Sandro Gozi a Ultima Voce: Recovery Fund come possibile nuovo inizio

Per i leghisti è un “traditore”, dopo che alle elezioni europee dell’anno scorso è stato eletto coi francesi. Sandro Gozi, semplicemente europeista, mi ha spiegato il suo percorso politico in Europa e la risposta alla crisi. Era sempre a fianco di Matteo Renzi nelle missioni internazionali. E crede ancora in lui.

Eletto eurodeputato con la lista francese Renaissance, Sandro Gozi in Italia è stato sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, sotto i governi Renzi e Gentiloni. Mi ha raccontato tutto sul suo percorso con Macron. E sul Recovery Fund come nuovo inizio verso un’Europa federale.

Innanzitutto, come funziona e come è nato il Recovery Fund?

Sono convinto che il recovery fund possa rappresentare davvero l’inizio di un nuovo corso europeo, di quell’Europa federale a cui ambivano i nostri padri fondatori. La proposta del recovery fund, per affrontare questa crisi senza eguali nella storia recente dovuta alla pandemia, nasce su forte impulso del presidente Macron. Subito è stato sostenuto sin dall’inizio con forza nel gruppo di Renew Europe, dalla nostra delegazione francese Renaissance.

Successivamente il presidente francese è riuscito ad aggregare sotto la sua guida un gruppo di paesi europei – tra cui l’Italia, la Spagna e l’Irlanda. Ha poi utilizzato questo peso politico per un accordo ambizioso con la Merkel, che ha colto quel “senso dell’urgenza e della lungimiranza”, per dirla con De Gasperi. Spero si tratti di una vera svolta nella politica europea della Germania. Questa volta, l’Europa ha agito di squadra per rispondere a questa crisi. Dalla presidente Von der Leyen, nonostante i tentennamenti iniziali, al Parlamento europeo passando per la Commissione, a partire da Thierry Breton e Paolo Gentiloni che hanno giocato un ruolo chiave.

La novità del recovery fund, rispetto al passato e alla vecchia proposta degli eurobond, è che non prevede la mutualizzazione del debito: nessuno chiede al contribuente tedesco di pagare per il debito italiano. Al contrario, dobbiamo stabilire un piano di rilancio europeo, individuare gli obiettivi comuni e gli investimenti europei, stabilire le risorse proprie dell’Ue facendo pagare di più ai grandi del web, della finanza e a chi inquina.

Ritiene che la risposta dell’Europa alla crisi sia adeguata? Qualcosa abbiamo imparato dagli errori del 2008?

Ci sono 750 miliardi di buoni motivi, ad esempio per l’Italia, per rispondere in maniera affermativa a questa domanda. Già oggi la risposta europea d’urgenza alla crisi è stata straordinaria: 15-20 miliardi da Sure, 35 miliardi dalla Bei, altri 36 miliardi dal Mes senza condizionalità per le spese sanitarie che mi auguro l’Italia attivi al più preso, e infine un altro “extra” dal bilancio UE 2014-2020 di 6/7 miliardi. A tutto questo si aggiunge ora la proposta NextGeneration Ue di Ursula Von der Leyen: 80 miliardi di sovvenzioni e 90 miliardi di prestiti sempre per l’Italia. Circa 250-255 miliardi, pari al 15% del pil italiano.

Se a tutto questo aggiungiamo che la Bce comprerà 110-120 miliardi di euro di debito italiano nel 2020 e proseguirà la sua azione nel 2021, il sostegno UE all’Italia dunque sarà di circa 500 miliardi, ovvero il 30% del pil. Sì, possiamo dire che la risposta è adeguata. E lo sarà ancora di più se lavoreremo in Parlamento per vigilare e fare pressione sul Consiglio Europeo e su quei paesi che vivono ancora con i piedi nel passato e la testa nel trapassato.

Come ha maturato la scelta di candidarsi con Macron?

E’ stata una scelta naturale. Durante i governi Renzi e Gentiloni, quando ero al governo per gli Affari Europei, insieme alla mia omologa francese e oggi collega nel Gruppo Renew Europe, Nathalie Loiseau, avevamo lavorato per far approvare le liste transnazionali per le Europee. Per eleggere i 73 seggi che la Brexit avrebbe lasciato vacanti. Era una mia proposta del 2016, basata su varie risoluzioni del Parlamento europeo. Purtroppo, la proposta non passò al Parlamento europeo a causa della miopia di alcuni gruppi e soprattutto del Ppe.

Ma il presidente Macron ha voluto realizzare comunque quel progetto con la lista Renaissance, in cui eravamo candidati esponenti di sette nazionalità europee differenti. Mi sono reso disponibile perché mi sento un europeo di cittadinanza italiana e ho sempre creduto nella politica transnazionale, l’ho imparato da Marco Pannella: la democrazia europea non nascerà mai senza movimenti politici europei. Ho fiducia in Emmanuel Macron, continuo a considerarlo l’unico vero leader oggi in Europa e sono convinto che grazie alla sua straordinaria leadership, possa arrivare un cambio di passo da parte dell’Unione verso l’Europa federale.

Quali progetti ha per il suo futuro politico? E Renzi ha un futuro o ormai il suo momento è definitivamente passato?

Credo ancora fortemente nel progetto di Italia Viva e nelle capacità di Matteo Renzi. La storia europea sta già mostrando il conto a populisti, sovranisti e neonazionalisti, smascherando le loro facili menzogne e la loro politica fondata sulle fake news. Purtroppo anche in Italia, come in altri Paesi, abbiamo pagato l’ondata – rappresentata da grillini, leghisti e neofascisti – ma questi movimenti e partiti hanno già ampiamente dimostrato tutta la loro inadeguatezza quando sono stati chiamati a governare o di fronte alla prova dei fatti. Non sono una marea inarrestabile. Ma per fermarli dobbiamo lavorare per far convergere tutte le forze progressiste, liberali, riformiste e moderate in un progetto basato su risposte concrete, moderne e coraggiose alle sfide del nuovo mondo: il piano di ripresa e trasformazione europeo deve essere in Italia l’occasione per una svolta ecologica, digitale e per l’abbattimento del moloch burocratico che blocca il nostro Paese.

Spero di avere occasione di incontrare di nuovo Sandro Gozi in futuro e così confrontarci sui nuovi sviluppi della situazione. Intanto lo ringrazio davvero.

Cecilia Alfier

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