Condanna per Sanaa Seif, bisogna guardare più in là del nostro mare

Saana Seif è stata ufficialmente condannata, e sarà costretta a passare un anno e mezzo in carcere, ma per cosa? Continuano imperterriti gli abusi del Governo egiziano

Sanaa Seif, attivista 27enne egiziana, è stata ufficialmente condannata. La sentenza prevede un anno e mezzo di detenzione, di cui nove mesi sono già stati scontati. L’arresto era arrivato davanti alla sua famiglia, in condizioni naturalmente poco chiare.

L’arresto del fratello

Sanaa Seif non è un fiore nel deserto. Il suo attivismo, e la sua voglia di libertà e giustizia, sono ben radicati nella famiglia in cui è cresciuta. Negli ultimi trenta anni infatti i suoi parenti hanno protestato contro ogni forma di ingiustizia. Uno dei fratelli di Sanaa è Alaa Abdel Fattah, uno dei principali volti della Primavera Araba, arrestato nel 2012 e costretto a passare ben cinque anni in carcere.

Quando nel 2017 la sua condanna è finita gli è stata imposta la libertà vigilata. Questa forma di provvedimento prevedeva che Alaa passasse le ore dalle 18 alle 6 all’interno della stazione di polizia di Doki. Ogni mattina sua madre si recava alla centrale per ritirare il proprio figlio. La mattina del 29 settembre 2019 alla signora non è stato permesso di avvicinarsi alla stazione. E’ poi stato riferito che Fattah sarebbe stato prelevato dai servizi segreti.

L’arresto dell’attivista non arrivò comunque nel vuoto, e fu inserito nel contesto di ben duemila arresti avvenuti quella settimana. Tutto ciò poiché si erano verificate diverse proteste in strada contro il regime vigente. Il fratello di Sanaa fu considerato uno degli artefici di tali disordini, pur non potendo partecipare.




Alaa Abdel Fattah sarà poi trasportato al carcere di Tora, dove risiedono tutti i prigionieri politici, compreso Patrick Zaki. Dall’inizio della pandemia le sorelle e la madre dell’attivista non sono più riuscite a contattare, in nessuno modo, il loro familiare. Nel mentre non sembra esserci traccia di un processo.
Le donne hanno così deciso di sostare e pernottare davanti alla prigione, chiedendo spiegazioni.

L’arresto di Sanaa

Durante uno di questi pernottamenti, il 23 giugno 2020 per l’esattezza, Sanaa viene prelevata. E’ una mattina, le tre donne si sono come sempre piazzate davanti alle mura del carcere, in attesa. Improvvisamente iniziano ad arrivare altre donne, che prima avvicinano le tre attiviste con fare benevolo, poi incominciano ad attentare alle borse delle tre.

Velocemente le parole si trasformano in percosse, incitate dalle guardie carcerarie presenti. Secondo le famigliari di Abdel infatti il raid è stato orchestrato ad arte dal Governo egiziano, per scoraggiare le donne nella loro protesta. Il fatto evidenzia comunque la corruzione e il poco valore etico delle guardie di sentinella nel carcere, e ci fa preoccupare ancora di più riguardo ciò che potrebbe succedere all’interno della cinta muraria.

Le donne hanno riportato ferite, alcune anche molto profonde, dovute alle bastonate ricevute durante la colluttazione. Sanaa si è persino dovuto recare in ospedale. A seguito di ciò, intorno alle 14 del giorno stesso, la ragazza viene prelevata da un furgone bianco, in un atto che ricorda vagamente un rapimento, ma compiuto dalle forze dell’ ordine.



La recente condanna

I nove mesi in carcere risulteranno essere un vero e proprio inferno per l’attivista, che arriverà addirittura a esporre una denuncia per le percosse e le torture a cui è stata sottoposta. Inutile dire che l’accusa è caduta nel vuoto. Il 18 marzo la sentenza in aula, che tutti si aspettano, ma a cui forse nessuno cercava di pensare.

Sanaa è stato condannata ad un anno e sei mesi di reclusione nel carcere di Qanater, lo stesso dove ha già scontato i nove mesi precedenti. La famiglia Seif viene quindi privata del secondo figlio nel giro di pochi mesi, soltanto per aver richiesto i propri diritti. Abdel infatti è attualmente ancora in carcere, pur non essendo ancora stato processato.

L’accusa rivolta a Sanaa ci spiega tutta l’assurdità del sistema giudiziario di un paese che rifiuta categoricamente di vedere i propri errori. Ufficialmente, è bene sottolinearlo, la ragazza dovrà scontare diciotto mesi in prigione per aver pubblicato e diffuso notizie false riguardo i dati di Covid-19 in Egitto. Ciò secondo la corte avrebbe scatenato il panico nella popolazione.

Ciò che più stupisce, al di fuori della folle entità dell’accusa, è la facilità con cui nelle aule egiziane vengano condannati tutti coloro che sono antipatici al Governo, senza la minima pretesa di imputare qualcosa di minimamente credibile. Inutile dire, ancora una volta, che la famiglia di Sanaa non ha potuto in nessun modo vedere la 27enne.



Parliamo di Sanaa

Quello che leggete sopra è un appello che rivolgiamo a chiunque abbia un po’ di buonsenso. Parliamo di Sanaa Seif. Raccontiamo la storia di Patrick Zaki. Chiediamo di Alaa Abdel Fattah e di Giulio Regeni. Ricordiamo tutte queste vittime di un regime che stupra giornalmente qualsiasi diritto un essere umano dovrebbe avere garantito.

Avete letto bene, lo stupra, e se la parola vi sembra troppo pesante allora non avete chiaro il quadro della situazione. I diritti umani dei ragazzi detenuti dentro le carceri egiziane sono calpestati ogni giorno, abusati da criminali in divisa. Le famiglie di questi attivisti vengono divise, vengono maltrattate, e tenute all’oscuro della situazione dei propri cari.

Non voltiamoci dall’altra parte, non commettiamo per l’ennesima volta questo errore. Non lasciamo che il nostro Stato legittimi tali azioni, in nome dell’ unico dio veramente universale: il denaro. Parliamo di Sanaa Seif e di tutti i ragazzi rinchiusi nelle carceri a pochi chilometri da noi, dall’altra parte di un mare che non giustifica la nostra indifferenza.

Marzioni Thomas

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