Salute S.p.a.: chi ha i soldi si curi, gli altri si arrangino

Nel 2018, Francesco Carraro e Massimo Quezel avevano pubblicato un libro che parlava di intrecci pericolosi tra sanità pubblica, privata e assicurazioni. Edito da Chiarelettere, “Salute S.p.a.” sembra aver previsto il futuro, senza necessariamente pronosticare la pandemia: se non con il trauma del coronavirus, prima o poi, i nodi sarebbero arrivati al pettine in modo catastrofico. Competitività, liberalizzazione, concorrenza: ecco come il business della medicina e la medicina come business portano alla rinuncia della visione costituzionalmente orientata della salute.





Le due più grandi sventure nella vita sono una cattiva salute e una cattiva coscienza“: così, almeno, diceva Lev Tolstoj. Ed è sintomatico (sì, proprio sintomatico) che Francesco Carraro e Massimo Quezel abbiano deciso di aprire il loro Salute S.p.a. con questa citazione. Quale frase, infatti, riassume meglio i mesi che abbiamo trascorso? Lo scoramento di fronte a grafici catastrofici da una parte e, dall’altra, il sospetto che le scelte di chi ci governa non siano le più lungimiranti o le più efficaci: lo diceva Tolstoj praticamente 150 anni fa, anche senza vivere in Lombardia in pieno coronavirus. 

Storia di un disastro annunciato

Salute S.p.a., però, non è un libro sulla pandemia. E’ stato scritto nel 2018 e ci ha spiegato con un linguaggio essenziale e una prosa limpida che, praticamente, eravamo seduti su una polveriera. Che sì, essere curati in Italia è ancora un privilegio, ma che non ci si può cullare più nello slogan de “la sanità migliore del mondo”, nossignore. E la pandemia che ci ha colpiti o, soprattutto, il modo in cui il sistema ha risposto sono stati solo l’ennesima dimostrazione dei colpi d’ascia che, governo dopo governo, sono stati inferti a un sistema che, sì, una volta rappresentava l’eccellenza.

“Follow the money”

Colpa del virus? Beh, non ci ha dato una mano, certo, ma ha reso tutto più chiaro, bisogna dirlo. Cambiano gli eventi, le latitudini, le epoche storiche, ma il cinismo del “quando vuoi capire perché succede qualcosa, segui i soldi” non è un abbaglio.



E dove portano, oggi, nella sanità, le orme nel bosco lasciate dai soldi? Semplice: al business delle assicurazioni. Carraro e Quezel tirano in mezzo numeri, report istituzionali, dichiarazioni ufficiali di addetti al lavoro e rendono tutto cristallino: per le grandi corporation del settore assicurativo, compagnie private da miliardi di euro fatturati ogni anno, la salute è un lauto banchetto. “La vena d’oro del domani e la ferita aperta dell’oggi“, la definiscono.

Il business delle assicurazioni

La spiegazione è tanto semplice quanto inquietante. Nessuno, tra le assicurazioni, vuole più accollarsi i rischi della malasanità: i risarcimenti solo lievitati, in quantità e importi. La strategia, allora, qual è, per rimanere a galla in questo campo? Non migliorare le cure, dicono Carraro e Quezel, ma comprimere i diritti del paziente. E farlo attraverso risarcimenti standardizzati ma immediati: uovo oggi batte gallina domani.

Pizza, mandolino, malasanità




E anche sulla malasanità italiana, Carraro e Quezel non vanno tanto per il sottile. L’Italia è uno Stato che, a causa di carenza di personale, strumentazioni obsolete e penuria anche di farmaci salvavita (sì, vedi la vicenda dell’ospedale di Chieti, del 2016), sta demolendo i suoi ospedali. La malasanità, in Italia, non è causata da medici impreparati o da strutture da terzo mondo: incredibilmente, è fatta dalle politiche di riduzione della spesa, che tutti i governi ci vendono come entusiastici “tagli agli sprechi”. La filosofia di fondo, quindi, in barba all’art. 32 della Costituzione, diventa la seguente: chi ha i soldi si curi, gli altri si arrangino.

Quanto ci costano i tagli

Quezel e Carraro fanno parlare i numeri: da un deficit di 6 milardi nel 2006, l’Italia è passata a un deficit di 976 milioni nel 2016. La potatura della spesa pubblica ci ha fatto applaudire la riduzione degli sprechi. Ma a cosa abbiamo rinunciato? Dal 2001 al 2008, l’aumento della spesa sanitaria era stato del 14,8 per cento, mentre dal 2009 al 2017 si è limitato a uno 0,6. Pagare meno tasse piace a tutti, ma a quale prezzo? In 10 anni, sono stati tagliati 70 mila posti letto e ogni regione ha perso in media una decina di ospedali. 

La pandemia, poi, ha fatto emergere una situazione critica per quanto riguarda il personale ospedaliero. Attualmente, nel nostro Paese, ci sono 6 infermieri ogni 1000 abitanti: in Germania sono più del doppio. Possibile pensare l’impressionante numero di decessi tra i professionisti durante la pandemia sia stato causato anche dal fatto che il 52% dei medici in Italia abbia più di 55 anni?

Italiani orfani di medici

Intanto, però, viva i tagli. Le assunzioni restano ancora bloccate: su 2000 medici italiani, il 54% gestisce più di 22 pazienti al giorno. Secondo le stime riportate da Carraro e Quezel, nel 2028, ad esempio, un cittadino padovano su due sarà privo del medico di base. Per non parlare delle liste d’attesa. La musica d’attesa ai centralini ospedalieri potrebbe essere “Il tempo di morire” di Battisti:  per una visita cardiologica nel 2017 si dovevano attendere 67 giorni. Per un controllo oncologico, serve un anno.  Il tempo di morire, appunto.

La rinuncia alle cure

E’ naturale pensare, quindi, che ci si rivolga al privato: di tasca propria o con una polizza. Oppure non resta che rinunciare alle cure: Salute S.p.a. parla chiaro: nel 2015, in Italia, hanno preferito non avvalersi di trattamenti circa 2,6 milioni di famiglie. Se si può, si paga, quindi, per usufruire di un diritto costituzionale. Salute S.p.a. traduce in numeri un concetto semplice: curarsi, in Italia, è sempre più un privilegio. Con l’allungarsi della speranza di vita, c’è poi da attendersi una crescita della domanda: si stima che nel 2030 saranno più di 4 milioni le persone in cattivo stato di salute, mentre i portatori di patologie croniche supereranno i 20 milioni.

La white economy

Questo, quindi, alimenterà il business della white economy, il giro d’affari che sta attorno alla salute: oggi vale 173 miliardi e il 22% è sostenuto in modo privato. Di questi, solo il 15% passa attraverso assicurazioni e fondi sanitarie. L’Italia risulta essere un Paese sottoassicurato: secondo gli addetti ai lavori, sarà il ramo malattia l’El Dorado delle compagnie assicurative. Il Servizio Sanitario è diventato un lusso che non possiamo più permetterci. Non ce lo aspettavamo, dal Paese che fa della sanità il suo fiore all’occhiello.

Il disegno di chi decide, però, è chiaro: competitività, liberalizzazione, concorrenza trasformano la medicina in business. Poco male se, questo, poi porta alla rinuncia della visione costituzionalmente orientata della salute. Non è più salute, hanno ragione Carraro e Quezel: è Salute S.p.a. 

Elisa Ghidini

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