Roghi, alluvioni e caldo a 50°C. Quel G20 Ambiente che guarda da lontano

Gli incendi in Sardegna, le migliaia di persone sfollate, non possono che far sorgere la domanda: chi si sta prendendo cura dell’ambiente? La settimana scorsa, a Napoli, si è tenuto il G20 Ambiente presieduto dal ministro per la transizione ecologica Roberto Cingolani. Eppure sembra che proprio i due punti cruciali siano stati demandati a tempi futuri. Così tra la Sardegna, le alluvioni, la grandine, le temperature canadesi di un mese fa e la carestia, i grandi del pianeta osservano immoti, seppur, si spera, inquieti.

Il G20 Ambiente a presidenza italiana lascia scoperte le mediazioni sul surriscaldamento globale, assestandosi su quelle concordati negli accordi di Parigi del 2015. Il Fit for 55 europeo, ovvero il piano giustamente ambizioso promosso dalla Commissione europea, si arena sulla radicalità delle riforme. Oggi sul cartaceo del Manifesto esce un articolo di Tommaso di Francesco dal titolo: “Canadair antincendio no, cacciabombardieri F35 sì”. Perché la nostra classe dirigente non vuole cominciare a trattare l’emergenza climatica come quella pandemica? Sono tanti ormai gli eventi che rivelano come la polvere non possa più essere nascosta sotto il tappeto.

La Sardegna in fiamme che piange i suoi boschi

In questi giorni, gli incendi nella provincia di Oristano hanno costretto quasi 1500 persone a lasciare le loro case. Ventimila ettari di terreno sono andati totalmente bruciati. Grazie alla prevenzione e agli aiuti, la situazione sembra poter terminare senza tragedie, ma per i boschi sardi è un disastro. Il presidente della regione, Christian Solinas, ha lanciato un appello al presidente Draghi perché una quota del Pnrr (Piano di ripresa e resilienza) sia destinato a “un grande progetto di riforestazione, che rimargini queste terribili ferite”. Ad ora, inascoltato.

Il G20 Ambiente della procrastinazione

Il 22 e il 23 luglio scorsi si è tenuto a Napoli il G20 Ambiente, presieduto dall’Italia. A guidarlo c’era il ministro della transizione ecologica, Roberto Cingolani. L’esito, senza troppi giri di parole, è uno: l’accordo non è stato raggiunto.

Su due punti non abbiamo trovato l’accordo e li abbiamo rinviati al G20 dei capi di Stato e di governo: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025.

Insomma, non due punti da poco conto, bensì i due più divisivi, ma al contempo fondamentali. Ciò che si propongono alcuni Paesi è di restare entro i limiti dell’Accordo di Parigi, mantenendo l’aumento della temperatura media globale al di sotto del 2°C e riducendo le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030. Anche i limiti degli accordi però non sono stati siglati durante il G20 Ambiente, ciò significa che ora come ora potrebbero essere disattesi.

Di conseguenza, senza la riduzione del carbone, l’innalzamento della temperatura globale potrebbe non mantenersi sotto gli 1,5°C. I danni climatici che ne deriveranno con una temperatura di 1,1°C più alta rispetto ai livelli preindustriali saranno molto peggiori di adesso, secondo il direttore esecutivo di Greenpeace, Giuseppe Onufrio, il quale aggiunge che: “quello cui stiamo assistendo è solo un pallido assaggio di quello che potrà succedere in uno scenario di riscaldamento globale senza controllo”.



Un ripasso di quello che è già successo

Certamente, se la temperatura aumentasse di 3°C lo scenario sarebbe inconcepibile. Eppure, come i ministri durante il G20 Ambiente, tutti noi tendiamo a dimenticare i disastri ambientali.

Forse stanno già volando via dalla mente quelle alluvioni che dieci giorni fa hanno colpito Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Svizzera. Sicuramente non lo dimentica Angela Merkel che mentre era in visita negli Stati Uniti da Joe Biden è venuta a conoscenza della tremenda notizia. In tutto sono morte nella Germania occidentale più di cento persone e circa 150 sono ancora disperse.

Non solo la Germania, bensì anche la provincia di Henan nella Cina centrale è andata incontro alle inondazioni più potenti degli ultimi 60 anni. Qui sono morte almeno 69 persone, mentre in 200mila hanno dovuto abbandonare le proprie case. Una dinamica simile è avvenuta nelle Filippine, dove a causa dei potentissimi monsoni, 15mila residenti sono stati evacuati.

Non solo di alluvioni e incendi si costituisce l’emergenza climatica. Facendo un salto a un mese fa ricorderemo le temperature fino a 49°C del Canada. A Vancouver sono morte 134 persone a causa del calore.

Infine, un’ultima subdola, lenta, ma ugualmente fatale conseguenza del surriscaldamento globale si sta abbattendo in Madagascar. Il World Food Programme ha denunciato lo stato di carestia. In un documento, l’Onu ha parlato del primo paese colpito dalla crisi ambientale, in cui si sta cominciando a morire di fame.

È questa l’ultima tappa dell’emergenza climatica, questo quello che il G20 Ambiente non avrebbe dovuto ignorare. Lo racconta la capa di uno dei quartieri di Androy, in Madagascar, Metairie Rabefamory, con queste parole:

Sono morti cinque bambini e tre donne. Questo è quello che ho visto con i miei occhi. Sono morti di fame.

Antonia Ferri

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