Robert Campin, il Maestro di Flemalle

Denominato Maestro di Flemalle, Robert Campin (1378-1444), status di primitivo fiammingo, segna il passaggio ad un realismo pittorico che stigmatizza una identità umana, non più ideale, delle figure ritratte.

Memore di un imprinting di stampo mosano-renano e influenzato da un respiro tardo-gotico di registro internazionale, Campin sostiene uno stile lineare nei tratti, definiti e rimarcati, un colorismo accentuato e un impianto compositivo maturo nella profondità e nella fuga prospettica. Un “Rinascimento nordico”, acre nell’elemento ornamentale, che restituisce verità e “verismo” alle scene rappresentate, con l’imprescindibile “particularismo” fiammingo che, con dovizia di dettagli, descrive gli eventi raffigurati. Un elenco narrativo che mai esula dal perfezionismo, in cui viene inserita una poetica naturalista, fin al momento solo accennata dagli altri artisti.

L’elemento della spontaneità nella ritrattistica crea una raffigurazione più confidenziale ove la postura riecheggia quella classica, ma allo stesso tempo la sdogana, dirigendosi verso un modus più naturale. L’elemento psicologico e introspettivo dona ai personaggi un’aura meno ideale. A suffragio di ciò anche l’ambientazione rispetta questa concezione, difatti l’elemento divino viene decontestualizzato e spesso inserito in habitat quotidiani. Ad esempio le Madonne dipinte in interni domestici, case del Nord, vengono esasperate nei dettagli per conferire una maggiore credibilità alla scena e per inserirla in una dialettica col reale. Ne è un esempio l’opera della Madonna del parafuoco (1430).

La vicenda descritta ha al centro la figura della vergine con il bimbo in grembo, al quale porge il seno, e l’ambiente è quello tipico di una dimora nordica, dal pavimento ai mobili intarsiati di legno, dettagliatamente rappresentati sin alle finiture. La nitidezza dell’immagine femminile dai contorni netti che le conferiscono plasticità, fino alle pieghe scultoree del vestito. Un’aura di familiarità e di verità assecondata dai particolari riproposti nella loro integrità e specificità.

La foggia dell’abito non è di fattezze leggere, ma è rispondente alle consuetudini dei costumi nordici nella pesantezza della stoffa. Elemento che suffraga l’intento innovativo realistico di Campin. La prospettiva risulta distorta nel pavimento a quadri. Infine il registro tonale tenue e la dialettica del contrasto collimano con la narrativa di stampo naturalistico dell’opera.

Costanza Marana

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