Ron Mueck e l’iperrealismo delle emozioni

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Ron Mueck, definito come l’artista più vicino alla corrente dell’Iperrealismo dimostra che le sue opere di iperrealista hanno poco e niente se non l’involucro.

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Avete presente la grande era del boom economico degli anni ’60? L’avvento della mercificazione di massa e la nascita delle Neoavanguardie come la famosa Pop-art? Bene, la Pop-art ha aperto una nuova porta sull’arte dimostrando come l’essere umano si sia spersonalizzato e lo ha messo sullo stesso piano di un oggetto, una merce. Andy Warhol è stato un maestro nel creare e assecondare queste nuove tendenze, facendo di una scatola di zuppa, usata dalla maggioranza degli americani per cibarsi, un’icona pop.

Dalla Pop-art sono nate diverse ramificazioni, una su tutte è l’Iperrealismo. Una poetica artistica che ha enfatizzato la rappresentazione della realtà spingendosi ai limiti della copia del reale. Utilizzando procedimenti di pratica pittorica e scultorea di tipo classico, l’Iperrealismo ha puntato a dare un’immagine dell’essere umano molto ma molto simile alla realtà, sostituendosi quasi alla fotografia. Per capirci, uno dei più celebri artisti di questa corrente è stato Duane Hanson, scultore iperrealista che ha realizzato sculture di materiali vari a grandezza umana, raffiguranti alla perfezione personaggi reali colti in attività varie. L’attenzione maniacale ai particolari e al vestiario ha fatto sì che le sue sculture sembrassero delle vere e proprie persone in carne e ossa. Celebri infatti le sue diverse versioni di turisti americani.

L’Iperrealismo ha rappresentato l’estremizzazione della Pop-art in quanto ha voluto sottolineare quel processo di spersonalizzazione della figura umana iniziato negli anni ‘60, attraverso la riproduzione fedele dei minimi particolari volta a replicare pose e atteggiamenti tipicamente umani della società americana. Queste sculture non hanno un’anima ma si presentano così come sono, come le merci negli scaffali del supermercato. In epoca contemporanea, l’iperrealismo sopravvive in diverse declinazioni e con un messaggio provocatorio differente da quello del secolo scorso. Ron Mueck, artista contemporaneo, modella sculture raffiguranti esseri umani e per tale motivo la sua opera è stata definita molto vicina all’Iperrealismo, ma guai a chiamarlo iperrealista e a ben vedere ha proprio ragione.

Ron Mueck nasce in Australia, figlio di artigiani costruttori di giocattoli, lavora per anni nel mondo della televisione per la quale crea pupazzi e modelli per programmi dedicati ai bambini, ma non solo, lavora in ambito cinematografico realizzando fantastici effetti speciali. Nel 1997 esordisce come artista con Dead Dad, raffigurante un uomo completamente nudo e di dimensioni piccolissime disteso a terra come morto. Da allora ha riscosso grande successo, entrando di diritto nella cerchia di Charles Saatchi, magnate della pubblicità e collezionista di artisti come Damien Hirst, Marc Quinn e i fratelli Chapman ed esponendo in numerose realtà museali internazionali come Parigi, Londra e alla stessa Biennale di Venezia.

La ricerca di Ron Mueck si concentra sulla figura umana ma con l’iperrealismo ha poco in comune. Le sculture di Ron Mueck vanno oltre. In comune con i colleghi iperrealisti vi è l’uso di materiali sintetici come le resine e la precisione maniacale nella cura dei particolari e delle anatomie, che ci fanno apprezzare la verosimiglianza con la figura umana e le sue caratteristiche (Mueck utilizza capelli veri!) ma ogni analogia finisce qui. Le sue sculture non sono mai a grandezza naturale, o sono troppo grandi o troppo piccole ma la grande differenza sta nel fatto che esse “parlano” o meglio “ci parlano”.

Le sculture iperrealiste inducono lo spettatore a fare una riflessione sul ruolo sociale dell’uomo nella società consumistica, mentre le sculture di Ron Mueck vanno oltre innanzitutto la volontà di emulazione della figura umana, in quanto la percezione visiva che si ha di fronte a queste opere è sfalsata. Seconda cosa, esse sono ferme in uno spazio temporale legato alla sfera intima, personale. Questi personaggi sono colti in momenti intimi e personali, tutti quei momenti in cui nella vita reale noi stessi non pensiamo di essere osservati. Ed ecco che in Woman with shopping, viene raffigurata una donnina con le buste della spesa e con una protuberanza che le gonfia la giacca, in quanto nasconde un bambino piccolo. Ha lo sguardo perso, concentrata sul peso delle buste ricolme, ci induce a pensare alla scena di vita reale in cui essa si trova. Oppure in Couple under Umbrella, una gigantesca scultura che rappresenta due coniugi di mezza età al mare, sotto l’ombrellone. La donna seduta con un costume blu scuro tiene poggiato sulle sue gambe il marito e lo guarda, lui è disteso e con una mano le cinge il braccio. Ancora una volta i loro volti sono pensierosi e assenti. Cosa si saranno detti? Cosa stanno pensando? O semplicemente stanno godendosi la giornata al mare? La riflessione si fa più cruenta in opere come lo stesso Dead Dad, un minuscolo papà nudo e morto. La minutezza dell’opera costringe lo spettatore ad avvicinarsi, a vedere da vicino quanto la morte ci somigli, possiamo essere noi stessi, lì per terra o un nostro genitore;  o in Mother e Child, una scultura che raffigura una donna nuda con il suo neonato appena nato poggiato sulla pancia. E’ la vita che nasce, che si palesa, è un momento intimo ma universale allo stesso tempo. Ron Mueck non vuole emulare la realtà fine a se stessa, non vuole affiancarci a degli oggetti senza anima, il suo è un lavoro opposto.

In dieci anni ha progettato circa 35 opere e tutte da solo. L’artista infatti rappresenta un po’ un outsider nel mondo dell’arte. Schivo e riservato, sta lontano dal jet set. Non a caso un’altra differenza sostanziale con gli artisti della cosiddetta factory sia originale che contemporanea, è il non operare aiutato da assistenti e artigiani vari, Ron Mueck realizza da solo le sue sculture e quindi il legame intimo ed emozionale è forte fin dalla creazione dell’opera stessa. Le sculture di Mueck sono portatrici di vita, sono attimi di vita a differenza di quelle di Duane Hanson, ognuna porta il suo fardello esistenziale e lo si riconosce dai loro volti assenti, distratti, innamorati, morti. Questi “corpi” sono più vicini a noi di quanto possano essere le sculture iperrealiste degli anni ’70. Se l’Iperrealismo ci ha mostrati così come siamo nella nostra realtà omologante, consumistica, mercificatoria; Ron Mueck ci vuol in un certo senso riportare a riflettere su ciò che c’è dentro quel corpo che appare vuoto. Ecco, riflettere attraverso lo sguardo delle sue sculture. Riflettere sulle emozioni, ritrovare dentro i loro occhi i nostri occhi, la nostra anima, il nostro non essere solo contenitori ma esseri umani.

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