Roma – Il ristorante Altrove, porte aperte sul mondo: 11 nazionalità diverse e la stessa voglia di fare

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Alessandra ha 24 anni. È romana di Roma. Sua mamma è al 50% congolese, al 50% togolese. E il papà è pakistano. Lavora ad “Altrove, porte aperte sul mondo”, locale un po’ particolare che ha aperto quest’anno al quartiere Ostiense di Roma. “Il bello di questo ristorante è proprio nella presenza di tante persone che vengono da tutto il mondo e che lavorano insieme”, dice Alessandra.

In cucina e al bancone lavorano ragazzi giovanissimi, di 11 nazionalità differenti: dall’Ucraina alla Guinea, dalla Nigeria all’Albania, passando naturalmente per l’Italia.

“Il progetto fa capo alla nostra onlus, che promuove da oltre 30 anni il dialogo fra le culture”, dice Elisabetta Melandri, presidente Cies. “Fra le tante attività c’è quella di aggregazione di ragazzi in un centro che abbiamo aperto che si chiama MaTeMù”. Si trova nel quartiere Esquilino e lì “ormai sono passati oltre 7mila ragazzi, tra minori non accompagnati, seconde generazioni e anche italiani. Noi non facciamo differenze”. Oltre a offrire attività pomeridiane – “spesso nei centri di accoglienza non fanno nulla e rischiano poi di perdersi” – insegnamento della lingua italiana, arte, musica, teatro e servizi sociali come quelli psicologici. “Poi abbiamo aperto uno sportello riconosciuto dalla Regione Lazio di orientamento alla formazione e al lavoro. Le possibilità che il mercato offre per inserimento di ragazzi che hanno tutti questi problemi a monte compreso quello di non sapere l’italiano, è la gastronomia e la ristorazione. Che assorbe ma assorbe anche male, spesso sfruttando”.

Sono stati avviati percorsi formativi, “chiamati MateChef” – un nome che evoca MasterChef “ma in realtà è MaTeMù”. E poi?

“Poi abbiamo aperto questo locale per assorbire alcuni di questi ragazzi. Non tutti, altri li abbiamo collocati in altri ristoranti. È una realtà di ristorazione un’opportunità di un lavoro pulito in un ambiente sano”. Principi che guidano anche la scelta del menu e dei prodotti, “come i pomodori che utilizziamo, caporalato-free”.

È un luogo di integrazione e commistione, il cui simbolo sono proprio le porte: come quelle che, a collage, formano il bancone del bar, spiega il direttore Sandro Balducci. O quella che, ristrutturata, è diventata il grande specchio del bagno.

 

 

Angela Gennaro

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