludendo la presenza di una persona fisica che gestisca il processo. All’interno dello spazio pubblico la photomaton diveniva, per quell’intervallo di tempo di produzione e sviluppo della macchina un’enclave privata, istituita dallo stesso individuo senza altra partecipazione.

La cabina fotografica nell’arte del secondo Novecento

La dialettica tra pubblico e privato sottintesa a tale invenzione, pervasiva nelle città in breve tempo, fu studiata da diversi artisti nel corso del secondo Novecento. Arnulf Rainer affrontò la perdita di inibizioni e delle convenzioni che regolano la vita ordinaria, nel momento in cui si è chiusi al mondo entro la cabina. L’artista austriaco, anche sotto l’effetto di sostanze alteranti, produceva serie di scatti in cui si atteggiava ed estremizzava le più diverse pose scoprendo così le possibilità del proprio corpo. Più o meno negli stessi anni, Franco Vaccari portò alla Biennale di Venezia del 1972 la sua “Esposizione in tempo reale N.4. Lascia una traccia fotografica del tuo passaggio”. Una cabina fotografica a disposizione dei visitatori, invitati a fare e lasciare le fotografie della propria visita. Una continua produzione privata individuale progressivamente in aumento, in modo da realizzare una teoria figurativa del passaggio pubblico nelle sale della manifestazione.

Verso il ritratto fotografico di oggi

Ai giorni nostri, però, questo continuo incontro e transito tra pubblico e privato ha subito una svolta inedita. L’autoscatto con le proprie macchine fotografiche ha quasi la stessa età dell’invenzione della tecnica stessa; in esso la dinamica è del tutto particolare: un qualcosa di nostra proprietà viene usato per la creazione di un’immagine di noi stessi. Ma in tale processo rimane comunque presupposta la collocazione libera dello strumento in uno spazio altro dal nostro, fuori dal nostro contatto nel particolare momento della fotografia. La tecnologia cellulare, invece, ha permesso con la fotocamera interna la nascita del selfie; quest’ultimo ha segnato la completa elisione del pubblico, dell’altro, dalla creazione della propria immagine fotografica.

La vita privata della fotografia

Il selfie è lo strumento di quell’uomo vitruviano digitale che noi siamo diventati. Dove arrivano le sue braccia, è lì che si posiziona la fotocamera interna del suo cellulare; grazie ad essa costruisce da sé il proprio mondo senza perdere mai il contatto fisico con lo strumento creativo. Quell’ampiezza contiene quel che diventerà il suo spazio virtuale; ciò che è intorno ora è allo stesso tempo interno, in continuità con il ritrattato e ritraente, in confidenza con chi se ne sta appropriando e lo sta restituendo come faccia particolare del proprio profilo.

Giacomo Tiscione

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