Salvare gli animali è salvare la cultura: entrambe in via d’estinzione

La perdita del patrimonio culturale non riguarda solo l'essere umano.

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Il recente report dell’IPBES, l’organo ONU incaricato dello studio dello stato di salute degli ecosistemi e della biodiversità mondiale, ci ha fatto tutti indignare con la sua sentenza: “Un milione di specie sono in via d’estinzione”. Un numero allarmante, che tuttavia non considera che a estinguersi, non sono solo esemplari di piante e animali, ma anche le rispettive diversissime, inaspettate, sorprendenti culture.

Due slogan sono particolarmente ricorrenti nelle denunce della società odierna:
“Dobbiamo salvare gli animali!”
“Dobbiamo salvare la cultura!”

Solitamente, li si sente urlare a gran voce, nelle proteste di due fazioni del tutto diverse, e che raramente vediamo incontrarsi nella stessa piazza. Non perché siano fazioni rivali, semplicemente si occupano della salvaguardia di due “vittime” differenti dell’uomo scellerato, e ci si cura – giustamente – ognuno dei propri interessi.

Cosa c’entra la cultura, col salvare gli animali?

Da una parte la cultura, dall’altra gli animali: due esemplari evidentemente in pericolo di estinzione oggi.
Ma come se la cultura fosse una prerogativa dell’umano, e le altre forme viventi ne fossero escluse. Questa è la conclusione più immediata: insomma, non abbiamo nei musei opere d’arte dipinte o scolpite da animali (e invece sì), né poesie e canti trasmessi di generazione in generazione da “bestie” (e invece sì), figuriamoci templi o città costruite con ingegno e maestria da qualcuno al di fuori dell’uomo (e invece sì).
La cultura appartiene all’essere umano, e sta a lui darle vita, tanto quanto annientarla, nel momento in cui soffoca la propria o l’altrui mente – vuoi distruggendo civiltà e popoli, vuoi incollandosi davanti becere manifestazioni “culturali” in tv, sui social o sulle riviste (e purtroppo anche i libri non sono più così immuni da questa violenza alla cultura).
Animali, piante, insetti… loro cosa ne sanno?


In realtà, a ben pensarci, è curioso come esemplari di piante siano in grado di adattare – e tramandare ai loro posteri – quelle che possiamo considerare abitudini apprese nel tempo. Ad esempio, se una specie impara che con un tronco più alto si raggiunge più luce, probabilmente trasmetterà alle sue figlie questa facoltà. Generalmente noi umani la chiamiamo evoluzione, o con una sfumatura ancora più passiva, adattamento per la sopravvivenza in natura.
Non ci verrebbe mai da pensare che si tratti di “cultura” trasmessa fra i vegetali di generazione in generazione.

Eppure – lasciando libera interpretazione su comportamenti non-umani come questi – è la scienza ad aver provato che gli animali, gli animali sì, possiedono – e tramandano pure – cultura.

E all’improvviso, ecco che i due cori “dobbiamo salvare la cultura!” e “dobbiamo salvare gli animali!” si trovano uniti in una sola voce – “salviamo la cultura degli animali!” – in un unico cordone di protesta.

Un inaspettato patrimonio culturale

Era il 1999 quando un’équipe di scienziati, fra cui l’etologa Jane Goodall, identificò 39 comportamenti diversi fra gli scimpanzé – alcuni ricorrenti in determinate comunità, altri non sempre presenti: questa, una caratteristica fino ad allora osservata solamente fra esseri umani di varie culture. Invece, gli scimpanzé analizzati mostravano in alcuni casi di usare rametti per procurarsi il miele; però altri per catturare le formiche. Alcuni di loro attiravano l’attenzione battendo le nocche sui rami; ma altri lo facevano strappando le foglie con i denti. Un pollice alzato da noi in segno di approvazione, ma lo stesso uso lo si sconsiglia in mezzo a dei nigeriani.

Perciò, non solo gli scimpanzé – nostri parenti più prossimi – sono capaci di differenti manifestazioni culturali, ma sono anche la specie dotata di un “repertorio culturale” fra i più sorprendenti nel mondo animale, secondo la primatologa Ammie Kalan, del Dipartimento di Leipzig in Germania.

A oggi, i comportamenti riconosciuti fra gli scimpanzé (distribuiti in 46 località) grazie al Pan African Programme – a cui Kalan collabora – risultano 31. Rispetto alla lista del 1999, ve ne sono di recenti, ma ve n’è evidentemente anche un numero mancante. Troviamo quindi la caccia alle termiti, alle formiche e alle alghe, il lancio di sassi e il taglio delle foglie, rametti utilizzati per estrarre il midollo, e l’uso delle grotte per ripararsi, insieme all’abitudine di fare il bagno e di rompere la frutta secca (questi animali ci assomigliano più di quanto immaginassimo…). Per questo genere di rilevamenti, gli studiosi si servono di telecamere nascoste, per non intromettersi nelle vite degli esemplari.

…a rischio d’estinzione:

Eppure, se da un lato l’intervento e la presenza dell’umano possono stimolare la nascita di nuove culture fra gli animali – ad esempio alcune scimmie in Guinea hanno appreso che conviene rubare i raccolti, piuttosto che perdere tempo a rompere frutta secca –, dall’altro l’uomo è – ed evidentemente rimane – anche un distruttore di cultura. Bracconieri che uccidono elefanti, impedendo loro di trasmettere alle nuove generazioni i ricordi riferiti alle sorgenti d’acqua nascoste, o alle strategie per difendersi dai predatori. Negli Stati Uniti, la scomparsa (non per cause naturali, chiaramente) di alci e pecore di montagna, è la scomparsa delle conoscenze riguardanti le migliori rotte migratorie. Questo non solo dimostra che gli scimpanzé non sono gli unici a condividere con l’uomo il privilegio della cultura – ancora, esistono oranghi che si danno la buonanotte con delle pernacchie – ma soprattutto ci mette davanti agli ulteriori danni che stiamo apportando in natura con le nostre azioni da prepotenti.

Perciò, deforestazione si traduce in perdita di biodiversità vegetale e animale, perdita di risorse, perdita di ossigeno, perdita magari della casa, per quelle comunità di persone che vivono lì – ma anche una doppia perdita di patrimonio culturale: umano e animale. La trasmissione è infatti un punto cruciale per la sopravvivenza di qualsiasi cultura, e l’uomo può essere (è) responsabile dell’interruzione di questo flusso.

Infine, ecco di nuovo quel comune grido di protesta, in grado di unire animalisti e intellettuali:
“Dobbiamo salvare la cultura! Dobbiamo salvare gli animali! salviamo la cultura degli animali!

O saremo costretti in futuro a istituire davvero musei appositamente dedicati: necessari non soltanto per custodire il patrimonio culturale delle civiltà perdute del passato, ma anche quello smarrito nel corso degli anni, deliberatamente ignorando l‘importanza di preservare la natura, i suoi habitat, e salvare gli animali e le piante che li abitano?

Alice Tarditi

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