Robert Louis Stevenson e il “Sermone di Natale”: uno spirito in movimento

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«Figliolo guarda, un giorno tutto questo sarà tuo». Se a pronunciare questa monolitica frase fosse stato Thomas Stevenson, padre del giovane Robert Louis, l’avrebbe fatto di fronte ad un faro della costa scozzese. La storia dello scrittore più avventuroso del secolo nasce all’insegna di un destino tradito, di una vocazione mancata.

La famiglia Stevenson da generazioni è conosciuta in tutta l’isola per la sua maestria ingegneristica e da anni si prodiga nella costruzioni di fari. Una tradizione così significativa che dal 1790 fino al 1940 sono stati costruiti 97. Nonostante questo destino segnato dalla nascita, il giovane Robert Louis aveva le idee chiare: non voleva avere niente a che fare con i fari. Voleva scrivere e voleva viaggiare e vivere avventure.

Robert Louis Stevenson: un aspetto inedito

Nonostante la tubercolosi, malattia che lo ha colto fin da giovane, l’intrepido Robert non si è mai dato per vinto: il suo amore per Fanny Osbourne, ad esempio, lo ha condotto dall’altra parte del mondo per dichiararsi e conquistarla. Anche il legame con la famiglia è rimasto intatto. Gli ultimi anni della sua vita l’autore li ha trascorsi a Samoa, assieme alle persone che più gli hanno voluto bene. I nativi lo chiamavano “Tusitala”, che significa “Narratore di Storie”.

Questi anni hanno visto la luce opere più personali, meno conosciute: Sermone di Natale, Preghiere e una ballata intitolata Natale sul mare. Uno stile molto piano con una riflessione di carattere più intimo. Un lato inedito dello scrittore, sempre relegato in modo snobistico a “scrittore per ragazzi” e mai approfondito ulteriormente.

Sermone di Natale 

Nel 1888 ha visto la luce il Sermone di Natale  che Robert Louis Stevenson ha composto per la sua famiglia. Una breve pubblicazione in cui il tema principale è il comportamento del singolo nei confronti del mondo, degli altri, di se stesso e di Dio. La chiave è mantenere un costante dialogo tra tutti questi fattori, cercando in tutti i mondi di “compiere il bene”, senza paura.

     Non veniamo dannati per aver commesso il male, ma per non aver commesso il bene.




Una grande rivalutazione del desiderio umano, che da una parte aspira alla sua realizzazione, allo stesso tempo l’autore mette anche in guardia perché spesso si ha lo sguardo gettato in avanti ma non ci si accorge di ciò che si ha. In questi casi entra in gioco un vero e proprio “eroismo” che prende il nome di “pazienza”.

Aspiriamo a compiti più elevati perchè non riconosciamo l’elevatezza di quelli che già abbiamo.

Così dicendo si può stabilire una serena convivenza tra uomini nel momento in cui ognuno riesce ad essere felice, abbattendo qualunque tipo di moralismo.

Circola tra i moralisti l’idea che si debba rendere buono il prossimo. Una sola persona devo rendere buona: me stesso. Il mio dovere nei confronti del prossimo è meglio espresso asserendo che devo – per quanto possibile – renderlo felice.

La felicità dell’uomo, scrive Tusitala, “non è nelle nostre mani”, ma se vive offrendo felicità al prossimo ecco che, inaspettatamente, essa giungerà a colmare la sua vita, in un modo imprevisto. È una vita come servizio.

Fino al suo ultimo respiro R. L. Stevenson ha sempre sentito la necessità di affidarsi, ringraziare per i momenti di gioia e invocare protezione per i momenti di maggiore sofferenza. Uno spirito sempre in movimento, che riesce in conclusione a trovare il posto in cui voleva stare. Il suo epitaffio riporterà  proprio questa frase, scritta da lui stesso:

Giace qui dove desiderava stare

giunge a casa il marinaio, a casa dal mare,

e il cacciatore dalla collina al casolare.

 

 

 

Jacopo Senni

 

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